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Foto di Leandro Emede. L’abito è di Dries Van Noten, i gioielli di Roberto Coin; styled by Rebecca Baglini founder & Ceo Styledbyme; fashion coodinator Maria Meinero; team Baglini Martina Zaramella; hair Grazia Mangino; make up Mara Demarco.
La giornalista Francesca Barra è diventata una delle conduttrici televisive di punta di Rete 4, al timone del talk show 4 di sera Weekend da due stagioni. Ma invece di inseguire a ogni costo la presenza sul piccolo schermo, ha deciso di ritagliarsi un periodo di stop.
«Mi fermerò questa estate dopo due anni di conduzione quotidiana senza pause», racconta. «E ho scelto di dirlo apertamente perché trovo importante sottrarre le scelte delle donne al meccanismo delle interpretazioni, dei retroscena, delle diagnosi pubbliche travestite da commento».


Francesca Barra con il marito, l'attore Claudio Santamaria
Madre di quattro figli e moglie dell’attore Claudio Santamaria, negli ultimi anni ha raccontato spesso i temi della famiglia attraverso i suoi libri, tra cui il recente e fortunato Il no che vorrei dirti (Giunti). Nei 12 capitoli, ciascuno con un focus su un aspetto della comunicazione social, si intrecciano storie vere e riflessioni di psicologi, pedagogisti, linguisti e insegnanti. Il risultato è una Guida pratica per genitori smarriti, come recita il sottotitolo, smarriti tra gli smartphone e le chat dei figli.
Francesca Barra, che farà dopo questa pausa dalla tv?
«Dopo non lo so. Sceglierò che cosa non fare o chi non essere. È un obiettivo di maturità e serenità raggiunto, finalmente».
Perché ne parla come se fosse strano prendersi un periodo per sé?
«Una donna che rallenta, cambia ritmo o ridefinisce le proprie priorità viene ancora letta come un problema da spiegare. Come se fermarsi coincidesse con sparire. Come se il valore di una persona dipendesse esclusivamente dalla sua disponibilità continua, dalla produttività, dalla presenza permanente».
Invece?
«Ascoltare il proprio corpo, la propria mente, il proprio bisogno di equilibrio non è una debolezza, ma un diritto. E rifiutare la cultura della performance a ogni costo è una scelta personale che diventa inevitabilmente anche politica, perché mette in discussione un modello sociale che pretende soprattutto dalle donne di essere sempre efficienti, presenti come desiderano gli altri. Dopo un reel in cui raccontavo questa mia decisione, ricordando anche quando, dopo la nascita della mia quarta figlia, qualcuno scrisse che “ero finita”, ho ricevuto centinaia di messaggi. Donne che mi hanno affidato storie di burnout, mobbing, maternità vissute come colpe professionali, cambi di vita giudicati come fallimenti, pause scambiate per sconfitte».
Che cosa hanno in comune quei messaggi?
«Una domanda: perché continuiamo a parlare di salute mentale, benessere ed equilibrio, se poi non concediamo alle persone la libertà concreta di fermarsi, cambiare, respirare? Il benessere non può essere uno slogan buono per i convegni e impraticabile nella vita reale. Finché una donna verrà considerata “finita” ogni volta che smette di aderire alle aspettative della performance continua, il problema non sarà la sua pausa. Ecco perché ritengo questa mia esperienza importante per tante donne. Non siamo mai finite, ma (in)finite e infinite sono le nostre possibilità. Io devo e voglio lavorare, sono una donna indipendente e ho tante responsabilità. Ma quello che farò dipenderà dal rispetto per me stessa, dal tempo che voglio dedicare a me e alla mia famiglia».
Essere madre di quattro figli dai quattro ai vent’anni, è un grande carico fisico ed emotivo. Le è mai pesato?
«Non ci sono mai stati momenti in cui mi è pesato. Ho letto di recente il racconto di donne che ammettevano di essersi pentite di avere avuto figli. Io mai: i miei li ho desiderati profondamente. Intendiamoci: rispetto il coraggio di chi riesce a esprimere anche emozioni difficili senza vergogna. Però io sto bene con i miei figli, in qualche modo mi sono ricostruita anche attraverso la maternità. Non voglio dipingermi come un’eroina, perché non lo sono affatto. Esplodo come tutte le madri…».
Le gravidanze sono state faticose?
«Diciamo che hanno lasciato un segno fisico. Indosso body e guaine contenitive ma non ne faccio un dramma».
Per appiattire la pancetta?
«Ho una diastasi addominale, cioè una separazione eccessiva dei muscoli retti dell’addome. Una delle conseguenze è un rigonfiamento visibile della pancia ma ce ne possono essere anche altre, molto serie».
A lei sono capitate?
«Ho scoperto proprio quest’anno di avere una protrusione e un’ernia del disco alla colonna vertebrale. Me ne sono accorta durante alcuni controlli di prevenzione. Dopo le gravidanze, i cesarei e gli interventi che ho affrontato nella vita, ho sempre sofferto di forti dolori alla schiena. Quando è nata Atena, quattro anni fa, mio marito arrivò persino a comprarmi un girello, convinto che il dolore fosse causato dai punti del cesareo. Invece il problema era proprio la schiena».
Pensa che sia riconducibile alla diastasi addominale?
«Sì. Quando viene meno una struttura di sostegno efficace, il corpo inevitabilmente ne risente. Io, per esempio, tendo spesso a stare curva e faccio fatica a mantenere una postura corretta. Credo che la diastasi addominale, abbastanza comune dopo la gravidanza, dovrebbe essere presa molto più seriamente anche dal nostro Servizio sanitario. Sono coperti alcuni tipi di interventi, quelli tradizionali come l’addominoplastica, ma non i nuovi meno invasivi, con le tecnologie robotiche, che hanno costi elevati».
Ha mai pensato di operarsi?
«Sì, ci penso continuamente. È un pensiero costante, però mi hanno spiegato che servono almeno tre settimane di recupero e io non le ho mai avute. Mi chiedo sempre chi potrebbe occuparsi della mia famiglia, anche per via del lavoro di Claudio che è spesso fuori casa. Una volta, dopo il parto, con 39 di febbre sono andata comunque a cucinare per i miei bambini. Claudio, scherzando e forse per incoraggiarmi, mi disse: “Dai, 39 non è 40”. Tre settimane di stop sono davvero tante… Per questo faccio anche un appello dalle pagine della vostra rivista: esiste qualcuno in grado di operarmi con tempi di recupero più brevi?».
Adesso potrebbe trovare il tempo per l’intervento…
«Magari lo farò. Ma ci tengo a chiarire che non è certo questo il motivo per cui mi fermo: è un fatto di benessere mentale».
Quando è comparso il problema?
«Con la mia prima gravidanza. Ero giovanissima, avevo 26 anni e nessuna amica che avesse avuto figli. Mia madre era lontana e mi sono trovata ad affrontare tutto completamente da sola. Avevo anche un diabete gestazionale che nessuno mi aveva diagnosticato, perché non mi era stato fatto l’esame del glucosio. Vedevo questa pancia crescere in modo anomalo, sentivo che qualcosa non andava, ma non avevo nessuno con cui confrontarmi. Poi, quasi per caso, ho fatto un consulto con un altro ginecologo, che è poi stato quello che mi ha seguito fino alla fine della gravidanza e fu lui ad accorgersi della gestosi e ad aiutarmi moltissimo».
Viste queste premesse, come è stato il parto?
«Il bambino stava per nascere, ma io non riuscivo a spingere. Ricordo un’ostetrica che continuava a ripetermi “spingi, spingi”, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma io non ci riuscivo. Dopo il parto è iniziato il vero incubo. Mi si è lesionato il nervo pudendo, uno dei principali nervi della zona pelvica che dalla parte bassa della schiena arriva fino ai genitali, al perineo e all’area dell’ano. Per due anni e mezzo, quasi tre in realtà, ho consultato qualsiasi specialista. Non riuscivo a sedermi e giravo con una ciambella portandomi dietro il bambino alle visite perché ero comunque da sola. Ero sfinita. Il vero problema era che nessuno considerava il mio quadro clinico nel suo insieme. Mi mandavano dal ginecologo, poi dall’osteopata o da altri specialisti, ma ognuno aveva una visione limitata al proprio ambito di competenza. Ho speso una fortuna in visite, analisi del sangue continue, esami invasivi. A un certo punto persino un centro analisi mi disse: “Signora, torni a casa, qui stanno sbagliando qualcosa”».
Si è sentita abbandonata?
«A un certo punto mi sentivo come Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento. Mi operavano, mi richiudevano, parlavano di aderenze, infiltrazioni, nuovi interventi. Mi sono sentita trattata davvero come una cavia. A quel punto ho iniziato a cercare da sola, passavo ore online digitando parole come “nevralgia”, “nervo pudendo”, “dolore”. È così che ho trovato a Milano due specialisti delle pelvi, la neurofisiologa Silvia Malaguti e l’osteopata Jacques Lamarche. Da loro sono arrivata facendo il viaggio in treno praticamente in piedi, perché non riuscivo nemmeno a sedermi. E loro mi hanno salvata. Non soltanto perché mi hanno curata bene, ma perché mi hanno restituito fiducia nel rapporto tra medico e paziente. Ancora oggi, dopo vent’anni, fanno parte della mia famiglia».
Cosa dovrebbe cambiare nel racconto della salute femminile?
«Bisognerebbe smettere di pensare che le donne debbano sopportare tutto. È come se ci venisse insegnato che la fatica e il dolore siano nel Dna della maternità. Se pensiamo solo a quanta fatica abbiamo fatto persino per farci fare l’epidurale. A me dissero: “Le altre ce l’hanno fatta senza”. Come se dovessi quasi vergognarmi di voler vivere un parto con meno dolore. Anche oggi sembra che dobbiamo chiedere il permesso per stare bene, per essere serene. E invece no, dobbiamo avere la libertà di chiedere aiuto senza sentirci in colpa».
Torniamo al primo parto. Com’è andata subito dopo la nascita?
«Renato è nato di quasi quattro chili, ma non riusciva ad attaccarsi al seno. Io stavo malissimo fisicamente e lui ha perso molto peso, tanto da dover essere messo sotto la lampada per l’ittero. Io andavo a trovarlo in ospedale e piangevo. Mi chiedevo: “Cos’è che non va in me?”. Vedevo altre madri serene e mi sentivo completamente sbagliata. Poi un giorno un medico mi consigliò di smettere di torturarmi con l’allattamento e di passare serenamente al latte artificiale. Mio figlio ha ricominciato a stare bene, a dormire, a crescere. E io ho ricominciato a respirare».
Com’è il vostro rapporto?
«Con mio figlio da subito ho instaurato un rapporto profondissimo. Oggi ha vent’anni, ha la sua vita, ma da piccolo era tutto il mio mondo».
Tra famiglia e lavoro non si può dire che si annoi…
«Quello che mi manca davvero è il “tempo vuoto”, il silenzio, quel momento in cui puoi fermarti, guardare fuori dalla finestra e pensare. Io sono una donna molto casalinga, amo stare nel mio nido, ma oggi vivo tutto come un enorme Tetris, figli, scuola, lavoro, cani, orari. Atena, la più piccola, rispetto agli altri è totalizzante, ha un bisogno continuo della mia presenza. Così spesso mi arrangio come posso. A volte mi chiudo nella doccia per finire un articolo, altre mi nascondo dietro la tenda delle scale o nella cabina armadio pur di riuscire a lavorare in pace. L’altro giorno dovevo assolutamente controllare dei biglietti del treno mentre tutti mi cercavano per casa e io ero lì nascosta, in silenzio. Come dicevo, è un po’ l’arte di arrangiarsi».
Fa sport?
«Non sono una di quelle che vivono per la palestra o che fanno vedere gli addominali in bikini. Quello che mi pesa davvero è il poco tempo per me stessa. Ammiro quelle donne che si svegliano alle sei del mattino per andare a correre o fare ginnastica, io le invidio sinceramente. Ma non credo che siano i miei figli a impedirmelo. È proprio la mia natura, per me uscire spesso è quasi una fatica. Ovviamente negli anni ho provato a organizzarmi. Ho comprato quei tappetini super tecnologici che continuano a pubblicizzare ovunque online, con elastici e accessori, e ho fatto venire persino un’insegnante a casa. Ho tentato anche il Gyrotonic, ma poi, tra una cosa e l’altra, sono mesi che non vado. Spesso mi portavo dietro anche le bambine. In realtà la mia vera attività fisica è sopravvivere alle giornate con quattro figli, tre cani, il lavoro e tutto il resto. Però qualche spazio ho imparato a ritagliarmelo».
Quale?
«Se devo correggere un articolo o fare una telefonata, salgo subito sulla cyclette».













