Nicole Kidman ha rivelato di voler diventare “doula” della morte, dal greco “colei che si mette al servizio”, “ancella”, in questo caso nei giorni estremi. Nulla esclude che possa trattarsi di un uomo (in greco esiste la parola doulos), anche se di solito si usa il termine “accompagnatore”. Il senso è lo stesso: è una persona che accompagna, appunto, i malati terminali negli ultimi giorni di vita, offrendo supporto anche a chi sta loro accanto. Non un medico né un operatore sanitario.

Nicole Kidman con la madre Janelle Ann MacNeille, scomparsa nel 2024 per un tumore all'età di 84 anni
Nicole Kidman con la madre Janelle Ann MacNeille, scomparsa nel 2024 per un tumore all'età di 84 anni

Nicole Kidman con la madre Janelle Ann MacNeille, scomparsa nel 2024 per un tumore all'età di 84 anni

Il desiderio della star nasce da un’esperienza personale: la perdita della madre, scomparsa nel 2024 per un tumore all’età di 84 anni. Ma la sua scelta porta alla ribalta una verità antica: un tempo si moriva in casa, confortati da riti condivisi che coinvolgevano adulti e bambini, mentre oggi la morte, che spesso avviene in ospedale ed è stata di fatto espulsa dalla narrazione quotidiana, ha perduto quella dimensione spirituale che per secoli ci ha aiutati a darle un senso.

Condividere il dolore
In Italia è nata nel 2024 la prima associazione italiana Doule della morte. «Morire non è un evento medico, è un evento umano», si legge sul sito. «Storicamente, la morte ha fatto parte integrante della vita quotidiana per secoli. Era visibile, accettata, ritualizzata. Ma questo è cambiato in modo significativo a partire dall’età moderna. Quando si riconosce la morte, si ritrova significato nella vita e ci si riappropria di quel potere che autodetermina la propria esistenza. Che tu abbia ricevuto una diagnosi infausta, che ti prenda cura di qualcuno nel fine vita, che tu senta la spinta ad accompagnare i morenti o che tu voglia semplicemente saperne di più sul fine vita, l’associazione ti dà il benvenuto».

Già anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto l’importanza della dimensione spirituale della salute. E nei giorni estremi la spiritualità è considerata una componente essenziale per affrontare quel “dolore totale” di cui aveva parlato la fondatrice delle cure palliative moderne, Cicely Saunders, un concetto che comprende sofferenze fisiche, psicologiche, sociali ed esistenziali, incluse la paura legata alla fine della vita. Una ricerca del 2025, condotta in Turchia su 260 pazienti oncologici, ha evidenziato una correlazione significativa tra la spiritualità e un migliore adattamento psicologico alle terapie ma anche alla prospettiva del fine vita.

Figure non sanitarie
«Gli accompagnatori assistono le persone nel percorso verso la morte sul piano emotivo, relazionale, simbolico e spirituale», spiega Ines Testoni, docente di Psicologia sociale e Psicologia delle relazioni di fine vita, perdita e morte all’Università di Padova. «Non sostituiscono medici o psicologi ma offrono presenza, ascolto e sostegno anche alle famiglie. In passato, in molte culture esistevano figure comunitarie che accompagnavano il morire attraverso pratiche di presenza. Oggi questa funzione riemerge perché il momento della morte è diventato sempre più spesso un’esperienza solitaria e poco condivisa».
La crescente attenzione per l’aspetto psicologico delle cure palliative è il segnale del bisogno di recuperare umanità anche alla fine della vita. «Nelle società occidentali la medicalizzazione ha migliorato la cura, ma ha anche prodotto una perdita di familiarità con il senso del limite e il lutto», prosegue Testoni, che all’Università di Padova dirige il Master Death Studies & the End of Life, dedicato al tema della morte in tutti i suoi aspetti, dalle istanze culturali al testamento biologico. «Il risultato è una fragilità diffusa: siamo ormai alla sesta generazione di persone prive di esperienza diretta della morte, che si trovano impreparate emotivamente e simbolicamente dinanzi a una persona cara sul finire dei suoi giorni. Anche la commissione sul valore della morte, promossa nel 2022 dalla rivista medico-scientifica The Lancet, sottolinea la necessità di restituire la fine della nostra esistenza alla dimensione familiare e comunitaria, promuovendo modelli come le comunità compassionevoli, cioè quartieri, scuole, luoghi di lavoro o associazioni che si organizzano per non lasciare sole le persone che affrontano malattia grave, lutto, vecchiaia, fragilità o fine vita».

Ascolto e supporto pratico
Sul piano concreto, le figure che si impegnano in questi ruoli di accompagnamento offrono presenza continuativa, ascolto e supporto pratico. «Può facilitare conversazioni difficili, aiutare nella pianificazione del fine vita e, quando richiesto, nella costruzione di rituali o progetti di memoria», dice Testoni, autrice per Il Saggiatore di Il grande libro della morte (2021) ed Essere eterni (2025). «Il suo intervento si muove su più livelli. Con la persona morente aiuta a dare parola a paure e desideri, con la famiglia sostiene la comunicazione e riduce il disorientamento, e con l’équipe sanitaria favorisce l’emergere di richieste e preferenze, sempre nel pieno rispetto delle competenze cliniche».
Questa vicinanza ha effetti anche sul lutto. «Quando la morte viene condivisa, il dolore può risultare meno traumatico», osserva la psicologa, «e la qualità della comunicazione, la possibilità di salutarsi e la presenza dei familiari incidono profondamente sul vissuto successivo. In questo senso, il supporto al lutto dovrebbe iniziare già durante il fine vita, perché una società che non sa parlare della morte fatica anche a gestire il dolore, la vulnerabilità e la cura».
Resta però una questione aperta: la regolamentazione del profilo professionale degli accompagnatori alla morte. «Il rischio di improvvisazione esiste ed è uno dei nodi più delicati», avverte Testoni. «Si lavora in un’area di grande vulnerabilità e servono competenze psicologiche, etiche e relazionali solide. Per questo è indispensabile costruire una cultura interdisciplinare seria sul fine vita, con formazione, supervisione e codici etici chiari».
In questo scenario, la scelta di Nicole Kidman assume un valore che va oltre il gesto individuale. Racconta del tentativo di riportare la morte dentro la vita, restituendole senso e presenza. Perché imparare ad accompagnare la fine può essere uno dei modi più profondi per comprendere davvero cosa significhi vivere.