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Trent’anni fa sembrava quasi un azzardo: radunare sotto lo stesso tetto medici, biologi, fisici, ingegneri e altri scienziati, per trasformare le scoperte di laboratorio in applicazioni concrete per la diagnosi e la cura dei pazienti. Oggi il Vimm, l’Istituto veneto di medicina molecolare di Padova, è un centro internazionale d’eccellenza dove lavorano circa 300 ricercatrici e ricercatori, in sinergia con l’Università di Padova e la locale azienda ospedaliera.
A guidarlo è la presidente Giustina Destro, vulcanica imprenditrice e protagonista di molti traguardi: prima donna ad accedere nel 1992 alla giunta nazionale di Confindustria e prima sindaca alla guida del Comune di Padova dal 1999 al 2004. «L’idea dell’Istituto nacque a metà degli anni Novanta dall’incontro con Francesco Pagano, illustre urologo e pioniere della ricerca oncologica a Padova», racconta. «Volevamo creare un centro in cui si potesse passare “dal letto del paziente al laboratorio”, un obiettivo che nel 1996 era decisamente all’avanguardia».
Presidente Destro, oggi il Vimm si distingue per ricerche all’avanguardia come quella sugli organoidi.
«La tecnologia degli organoidi permette di creare in laboratorio modelli tridimensionali a partire dalle cellule del paziente, prelevate dai capelli o da frammenti di cute, che poi diventano dei mini-organi sui quali si studia la malattia e si valutano possibili cure sempre più mirate».
Per esempio, quali malattie?
«Alcune forme rare di tumore o patologie neuromuscolari».
Quali sono le aree di ricerca?
«Si concentrano principalmente su cervello e sistema nervoso, fisiopatologia e rigenerazione muscolare, oncologia avanzata, medicina rigenerativa e tecnologie innovative. In generale, una delle direzioni più interessanti è quella della medicina personalizzata».
Si è parlato molto dei vaccini per il cancro. Studiate anche voi le terapie basate sull’mRna?
«Sì, sono promettenti. Invece che somministrare un farmaco già pronto, gli scienziati creano in laboratorio un messaggero speciale, l’mRna che, una volta inserito nel corpo del paziente, “insegna” alle cellule come si costruisce la proteina per sconfiggere una determinata malattia».
Chi sono i vostri ricercatori?
«Dal 1996 a oggi sono passati dal Vimm centinaia di giovani ricercatori. Oggi sono quasi 300, con un’età media sotto i 35 anni. E alcuni di loro hanno fatto carriera: penso ad Andrea Alimonti, che tre anni fa è stato nominato direttore dell’Istituto oncologico di ricerca di Bellinzona, uno dei poli più autorevoli in Europa per lo studio dei linfomi, dei tumori ematologici e dei tumori solidi, come il cancro alla prostata, al seno e il melanoma. Anche questo è il senso del Vimm: formare talenti e metterli nelle condizioni di confrontarsi con i migliori centri di ricerca nel mondo. E il 65% dei nostri ricercatori è donna».
Dal 2019 avete creato l’evento annuale “Donne nella Scienza”. Perché?
«La parità non si conquista soltanto contando quante donne entrano nella ricerca: bisogna sostenerle perché possano arrivare anche ai vertici. Ecco perché l’11 febbraio, Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, è diventato per noi un appuntamento importante: siamo arrivati alla settima edizione e stiamo definendo il panel delle ospiti per il 2027».
Come immagina il Vimm fra altri trent’anni?
«Mi piacerebbe che fosse ancora più protagonista sulla scena globale della ricerca biomedica e che il nostro metodo potesse essere adottato anche nelle università, dove il dialogo tra discipline è ancora troppo spesso difficile. E vorrei soprattutto che l’Istituto contribuisse a trattenere in Italia i nostri studenti e ricercatori migliori. Abbiamo talenti straordinari: dobbiamo creare le condizioni perché possano costruire qui il loro futuro».









