Il nostro benessere dipende anche dal tempo che passiamo con la bocca chiusa. Non è solo un modo di dire: molte persone stringono i muscoli del volto e sfregano o digrignano i denti senza accorgersene, mantenendo la mandibola in uno stato di tensione costante. Questo insieme di movimenti involontari ha un nome preciso – bruxismo – ed è tutt’altro che raro.
Il primo riferimento è il dentista, meglio se esperto in dolore orofacciale, che si occupa della diagnosi e del trattamento delle disfunzioni che interessano l’apparato masticatorio. Sarà lui a coordinare il percorso terapeutico coinvolgendo altri specialisti, come fisioterapista, neurologo o psicologo, in base ai sintomi e alle necessità del paziente.

Un fenomeno in crescita
Le attuali evidenze scientifiche, sintetizzate in vari articoli sulla prestigiosa rivista Cranio: The Journal of Craniomandibular & Sleep Practice, stimano che ne soffra solo durante il sonno tra l’8 e il 12% degli adulti, mentre il 22-30% tende a contrarre la mandibola non solo di notte ma anche nelle ore diurne.
Episodi isolati non provocano danni, ma quando il comportamento diventa abituale è importante prestare attenzione: l’attrito ripetuto può consumare lo smalto dentale e la tensione protratta può affaticare i muscoli della masticazione, scatenare mal di testa e compromettere il riposo notturno.
Il bruxismo sta diventando sempre più comune, al punto da essere considerato uno dei disturbi emergenti del nuovo millennio. Le stime sugli italiani che ne soffrono, qualcosa come 15-18 milioni di persone, offrono un’idea dell’ampiezza del problema, ma vanno interpretate con cautela. «Si tratta spesso di stime indirette», osserva Daniele Manfredini, professore associato presso il Dipartimento di Biotecnologie mediche dell’Università di Siena e coordinatore del gruppo di esperti che lavora sulla definizione aggiornata e sulle strategie di classificazione del bruxismo all’interno dell’International Association for Dental Research, l’associazione internazionale per la ricerca dentale. «Per misurare davvero il fenomeno nella sua frequenza, intensità e distribuzione nelle 24 ore servirebbero strumenti oggettivi, capaci di distinguere un’attività muscolare intensa ma innocua da una condizione che provoca sintomi». Proprio Manfredini, sulle pagine del Journal of Oral Rehabilitation, nel 2024 ha presentato con il suo team lo Stab (Standardised Tool for the Assessment of Bruxism), un sistema pensato per valutare il bruxismo in tutte le sue forme. Il metodo integra tre livelli di analisi: ciò che racconta il paziente, l’osservazione clinica e i dati registrati da piccoli sensori applicati sulla guancia per 24 ore, simili a un Holter pressorio. Questo offre un quadro più preciso dell’attività muscolare, distinguendo un comportamento intenso ma innocuo da una condizione che merita attenzione, evitando approcci standardizzati che non funzionano per tutti.
Gli esperti concordano su un punto: circa un terzo della popolazione sperimenta, nel corso della vita, una fase di marcata attività dei muscoli masticatori. E tutto lascia pensare che si tratti di “un’epidemia” silenziosa in crescita, più legata ai ritmi e alle pressioni della vita moderna che a un reale aumento delle diagnosi.

La bocca non c’entra
Per molto tempo si è creduto che la malocclusione dentale fosse una delle principali cause di bruxismo. Oggi, però, le evidenze scientifiche hanno ribaltato questa visione. «I denti non c’entrano», chiarisce Manfredini. «Purtroppo esistono ancora professionisti che alimentano timori infondati, attribuendo mal di testa, dolori alla schiena o altri disturbi a una dentatura “incongrua”. È un business privo di fondamento: le linee guida internazionali lo hanno smentito da anni».
Oggi sappiamo che il bruxismo dipende dal sistema nervoso centrale. Il fattore più importante è la componente psicologica: stress, tensione emotiva e sovraccarico mentale possono portare a serrare o digrignare involontariamente i denti. «Questo può accadere tanto durante il sonno quanto nelle ore diurne, soprattutto nei momenti di concentrazione o sotto pressione», indica l’esperto. «La cosiddetta ipervigilanza è uno stato in cui il sistema nervoso resta costantemente in allerta. Il corpo reagisce irrigidendosi, un meccanismo noto come bracing, e questa contrazione diffusa coinvolge spesso anche la mandibola».

Tra le cause, il reflusso
Accanto allo stress, esistono condizioni che possono favorire o amplificare il fenomeno. I disturbi del sonno, come le apnee notturne, alterano la fisiologia del riposo e possono indurre contrazioni involontarie della mandibola. Anche il reflusso gastroesofageo può stimolare movimenti automatici: quando l’acido dello stomaco risale verso l’esofago, la muscolatura orale può attivarsi in una sorta di risposta protettiva per stimolare la produzione di saliva. Alcune malattie neurologiche, come il Parkinson, possono includere il bruxismo tra i loro segni clinici, mentre diversi farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale – compresi alcuni antidepressivi – possono provocare movimenti involontari simili al digrignamento.
«In questo quadro», riflette Manfredini, «il bruxismo appare come una risposta complessa a tensioni interne, ritmi di vita intensi e condizioni fisiologiche che si intrecciano tra loro».

Riconoscere i sintomi
Individuare il bruxismo non è sempre immediato, soprattutto quando si manifesta durante il sonno. Alcuni segnali, però, possono far sospettare il problema. «I sintomi si dividono in due grandi categorie», evidenzia Manfredini. «La prima riguarda i denti: fratture, scheggiature, usura dello smalto o danni alle protesi possono essere la conseguenza di un digrignamento notturno particolarmente intenso». Sono però manifestazioni che compaiono solo nei casi più severi, quando il disturbo è presente da molto tempo e si esprime sotto forma di digrignamento con una forza significativa.
Molto più frequenti sono le conseguenze muscolo-scheletriche. La mandibola può diventare dolorante, le articolazioni temporo‑mandibolari infiammarsi, i muscoli del volto risultare affaticati, i tendini sovraccaricarsi. Alcune persone lamentano mal di testa ricorrenti o notano che la mandibola “scatta” o produce un clic quando si apre e si chiude. «Sono sintomi tipici di chi utilizza la muscolatura masticatoria per scaricare la tensione emotiva in maniera spropositata rispetto alla possibilità di tolleranza», osserva l’esperto. «È la categoria più comune e quella che porta più spesso a chiedere una valutazione clinica».
Esiste infine una terza conseguenza, più rara e sfumata, che riguarda la sfera neurologica. Uno stato prolungato di ipervigilanza può alterare la percezione sensoriale, generando sensazioni anomale – bruciore alle gengive, formicolii, piccole “scosse elettriche” sotto i denti – in assenza di una lesione visibile. Sono segnali meno noti, ma che possono indicare un sistema nervoso in sovraccarico e che non riesce più a trovare riposo.

Tutte le soluzioni approvate dalla scienza
Per risolvere le cause che provocano il bruxismo e per alleggerire i sintomi, esistono varie soluzioni. Ecco quelle efficaci, secondo la scienza.
Yoga e meditazione. Il trattamento del bruxismo parte dalla gestione della tensione muscolare e dello stress, che rappresentano il motore principale del disturbo. Tutte le attività che favoriscono il rilassamento – yoga, meditazione, respirazione consapevole, musicoterapia, attività fisica ricreativa – possono contribuire a ridurre la frequenza degli episodi.
Diverso è il caso dei dispositivi che promettono soluzioni rapide: «Cuscini, materassi o supporti posturali non hanno prove scientifiche a sostegno», chiarisce l’esperto. «Possono rendere più confortevole il sonno, ma non modificano la tensione mandibolare».
Il bite notturno. Quando il dolore è più marcato, si può ricorrere a un bite notturno, una mascherina in resina che ridistribuisce i carichi. «Dopo aver preso un’impronta personalizzata, il bite viene realizzato da un odontoiatra esperto in dolore orofacciale e nelle disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare», illustra Manfredini. «È efficace nel ridurre l’usura dello smalto e alleviare la tensione muscolare, pur non intervenendo sulla causa dello stress. Il costo varia tra 200-400 euro per una mascherina stampata per proteggere i denti e 800-1.500 euro per un bite rigido per la gestione dei dolori. Il bite va generalmente indossato tutte le notti: la durata della terapia dipende dalla gravità del disturbo, ma è sempre bene ricordare che si tratta di una sorta di “stampella” da usare per periodi transitori, per esempio durante i momenti di stress, e possibilmente non per periodi prolungati».
Artrocentesi. Nei casi in cui l’articolazione temporo-­mandibolare sia molto infiammata, gli stessi odontoiatri possono anche suggerire un intervento di artrocentesi, un piccolo drenaggio del liquido infiammatorio – effettuato in anestesia locale con una tecnica di lavaggio articolare a singolo ago – simile a quello che viene eseguito per un versamento al ginocchio.
Fisioterapia. A questo tipo di trattamento si affiancano spesso delle sedute di fisioterapia per sciogliere la muscolatura e migliorare la mobilità dell’articolazione mandibolare. Queste tecniche non servono solo ad alleviare i sintomi, ma possono contribuire a correggere i meccanismi che alimentano il bruxismo. Molti esercizi possono poi essere eseguiti anche a casa, in autonomia, per esempio aprendo e chiudendo lentamente la bocca facendo una lieve resistenza o effettuando piccoli movimenti laterali sotto controllo. Su YouTube si possono trovare diversi video illustrativi di singoli professionisti, cliniche private o canali divulgativi, ma è sempre bene rivolgersi a uno specialista esperto in dolore orofacciale facendo riferimento alla Orofacial Pain Academy, l’accademia italiana di formazione professionale che organizza e promuove eventi e progetti educativi in materia di dolore orofacciale, articolazione temporo-mandibolare e bruxismo. Attraverso l’associazione è possibile ottenere informazioni e chiedere di essere indirizzati allo specialista più vicino al proprio domicilio (contatti al numero di telefono 0585.630964 oppure via mail all’indirizzo info@orofacialpain.academy).
L’app sul telefono. Un ulteriore aiuto arriva dalla tecnologia. «Esiste un’applicazione per lo smartphone, BruxApp, che costa 5,99 euro ed è stata riconosciuta come dispositivo medico per la gestione del bruxismo da svegli», racconta Manfredini. «L’app invia notifiche a orari casuali e chiede all’utente di indicare cosa sta facendo con la mandibola in quel momento. È un modo semplice per prendere consapevolezza delle proprie abitudini, soprattutto durante il giorno, quando molti serrano i denti o contraggono i muscoli del volto senza accorgersene. Pur non misurando direttamente l’attività muscolare, questa applicazione funziona come una sorta di rieducazione cognitivo-comportamentale».
I farmaci. In casi selezionati, soprattutto quando il dolore è significativo, possono essere utili farmaci antinfiammatori o miorilassanti. «Non sono la prima scelta», conclude l’esperto, «ma piccole dosi di benzodiazepine, che sono farmaci ipnotici, possono rilassare la muscolatura e attenuare i sintomi. Ovviamente, se il bruxismo è legato a patologie neurologiche o a disturbi del sonno, il trattamento deve anche integrare la gestione della causa sottostante: solo così è possibile alleviare i sintomi e migliorare davvero la qualità della vita».