Per sette anni Carlo Verdone ha camminato come uno dei suoi personaggi più sgangherati: passo incerto, smorfie di dolore e un’andatura tragicomica che faceva sorridere gli altri, ma non lui. La coxartrosi, una patologia degenerativa e cronica dell’anca, lo aveva intrappolato in un corpo sempre più rigido, fino a rendergli difficile percorrere pochi metri senza doversi fermare. Per affrontare la vita di tutti i giorni si affidava agli antidolorifici, in una routine che lui stesso definiva “insostenibile”.

Salute e medicina

Artrosi dell’anca, come riconoscere i sintomi

Artrosi dell’anca, come riconoscere i sintomi
Artrosi dell’anca, come riconoscere i sintomi

La svolta arriva nel 2020, quando l’attore di Borotalco incontra un chirurgo che gli propone una soluzione fuori dall’ordinario: intervenire su entrambe le anche in un’unica seduta, in meno di un’ora. Lui accetta. Al risveglio scopre un risultato che supera ogni aspettativa: dopo appena nove giorni è già in grado di camminare senza stampelle, con un recupero così rapido da sembrare quasi irreale. «Ho visto la luce», ha raccontato Verdone di recente a Domenica In, ospite di Mara Venier.

I progressi rivoluzionari
La vicenda dell’attore romano non è soltanto la storia di un intervento andato a buon fine: è il simbolo di quanto la chirurgia dell’anca sia cambiata nel tempo. Ogni anno, in Italia, vi ricorrono almeno 100mila persone, un numero che testimonia sia la diffusione del problema sia l’affidabilità della procedura.

Protesi d’anca, nuova tecnica mininvasiva

Si chiama Amis ed è una procedura che non intacca i muscoli, consentendo tempi di recupero più rapidi, spiega Paolo Sirtori, co-responsabile dell'équipe universitaria di Ortopedia Rigenerativa e Ricostruttiva dell’ospedale Galeazzi-Sant'Ambrogio di Milano, nella trasmissione Lo spazio di BenEssere, condotta da Agnese Pellegrini su Telenova.

«La protesi d’anca bilaterale simultanea, dove entrambe le anche vengono sostituite in un’unica seduta come nel caso di Carlo Verdone, esiste da decenni in ortopedia, ma in passato era un’operazione lunga, invasiva e molto debilitante», racconta Pietro Simone Randelli, presidente della Società italiana di ortopedia e traumatologia, direttore della Clinica ortopedica dell’Istituto Gaetano Pini e ordinario di Ortopedia all’Università degli Studi di Milano. «Si accedeva lateralmente o posteriormente, con incisioni profonde che comportavano un’importante perdita di sangue e un coinvolgimento diretto dei muscoli».
La svolta è arrivata con la diffusione dell’approccio anteriore mininvasivo, noto in ambito medico come Direct Anterior Approach. In questo caso il chirurgo entra dalla parte frontale della coscia, vicino alla piega inguinale, attraverso un’incisione contenuta – di circa 8-10 centimetri – senza tagliare i muscoli, ma semplicemente divaricandoli.
Un dettaglio tecnico che ha rivoluzionato l’intervento: il trauma chirurgico è molto più ridotto, il dolore post operatorio è minimo e le perdite di sangue drasticamente inferiori. Il paziente, già il giorno successivo, può alzarsi e camminare con l’ausilio delle stampelle, con un recupero impensabile fino a pochi anni fa.
«È proprio questo approccio che consente di operare entrambe le anche nella stessa seduta, accorciando i tempi e permettendo un ritorno più rapido alla vita quotidiana», indica Randelli. Molti parlano di “miracolo moderno”, ma dietro c’è una lunga evoluzione. «L’idea della via anteriore risale agli anni Cinquanta e Sessanta, grazie ai fratelli Jean e Robert Judet, due chirurghi francesi», dice l’esperto. «Per decenni però rimase in secondo piano rispetto agli approcci tradizionali. Solo tra il 2010 e il 2020 la tecnica è stata riscoperta e perfezionata, fino a rappresentare un cambio di paradigma».

Migliorata l’estetica
All’inizio non era semplice: servivano speciali letti chirurgici per posizionare e stabilizzare il paziente durante l’operazione, gli interventi duravano almeno due ore e le difficoltà tecniche aumentavano il rischio di complicanze. Negli ultimi sei-sette anni, invece, la procedura si è affinata notevolmente. Oggi una protesi d’anca per via anteriore può essere eseguita in circa un’ora, con maggiore precisione e sicurezza.
Anche l’aspetto estetico è migliorato: «Utilizziamo tecniche di chiusura della ferita molto più delicate, con punti interni che non si vedono ed evitano i segni più evidenti lasciati in passato da quelli metallici», spiega Randelli.
Ora la tecnica si sta spingendo oltre: in centri altamente specializzati è possibile intervenire su una protesi già impiantata per sostituirla o correggerla, utilizzando lo stesso accesso anteriore. «Si tratta di un intervento molto complesso, eseguito da pochi chirurghi con grande esperienza», sottolinea Randelli. «Nel nostro lavoro il fattore umano è centrale: le variabili sono molte e non tutto può essere standardizzato».
Anche sul fronte della robotica, l’entusiasmo iniziale si è ridimensionato. «I robot sono strumenti utili, ma non fanno la differenza da soli», osserva l’esperto. «In alcuni casi allungano i tempi dell’intervento e aumentano i costi, senza migliorare in modo significativo i risultati per il paziente. Restano indispensabili competenza ed esperienza del chirurgo, perché il robot esegue solo ciò che gli viene indicato».

La realtà virtuale
Più che la robotica, a rivoluzionare la chirurgia dell’anca sono state le tecnologie digitali. Strumenti basati sulla realtà virtuale e aumentata permettono ai chirurghi di “vedere” l’anatomia del paziente in modo completamente nuovo durante l’intervento, aumentando la precisione e riducendo i margini di errore.
«Indossiamo visori simili a occhiali intelligenti», descrive Randelli. «Dopo aver aperto l’articolazione, appoggiamo sull’osso un piccolo strumento simile a una penna, con cui tocchiamo diversi punti dell’anca per tracciarne i contorni. I sensori presenti sul “pennino” registrano i dati e ricostruiscono in tempo reale una mappa tridimensionale estremamente precisa».
Guardando nel visore, il chirurgo vede l’articolazione “in trasparenza”, con tutti i riferimenti necessari per orientarsi. «Così possiamo sapere con precisione dove intervenire, con quale inclinazione inserire la protesi e come posizionare ogni componente, con uno scarto minimo. Il corretto posizionamento è fondamentale per il risultato finale».
L’obiettivo rimane sempre lo stesso: ricostruire il più possibile l’anatomia naturale del paziente, garantendo un movimento fluido e armonioso, tenendo conto che l’articolazione dell’anca – collegando il bacino al femore – è quella che ci permette di camminare, correre, saltare, salire le scale e persino compiere gesti semplici come infilare un paio di calze.
Un ulteriore vantaggio delle tecnologie digitali è la riduzione dell’uso dei raggi X in sala operatoria. Grazie alle informazioni dettagliate fornite dai sensori, diventa meno necessario ricorrere a controlli radiografici continui, limitando l’esposizione sia per il paziente sia per l’équipe medica.

Materiali duraturi
Anche i materiali hanno fatto passi da gigante. Oggi gli impianti sono realizzati con leghe metalliche, come il titanio e il cromo-cobalto, scelti per la loro resistenza e per la capacità di integrarsi bene con l’osso. Al loro interno ci sono componenti in polietilene ad altissima qualità, una plastica che favorisce lo scorrimento ed è stata ottimizzata per resistere all’usura, e superfici in ceramica estremamente lisce e dure che riducono al minimo l’attrito quando si muove l’articolazione.
La combinazione di questi materiali permette di ottenere impianti molto stabili e duraturi, in grado di funzionare per oltre 25 anni con le giuste accortezze. «Per preservarne la durata, il paziente deve seguire le indicazioni del chirurgo», raccomanda Randelli. «Bisogna evitare sforzi eccessivi, praticare attività fisica moderata, mantenere un peso corporeo adeguato e rispettare i controlli periodici, così da far “lavorare” la protesi nelle migliori condizioni possibili».
Ma quando è davvero il momento di fare una protesi? L’indicazione principale resta la coxartrosi, una patologia degenerativa che colpisce la cartilagine, quel sottile strato di tessuto liscio e resistente che riveste le superfici articolari e permette il movimento fluido tra le ossa. Si opera quando il dolore diventa tale da compromettere attività quotidiane come camminare, salire le scale o anche solo stare in piedi per un tempo prolungato, e quando le terapie conservative – farmaci, fisioterapia, infiltrazioni – non danno più sollievo.
«Esistono poi altre situazioni in cui può essere indicata, come esiti di traumi importanti, fratture del collo del femore nelle persone più anziane o casi di malformazioni dell’anca non completamente corrette nell’infanzia e che nel tempo portano a un’usura accelerata dell’articolazione», indica l’esperto.
Già nel 2007 la rivista The Lancet definiva la protesizzazione dell’anca come “l’intervento del secolo”, per il suo equilibrio straordinariamente favorevole tra rischi e benefici. «Oggi, grazie a materiali resistenti, tecniche mini-invasive e tecnologie digitali sempre più precise, non è più solo un rimedio contro il dolore», conclude Randelli. «È uno strumento che restituisce libertà di movimento, autonomia e qualità della vita per decenni».