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Federica Pellegrini con la primogenita Matilde e Rachele, nata il 2 aprile da parto cesareo
La recente maternità di Federica Pellegrini ha riacceso i riflettori su un dibattito annoso, purtroppo uno dei tanti intorno al corpo delle donne: fino a che punto il parto cesareo è una necessità medica e quando una scelta arbitraria? Diciamolo subito: del tutto fuori luogo le critiche all’ex campionessa di nuoto, che ha dato vita a Rachele, la sua secondogenita, con un cesareo programmato. Una decisione prudente, maturata seguendo le indicazioni dei medici visto che il parto precedente si era concluso con un cesareo d’urgenza.
Le linee guida internazionali incoraggiano, in assenza di controindicazioni, il parto vaginale, quello “naturale”, che consente un recupero più veloce della madre. «Nonostante la pratica sia estremamente collaudata, l’intervento, come tutti gli atti chirurgici, comporta qualche rischio», spiega la ginecologa Irene Cetin, alla guida del centro nascita della Clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano.
In Italia, secondo il più recente Rapporto Cedap del ministero della Salute, relativo al 2024, il 29,8% dei parti avviene con taglio cesareo: meno del 38% raggiunto nel 2008, ma ancora tra i primi posti in Europa. Come si spiegano questi dati? «Negli ultimi decenni è aumentata l’età media delle madri al primo figlio», continua la ginecologa. «Nel 2024 è stata di 33,3 anni per le italiane e di 31,3 anni per le cittadine straniere. Inoltre, sono più frequenti le gravidanze ottenute con tecniche di procreazione assistita (quindi i parti gemellari, ndr), e sono cresciuti fattori di rischio come obesità, diabete e ipertensione: tutti elementi che rendono la gravidanza più complessa e aumentano la probabilità di intervento chirurgico».
Per fare chiarezza, ecco le risposte alle più comuni domande sul cesareo.
Quando è indicato programmare il parto con il taglio cesareo?
«Esistono condizioni, sia della futura madre sia del feto, che rendono indicato il parto cesareo, anche se la scelta viene sempre valutata caso per caso dall’équipe di medici ginecologi-ostetrici», dice Elsa Viora, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «Le principali indicazioni sono:
• la presentazione podalica del feto, quando il nascituro prima del travaglio è posizionato con i piedi rivolti verso il basso e la testa verso l’alto;
• la placenta previa, quando la placenta copre completamente o parzialmente il passaggio del feto nel canale del parto;
• alcune condizioni di gravidanze gemellari;
• alcune patologie della madre o del feto;
• precedenti parti cesarei (da valutare caso per caso)».
È sensato ricorrere al cesareo per evitare il dolore del parto vaginale?
Molte richieste di cesareo nascono dalla paura del dolore. In questi casi, i medici possono proporre la partoanalgesia, una tecnica utilizzata durante il parto per ridurre il dolore. «In alcune regioni come la Lombardia è prevista nei livelli essenziali di assistenza e dovrebbe essere accessibile a tutte le donne», ricorda Cetin. Ridurre la paura del dolore può aiutare molte future mamme a scegliere il parto vaginale con maggiore serenità».
E se la donna ha paura del parto?
«Soprattutto le donne che aspettano il primo figlio possono incorrere in una paura del parto, chiamata tocofobia», precisa Viora. «In questi casi, si apre un percorso di supporto ostetrico e psicologico. Se la paura è profonda, strutturata e non risolvibile, il cesareo può entrare nella valutazione clinica. Non come automatismo, ma come esito di un percorso. È una distinzione importante: non un “cesareo a richiesta” in senso semplice, bensì una decisione clinica maturata sulla base di un disagio documentato».
Una donna può comunque scegliere di partorire con il taglio cesareo?
Un documento dell’Istituto superiore di sanità specifica che il cesareo su richiesta materna senza indicazione clinica non è raccomandato. In altre parole, non esiste in Italia un “diritto automatico” a questo tipo di parto solo perché lo si preferisce. La donna viene ascoltata, informata, accompagnata, ma la decisione finale resta un atto medico, che deve essere appropriato. «Nella pratica clinica», evidenzia Cetin, «il desiderio della madre oggi viene considerato molto più che in passato. Le donne sono più consapevoli, più partecipi, più informate. Ascoltare una richiesta non significa però trasformarla automaticamente in indicazione chirurgica».
Quali sono i rischi legati all’intervento?
«Può aumentare, nelle gravidanze future, il rischio di placenta previa, aderenze, difficoltà riproduttive e complicanze legate a cicatrici uterine non perfettamente guarite», afferma Cetin. «Senza dimenticare l’istmocele, una difettosa cicatrizzazione della parete uterina che può provocare mestruazioni più lunghe e dolorose e, talvolta, richiedere un intervento correttivo». Per il neonato, la nascita per via vaginale offre vantaggi importanti. «Il passaggio nel canale del parto permette un microbiota iniziale più favorevole», aggiunge Viora, «mentre nei nati da cesareo è più frequente il distress respiratorio transitorio».
Quando e come si esegue l’operazione?
L’intervento viene eseguito intorno alla trentanovesima settimana di gravidanza, generalmente in anestesia epidurale, quindi con la mamma sveglia. Il chirurgo pratica un’incisione orizzontale sull’addome, poco sopra al pube, per avere accesso all’utero, che inciderà per estrarre il bambino. La durata è in media di 45 minuti. «Oggi si utilizzano sempre di più le tecniche conservative, come quella di Stark, che limita a pochi centimetri i tagli e segue le linee anatomiche dei tessuti», spiega Cetin «Il risultato è un intervento meno invasivo, con meno suture e un recupero generalmente più rapido».









