Per chi non lo conoscesse, diciamo che Matteo Saudino è prima di tutto un professore di Filosofia e Storia al liceo, a Torino. Un ruolo al quale non rinuncia, nonostante gli impegni di divulgatore, saggista, personaggio pubblico. Dal 2015, quando ha iniziato a filmare le sue lezioni e a caricarle su Youtube, per permettere agli assenti di recuperarle, la schiera di chi ha cominciato a seguirlo è aumentata enormemente.
Il suo canale, Barbasophia, conta oggi oltre 377mila iscritti e mezzo milione di visualizzazioni mensili. E non sono solo studenti, «è un pubblico tra i 18 e i 55 anni», ci spiega. Oltre che di filosofia si parla di società, politica, giustizia sociale e istruzione.
Alla scuola e al canale online Saudino affianca oggi l’attività di conferenziere, autore teatrale e di podcast, coautore di manuali scolastici, scrittore. L’ultimo saggio pubblicato è Anime fragili, un viaggio con Platone e Aristotele nelle vulnerabilità del nostro tempo (Einaudi).
«Il nostro è un tempo con poche certezze e tante cose che non funzionano più», si legge nella prefazione al libro. «Dalla solitudine alla mancanza di dialogo, dall’assenza di verità alla crisi della politica, passando per le inquietudini della tecnologia e il tabù della morte. Per questo, in un mondo in continuo mutamento, la filosofia, a scuola e nella vita, resta uno strumento di comprensione indispensabile e affascinante».
Al professore torinese, che partecipa al Festival dell’economia di Torino il 23 ottobre alle 18, al Teatro San Giuseppe, con un intervento dal titolo “Insegnare, professione o missione?”, abbiamo chiesto cosa abbiano ancora da dire ai ragazzi (e agli adulti) Socrate e Platone e quale può essere il ruolo della filosofia in un mondo giovanile irretito dai social network e sempre più dipendente dall’intelligenza artificiale, diventata un surrogato dell’elaborazione concettuale.

La tecnologia pervade ormai ogni ambito del vivere e le discipline cosiddette Stem (dall’inglese Science, technology, engineering, mathematics) sono le più richieste dal mondo del lavoro. Che significato ha in questo contesto la filosofia e perché ritiene che sia importante soprattutto per i ragazzi?
«Mi verrebbe da rispondere con Pascal, che distingueva l’esprit de géométrie dall’esprit de finesse. Lo spirito geometrico e matematico è indispensabile per organizzare il mondo, per migliorarlo e per spiegare la sua struttura scientifica, ma poi ci sono delle cose nel rapporto tra l’essere umano e il mondo che non si spiegano solo con quello e con le materie Stem. Lì serve, oltre al sentimento esprit de finesse, di cui parlava Pascal, la riflessione filosofica, l’interrogarsi sul senso delle cose. E oggi i ragazzi sentono questo bisogno, la filosofia la cercano ed è una disciplina amata proprio perché in un mondo pervaso dalla tecnica i ragazzi cercano delle risposte sul loro stare nel mondo. Sono anche ragazzi molto fragili e la filosofia li aiuta ad affrontare queste fragilità».

In effetti i dati dicono che i laureati in filosofia sono aumentati del 26% negli ultimi dieci anni. È una ricerca del senso dell’esistenza che prevale sulle prospettive di lavoro immediate?
«Ma c’è un mercato del lavoro che ha anche bisogno di esperti di filosofia. Nel mondo della cultura, ma anche nelle pubbliche amministrazioni e nelle aziende private, una figura come quella del laureato in filosofia può essere un valore aggiunto, sia nelle relazioni umane sia per la capacità di avere una visione complessiva, dialettica, dei problemi, un punto di vista originale e critico».

In un periodo pieno di incertezze, minacce geopolitiche, crisi ambientali, quali filosofi ci possono aiutare a comprendere il mondo e a superare l’ansia del presente?
«Dovremmo tornare a Socrate, col “conoscere sé stessi” e la riflessione su di sé. E poi cito Epicuro, l’armonia con la natura ma anche la capacità di godere delle piccole cose: l’amicizia, la vita in comunità. Bisogna mettere al centro il benessere con sé stessi, Socrate, e il benessere con la natura e con gli altri di Epicuro».

Un argomento che ormai è d’obbligo: l’intelligenza artificiale. La filosofia serve anche per capirla e governarla?
«Con la filosofia si prova a conoscerla e contestualizzarla, per capirne risorse e rischi. I rischi sono quelli di uno strumento. Nelle mani di un essere umano uno strumento può essere usato come una clava, per dominare, fare soldi, fare del male, o può essere usato per il bene. Il problema è capire come utilizzarla. Dopodiché: l’intelligenza artificiale comporta un rischio superiore rispetto ad altri strumenti? Si, perché può sostituire l’uomo in una miriade di compiti, può sostituirti nel calcolare, nello scrivere, nell’organizzarti un viaggio, nelle cure mediche, in quelle psicologiche; il problema è che sa fare e proviamo a fargli fare tante cose, forse troppe. Io penso sia giunto il momento di rallentare per pensare a una governance dell’intelligenza artificiale».

E l’uso massiccio che ne fanno i ragazzi, anche nello studio, lo vede più come una minaccia o come un aiuto?
«È tutte e due le cose. Bisognerebbe educare i giovani a un suo utilizzo, ma chi li educa? Gli adulti non sono capaci, anzi ne abusano anche loro. Quindi diventa una minaccia, perché ti sostituisce in tante cose e alla fine disimpari a farle».