Stefania Auci è l’autrice di una saga siciliana che ha conquistato il mondo. Il suo primo best seller, I Leoni di Sicilia (Editrice Nord), è rimasto in classifica per oltre cento settimane, è in corso di traduzione in 42 Paesi ed è diventato una serie tv. Ma il successo non le ha fatto cambiare vita: continua a svolgere il suo lavoro di insegnante di sostegno in un istituto tecnico professionale di Palermo, oltre a dedicarsi, insieme al marito, ai due figli.

Miriam Leone e Michele Riondino (Vincenzo Florio) nella serie tv tratta da \\\"I Leoni di Sicilia\\\"
Miriam Leone e Michele Riondino (Vincenzo Florio) nella serie tv tratta da \\\"I Leoni di Sicilia\\\"

Miriam Leone e Michele Riondino (Vincenzo Florio) nella serie tv tratta da "I Leoni di Sicilia"

Se c’è un’ispirazione che viene dal romanzo conclusivo della sua trilogia sulla dinastia dei Florio, L’alba dei Leoni, è l’importanza di sperare nel futuro e di costruirselo inseguendo i propri sogni. E proprio di questo la scrittrice parla a Taormina il 19 giugno, al festival Taobuk, che ruota intorno al tema della fiducia.

Stefania Auci, viviamo in un’epoca di disillusioni?
«Come insegnante che vive quotidianamente a contatto con gli studenti, vedo molta disillusione. Oggi i ragazzi credono meno nei grandi ideali e più nei legami tra pari e nella realizzazione personale ma, in linea generale, è diventato più difficile fidarsi degli altri. Basta guardarsi attorno: i politici, di ogni colore, disattendono regolarmente le loro promesse, e noi adulti abbiamo un debito di credibilità mostruoso nei confronti dei giovani. Eppure, esistono ancora esempi di fiducia straordinaria».

Quali sono?
«Penso ai volontari, a chi fa ricerca medica e scientifica, a chi s’imbarca con la Flotilla per testimoniare in favore del popolo palestinese, a chi continua a credere negli altri nonostante la violenza. Come scriveva Anna Frank: “Dove c’è speranza, c’è vita”».

Che cosa significa sperare?
«La speranza è un valore simile alla fiducia. È una sensazione che richiama l’inshallah di matrice araba, che significa “se Dio vuole”. Avere fiducia vuol dire continuare a credere nel futuro e nel cambiamento, che inizia prima di tutto dentro di noi: nelle nostre scelte, nel modo in cui coltiviamo i rapporti, dal microcosmo degli affetti fino alla società. In questo senso la fiducia è anche una costruzione collettiva, alla quale ciascuno può contribuire facendo la propria parte».

I Florio sono dei campioni di fiducia nel futuro.
«Sì. Affrontano lutti, terremoti, rovesci di fortuna, eppure non perdono mai la speranza. Hanno una fame di riscatto sociale che arriva da lontano, ed è questo il tema dell’ultimo libro, L’alba dei Leoni, il prequel con cui ho voluto tornare alle radici e chiudere un cerchio. Francesco, il figlio che entra in conflitto con il padre, si fa portatore dei valori che verranno assorbiti e metabolizzati dai fratelli, e il rapporto fra denaro e potere diventa il motore degli eventi attraverso le generazioni: la prima che costruisce l’impero commerciale e le successive che lo consolidano. Ma ciò che unisce e caratterizza tutti i Florio è proprio la volontà di guardare avanti, sempre».

\\\"L'alba dei Leoni\\\", prequel della saga dei Florio di Stefania Auci appena uscito per Editrice Nord
\\\"L'alba dei Leoni\\\", prequel della saga dei Florio di Stefania Auci appena uscito per Editrice Nord

"L'alba dei Leoni", prequel della saga dei Florio di Stefania Auci appena uscito per Editrice Nord

Lei è una sognatrice?
«Mi definisco una sognatrice cinica, perché sono convinta che sognare non significhi essere scollegati dalla realtà. Sognare non costa nulla, ma i sogni e il mondo reale sono due ambiti ben diversi, perché la vita vera, il nostro vivere quotidiano, ci impone di affrontare ogni giorno complessità, imprevisti e fatica. Quindi sì: non posso dire di aver perso la fiducia, ma ritengo che sia una forza che debba essere amministrata con cautela».

Cautela nel rapporto con gli altri?
«La fiducia va costruita di volta in volta, osservando persone e contesti. E non può essere mai data per scontata: bisogna meritarla per riceverla e concederla con attenzione, perché è un bene fragile e raro. Nel tempo mi sono resa conto di aver dato credito a chi non lo meritava, e questo mi ha resa più prudente».

Come si costruisce la fiducia fra generazioni?
«A scuola, al di là delle parole che si dicono o dei voti che si danno, la fiducia con i ragazzi si costruisce prima di tutto attraverso il comportamento, con i gesti. I ragazzi hanno un intuito sviluppatissimo e sono in grado di decifrare con sicurezza il linguaggio non verbale degli adulti: gli sguardi, le posture, le sfumature della voce di un insegnante contano tantissimo per far capire se stiamo dando o meno fiducia a uno studente».

E quando si viene traditi?
«Ricostruire la fiducia è difficile, a volte impossibile. E la capacità di concederla di nuovo è inversamente proporzionale alla gravità del tradimento subìto e alla sensibilità di chi è stato ferito. Se una persona ha perso molte volte la fiducia nella vita, o magari in famiglia e sul lavoro si è sentita più volte tradita o ingannata, farà più fatica a fidarsi degli altri. Però la fiducia si può anche “allenare” attraverso piccoli gesti quotidiani: mantenere una promessa, esserci per qualcuno, imparare ad ascoltare per davvero. Sono azioni semplici, ma costruiscono basi solide».

L’idea di poterci affidare ci fa stare bene: perché secondo lei?
«È una sensazione impalpabile ma decisiva, perché ci dà speranza. Pensiamo al rapporto fra medico e paziente: la fiducia è la base invisibile ma essenziale della relazione di cura, senza fiducia è difficile seguire le terapie e prendere decisioni condivise. Parlando del mio lavoro, in fondo anche la saga dei Florio è nata da un atto di fiducia: ho iniziato a scrivere I Leoni di Sicilia seguendo il consiglio di un amico che mi ha spinto a raccontare una storia della mia terra».

Per lei la scrittura è uno spazio di benessere?
«È uno spazio di disciplina e libertà insieme. Scrivo ormai da oltre vent’anni, con metodo: la mattina mi sveglio presto, intorno alle cinque-sei, perché ho bisogno di silenzio e di concentrazione, ma anche per avere il tempo di lavorare prima che riprendano le attività in casa e a scuola. Quando non scrivo, leggo molto e sto con la mia famiglia».

Leggere un libro può essere un conforto?
«Sì, me ne rendo conto in particolar modo nel momento in cui mi confronto con i lettori e le lettrici in occasione degli incontri. Magari c’è chi mi racconta di aver letto i miei libri durante una malattia o in un periodo che ha preceduto un lutto. Una signora mi ha detto che, mentre allattava, teneva il bambino in braccio e con l’altra mano sfogliava le pagine. Una cosa che è rimasta chiusa nel tuo computer per mesi o per anni addirittura si trasforma in una voce che arricchisce la vita degli altri, un po’ fa tremare i polsi».

Chi glielo fa fare di continuare a insegnare?
«Stefania. Vado a scuola tre giorni su cinque. Questo però non significa che non lavori, tutt’altro, perché c’è anche tutta quell’attività che non viene computata nelle ore scolastiche ma che appartiene ai pomeriggi, alle riunioni, alla vita vera che ti bussa alla porta. Non è una questione di dare e avere, è semplicemente una questione di fare qualcosa per me stessa perché mi fa stare bene. Per capirci, come l’altra dimensione che per me è altrettanto importante, quella dell’attività fisica».

L’attività fisica?
«Ogni tanto mi domandano perché stia lì in palestra ad alzare pesi, a praticare attività come lo yoga invece di rilassarmi. Ma è quello che io voglio fare e lo faccio».

Tutto questo le dà serenità?
«Mi dà serenità credere in me stessa e in quello che faccio. E sapere che ogni percorso richiede umiltà, tenacia e la capacità di accettare anche gli insuccessi».

Avere fiducia in se stessi.
«Senza fiducia in sé è difficile fidarsi degli altri: è un equilibrio delicato, che si affina con il tempo e con l’esperienza, sbagliando e riprovando. Alle persone che hanno perso la speranza, direi che a volte, per cambiare prospettiva, basta spostare lo sguardo, anche solo di poco. Il più delle volte è il nostro modo di camminare lungo la strada che fa la differenza. A parità di percorso, conta il come lo si affronta. L’essere umano è guidato dal “come”».