ROMA (ITALPRESS) – Immunoterapia, terapie target, personalizzazione delle cure e attenzione alla qualità di vita del paziente sono gli elementi che caratterizzano oggi l’oncologia, la specialità medica che si occupa dello studio, della diagnosi e del trattamento dei tumori. Rispetto solo a pochi anni fa i progressi sono enormi e le prospettive incoraggianti: la ricerca continua a migliorare la possibilità di diagnosi precoce e di cura, trasformando in molti casi il cancro in una malattia cronica con la quale convivere; la sfida è rendere queste conquiste accessibili a tutti, riducendo le disuguaglianze e garantendo percorsi di cura sempre più equi, efficaci e centrati sulla persona.

“L’impegno nella comunicazione in oncologia nasce proprio dalla pratica clinica. Mi sono resa conto che la qualità delle comunicazioni incide profondamente sulla salute delle persone e sull’efficienza delle cure erogate: può inoltre influenzare l’aderenza terapeutica, i trattamenti, il rapporto di fiducia tra oncologo e paziente, la capacità del paziente stesso di affrontare il percorso; noi medici siamo preparati spesso sul piano tecnico, ma a volte un po’ meno su come trascrivere le informazioni. ‘Comunicare il cancro, la medicina e la salute’ è un corso di perfezionamento che tengo presso l’Università politecnica delle Marche: l’obiettivo è formare i professionisti sia sanitari sia della comunicazione in ambito di comunicazione medica, sanitaria e scientifica, in vista del momento in cui saranno a contatto con pazienti e cittadini”, ha dichiarato Rossana Berardi, professore ordinario di Oncologia e direttrice Scuola di Specializzazione in Oncologia Medica presso l’Università Politecnica delle Marche, direttrice della Clinica Oncologica e del Centro di Riferimento Regionale di Genetica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica, intervistata per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.

Tra gli errori commessi dai medici nel parlare di tumori, spiega, “il primo è pensare che la comunicazione sia un momento, quando in realtà è un processo che deve tener conto di una variabile importante come il tempo; le informazioni non vanno date tutte subito e tutte insieme, senza verificare quanto la persona sia in grado di sopportarle. Un altro errore è il linguaggio a volte molto tecnico, un altro ancora l’evitare emozioni: non siamo sempre formati e attenti nell’affrontare insieme al paziente le emozioni che la malattia può dare. Molto spesso non ci rendiamo conto che la comunicazione è fatta primariamente di ascolto attivo: questo significa cercare un contatto con la persona, cosa che è determinante non tanto nella qualità delle cure che eroghiamo quanto nella percezione di ciò che facciamo”.

Quel che serve a chi si sofferma sul tema, soprattutto nel caso di media e social, è “responsabilità: parliamo di un tema che tocca inevitabilmente la vita delle persone, quindi è fondamentale usare il giusto linguaggio ed evitare sensazionalismi, titoli fuorvianti o promesse eccessive; altrettanto importante è affidarsi a fonti accreditate e distinguere tra dati preliminari e dati consolidati. Ci sono inoltre parole tabù, che i pazienti ci chiedono di utilizzare sempre meno, come miracolo, sconfitta e guerra: queste possono essere senz’altro potenti da un punto di vista giornalistico, ma sono fuorvianti e dolorose per le persone che affrontano quel tipo di malattia”.

Dal punto di vista oncologico, secondo Berardi, il filone di ricerca più promettente “è quello della medicina personalizzata: significa riconoscere che le malattie sono tutte diverse e i pazienti sono tutti diversi, ma anche basarsi sulle caratteristiche dei singoli e su quelle genetico-molecolari del tumore. Strumenti come il Molecolar Tumor Board permettono di andare a studiare nel dettaglio la carta d’identità del tumore, per individuare terapie sempre più mirate e specifiche: si tratta dunque di nuovi farmaci a bersaglio biomolecolare, immunoterapia, anticorpi farmaco-coniugati. Queste sono un po’ le nuove frontiere dell’oncologia: tuttavia il filone di ricerca che potrebbe essere più promettente, ma in realtà è un po’ meno studiato, è la prevenzione. Su pazienti operati per tumore del colon un esercizio fisico di precisione, quindi con il monitoraggio di un personal trainer e attività tre volte a settimana con un programma molto ritagliato, può ridurre la recidiva di malattia sopra il 30%: sull’aspetto psicologico invece non abbiamo ancora dati relativi all’impatto sull’evolutività della malattia, ma abbiamo comunque informazioni su quanto possano impattare sull’aderenza alla cura o sulla presenza di effetti collaterali predominanti”.

La presidente eletta dell’Aiom conclude evidenziando comemi aspetto nel breve-medio periodo un ulteriore miglioramento delle terapie a disposizione, sempre più personalizzate e capaci di trattare pazienti in condizioni specifiche: in un periodo medio-lungo mi aspetto di trasformare la patologia in una condizione quanto più cronica e gestibile possibile; il mio sogno rimane comunque avere di più sulla prevenzione e poter usare finalmente la parola guarire”.

– Foto tratta da Medicina Top –
(ITALPRESS).