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FiloRosso
«Sociologia mai». Una sentenza senza appello pronunciata dal padre avvocato convinse lo studente Giorgio Zanchini, incerto sul suo futuro universitario, a farla breve: nell’attesa sarebbe partito per sei mesi a lavorare a Londra. «Alla fine i miei genitori mi iscrissero a Giurisprudenza», racconta Zanchini, voce storica di Radio Anch’io su Radio 1 e volto noto con Quante storie su Rai 3. «Vengo da una famiglia di avvocati… A dire il vero era una facoltà che avevo anche preso in considerazione, tra la voglia di una carriera diplomatica e un “sociologia mai”». «Del resto, non ero che uno dei tanti indecisi con le idee poco chiare. Il caso mi ha accompagnato di frequente».
Andiamo con ordine. Il giornalismo quando si è preso il titolo da prima pagina a discapito della Giurisprudenza?
«Mi è sempre piaciuto scrivere e leggere. Già all’università facevo piccole collaborazioni, poi sono diventato anche avvocato e proprio durante la pratica d’avvocato mi sono iscritto a una scuola di giornalismo, volevo avere una buona base. Per un po’ ho portato avanti entrambe le cose, ma alla fine ho scelto il giornalismo».
Poi è arrivato il concorso in Rai.
«L’ho vinto e non me ne sono più andato. Quest’anno saranno trent’anni. Incredibile».
Come l’hanno presa in famiglia?
«Bene. Mio padre che viene da una famiglia di avvocati anche rotali e di studiosi di diritto ecclesiastico, su quattro figli alla fine nessuno ha fatto l’avvocato. Succede».
Lei ha avuto un’educazione cattolica, frequentando anche una scuola di preti irlandesi.
«Casuale anche questo. Mi ci mandarono i miei genitori, erano i Christian Bothers of Ireland, un ordine vocato all’insegnamento, tutti complessivamente progressisti e molto aperti».
Lei ha detto che ha sempre amato scrivere ma anche leggere. Non è un caso allora se i libri sono rimasti sempre suoi compagni di viaggio, anche nel lavoro.
«Nelle difficoltà dell’esistenza io spesso nei libri ho trovato dei compagni di strada, pagine che mi hanno fatto sentire capito. Leggere è un esercizio di libertà. Ogni giorno, a Quante storie, presentiamo un libro che è quasi sempre un saggio per aiutarci a capire il presente. Nei libri solitamente trovi il meglio del genere umano».
Una volta – e qualcuno lo pensa ancora – non si potevano accostare i libri alla radio o ancora peggio alla televisione.
«In questo Marino Sinibaldi, uno dei miei maestri insieme a Piero Dorfles, con Fahrenheit, la storica trasmissione su Radio 3, ha fatto una cosa esemplare: ci ha fatto capire che i libri si possono usare per parlare di tutto quello che riguarda l’attualità e la contemporaneità».
Mi conferma che uno dei suoi libri preferiti è La coscienza di Zeno di Italo Svevo?
«Certo, è il libro di noi ipocondriaci».
Ipocondriaco da sempre?
«Da sempre. È una forma di nevrosi, ansia ipocondriaca. Ci ho lavorato tanto e adesso, con il passare del tempo, va decisamente meglio, anche se purtroppo l’ho attaccata anche a una delle mie due figlie… In casa ci considerano due rompiscatole e non hanno tutti i torti».
Chi assilla con le sue ansie maggiormente?
«Assillavo soprattutto un mio zio, medico e professore universitario molto bravo e paziente. Lo chiamavo di frequente e gli facevo l’elenco dei miei sintomi. Lui mi lasciava parlare e concludeva sempre la telefonata con: “Sei spacciato!” Mi manca molto».
L’ironia in questi casi aiuta. Ma le succede anche in vacanza?
«In vacanza è pure peggio, perché almeno se lavori una distrazione ce l’hai… Ho rovinato qualche vacanza, lo ammetto. Come tutti questi tipi di nevrosi, aumenta nei momenti difficili e stressanti o quando sei libero dal lavoro».
Forse è per questo che fa così tante cose. Invece non le è mai capitato di incontrare Carlo Verdone? Lui ha trasformato la sua ansia ipocondriaca studiando ossessivamente le medicine.
«È successo un paio di volte, ma lui è praticamente un medico!».
La sua ipocondria in qualche modo soccombe al lavoro, fortunatamente, infatti la mattina a Radio Anch’io su Radio 1 tiene a bada e orchestra con gentile fermezza ospiti e ascoltatori.
«Ci provo. Amo la radio, un mezzo immediato, semplice ed economico. L’attualità in diretta con gli ascoltatori è la formula vincente di questa trasmissione. Non sempre è facile. C’è molta rabbia sociale. È un pubblico generalista, adulto e per la maggior parte maschile. Del resto questo momento della storia e della geopolitica contemporanea è uno dei più tragici del dopoguerra. Il diritto internazionale è stato violato, la diplomazia cancellata».
Invece in televisione a Quante storie, su Rai 3, i libri ci corrono in aiuto per cercare di capire il mondo che ci circonda. Funziona?
«Sono uno strumento prezioso, come ho detto prima. La saggistica, soprattutto, ti aiuta di più sul presente, sull’attualità e ha un grande ruolo: depositare i saperi. Un libro serve a fare ordine nel caos dei mille impulsi. Oggi si fatica a stare concentrati, si pratica il più delle volte una lettura distratta, non una lettura concentrata. Qui invece è soprattutto un pubblico femminile, molte insegnanti in pensione. Sono le donne quelle che leggono, è risaputo».
Qualcuno ancora rimpiange la coppia televisiva Augias – Zanchini. Del resto avete toccato vette di coltissimo varietà.
«Corrado Augias è stato un altro maestro per me, ho imparato moltissimo da lui. Mi punzecchiava e a volte succedevano dei siparietti divertenti. Lui ha un approccio giornalistico incredibile su tutto. È empatico e poi è l’assoluto re degli incipit. Non lo batte nessuno».
A proposito di maestri, lei insegna all’Università degli Studi di Urbino, nell’ambito del giornalismo culturale e dei media: che approccio hanno i ragazzi all’informazione?
«È una generazione senza maestri, dove la gerarchia si è rotta. Il flusso continuo della tecnologia a cui sono sottoposti ha cambiato la mappa dell’informazione. Oggi anche un amico, un influencer, un video possono essere fonte di informazione. Per questo è ancora più necessario avere gli strumenti per essere all’altezza di questo accesso così immenso e ininterrotto».


È tornato alla scrittura con Lockerbie, un libro inchiesta sulla strage in Scozia del 21 dicembre del 1988 dove morirono 270 persone, 259 a bordo del Boeing 747 esploso in volo e 11 tra le case colpite dai rottami dell’aereo. Come mai dopo quasi 40 anni?
«Era da tantissimo che questa idea mi frullava per la testa. Forse perché mi era successa una cosa che mi faceva sempre tornare con il pensiero a quel momento. Nel dicembre del 1988 ero a Parigi a lavorare in un’enoteca inglese e una sera mi misi a parlare fino a tardi con una ragazza, più tardi un mio amico mi disse che era morta sul quel volo, il suo nome era Sophie Hudson. Ho fatto una vera inchiesta giornalistica e devo ammettere che mi ha appassionato moltissimo pur nel dolore del ricordo. È una delle tante storie di stragi che non hanno ancora avuto una fine con scenari intricatissimi. Ma ci tengo a dire che qui come in tante stragi di casa nostra non ci sono misteri ma solo segreti».













