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Nella prateria il leone insegue la gazzella. Nei boschi la lince dà la caccia alla lepre. Nel mare gli squali pattugliano l’acqua alla ricerca di pesci. Scene che non riguardano solo gli animali, perché predatori e prede sono presenti anche nella società contemporanea, influenzando economia, tecnologia, politica e perfino la nostra salute. Di questo tema si è a lungo occupato Valter Tucci, senior group leader del laboratorio di genetica neurocomportamentale dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova e autore del saggio L’intelligenza delle prede, edito da Bompiani.


Valter Tucci, senior group leader del laboratorio di Genetica neurocomportamentale del dipartimento di Neuroscienze e neurotecnologie dell'Istituto italiano di tecnologia di Genova
Professore, chi sono i predatori nella nostra vita quotidiana?
«I predatori più evidenti sono quelli che riconosciamo facilmente, perché lasciano tracce visibili: guerre, conflitti, violenze. Poi ci sono quelli più insidiosi, che non infrangono nessuna legge: li incontriamo tutti i giorni, in famiglia, al lavoro, nelle amicizie. Si tratta di persone che carpiscono la nostra fiducia per poi utilizzarla a loro vantaggio. Nessuno è al riparo, perché riescono a individuare con facilità le debolezze altrui e lì cercano di insinuarsi».
E le prede chi sono?
«La maggioranza, sono molte di più dei predatori. Ma non sono necessariamente la parte debole della società, sono semmai la più vulnerabile. Tutte le persone esposte sono potenzialmente delle prede».
Nella società di oggi, la vulnerabilità, ma anche la sensibilità, sono considerate dei limiti. Possono, invece, costituire delle risorse?
«Assolutamente sì. Fin da piccoli ci hanno insegnato a considerare la vulnerabilità un problema da superare, una mancanza, una crepa. Ci hanno sempre detto che bisogna farsi forza, resistere, non mostrarsi deboli, non lasciarsi ferire. Una vera e propria grammatica culturale che permea la società, in cui la fragilità è ammessa solo se temporanea. Intendiamoci, la vulnerabilità in sé non è necessariamente una risorsa: può rendere ricattabili, stanchi, soli, dipendenti. Però, mettendoci in una condizione di esposizione, ci rende molto più recettivi nei confronti del contesto. Un esempio sono le donne che hanno subìto violenza da parte dei partner: negli anni hanno imparato a riconoscere i dettagli, i cambi di umore, perfino i silenzi. In natura la preda sopravvive non perché è più forte del predatore, ma perché capta i segnali ambientali, modificando il proprio comportamento per anticipare il pericolo. La vulnerabilità non è il contrario dell’intelligenza, semmai è una delle sue fonti».
Competizione, rapidità, alti livelli di efficienza: il contesto in cui siamo immersi che effetti ha nel lungo periodo, sul nostro cervello?
«Il cervello non è chiuso nel nostro cranio, ma interagisce con l’ambiente in cui viviamo. È molto plastico, come si dice in termini tecnici, cioè si modifica, e quindi muta in relazione a ciò che osserviamo, temiamo, desideriamo. Se il contesto premia rapidità, competizione, disponibilità permanente, il cervello si adatterà a queste richieste, imparando a gestire uno stato di emergenza continua. Ma tutto ciò ha un costo, con ripercussioni negative, oltre che sul cervello, anche su apparato endocrino, sistema immunitario, metabolismo. Biologicamente il cervello ha, infatti, bisogno di alternanza tra attenzione e distrazione, sforzo e recupero, relazioni sociali e solitudine. Quando siamo sottoposti a input continui, la nostra capacità di elaborare le informazioni si riduce e viene sacrificata la complessità a favore della semplificazione».
Questa continua sollecitazione riguarda anche i social e le nuove tecnologie. Funzionano secondo logiche predatorie che sfruttano le vulnerabilità del cervello?
«La tecnologia può diventare predatoria, ma di per sé non lo è. Predatorio è piuttosto il modo in cui viene progettata, finanziata e governata. Uno smartphone o un social network possono essere strumenti molto utili. Il problema sorge quando vengono costruiti per catturare la nostra attenzione, attraverso meccanismi come notifiche continue, piccole gratificazioni, attese costanti, che ci procurano un’allerta quasi permanente. In questi casi la tecnologia smette di essere una risorsa e rischia di sottrarci libertà di scelta».
Di cosa avrebbe bisogno il nostro cervello per stare bene o, comunque, per stare meglio?
«Il cervello ha anzitutto bisogno di sonno: dormire non serve solo a riposare, ma anche a regolare memoria, concentrazione, equilibrio emotivo. Un altro elemento fondamentale è l’attività fisica: il cervello non è separato dal corpo e per questo ci fa bene camminare, frequentare una palestra, fare una nuotata. Poi ci sono i rapporti sociali: siamo esseri relazionali e necessitiamo di interagire con gli altri. Importante è anche recuperare un tempo non predatorio, cioè momenti liberi, in cui è persino concesso annoiarci. Infine, abbiamo bisogno di contesti in cui sentirci al sicuro, dove possiamo essere noi stessi senza timore».
Ci sono strategie per difenderci da un sistema predatorio che rischia di fagocitarci?
«L’errore è pensare che l’unico modo per difenderci sia diventare a nostra volta predatori. In natura esistono inversioni del rapporto tra preda e predatore, ma riprodurre lo stesso sistema rischia di alimentare ulteriormente il problema. Il primo antidoto, allora, è imparare a riconoscere le dinamiche predatorie, come una relazione tossica o un lavoro che erode le nostre energie. Il secondo antidoto è non restare soli, perché sostegno reciproco e cooperazione sono valide forme di protezione: una preda isolata è molto vulnerabile, mentre il gruppo riduce i rischi. Il terzo antidoto è riconoscere e rispettare i propri limiti, senza andare oltre: a volte si può anche dire di no».
Quale futuro è immaginabile?
«Vedo un futuro conteso tra due logiche: quella predatoria e quella della preda. La domanda che dovremmo porci non è chi vincerà, ma se saremo ancora capaci di proteggere la continuità della nostra specie. Non si tratta di un’utopia pacifista né di una risposta consolatoria. Dovremmo, invece, imparare a distinguere la forza dalla violenza, la competizione dalla predazione, la protezione dal controllo, la sensibilità dalla debolezza, la vulnerabilità dall’impotenza. Perché le parole che scegliamo, e il modo in cui le utilizziamo, contribuiscono a costruire il mondo in cui viviamo».


"L’intelligenza delle prede" (Bompiani), il recente saggio del neuroscienziato Valter Tucci









