Per anni abbiamo creduto che, di fronte al dolore, esistessero solo due strade: sopportarlo oppure spegnerlo. Stringere i denti o affidarsi ai farmaci. Poi, quasi senza clamore, sono comparse altre possibilità: tra queste, una tecnologia che non combatte il dolore con la forza, ma lo inganna, lo confonde, lo rieduca. È la scrambler therapy, una metodica effettuabile anche tramite il Servizio sanitario nazionale, nata alla fine degli anni Ottanta dall’intuizione del bioingegnere italiano Giuseppe Marineo e oggi sempre più utilizzata nei centri di terapia del dolore.
Questa tecnica non interviene sulla causa della sofferenza, ma sul modo in cui il cervello la interpreta, creando un cortocircuito benefico che trasforma una sensazione persistente e invalidante in qualcosa di finalmente tollerabile.
Ma come funziona davvero la scrambler therapy? Per chi è indicata? E quali risultati si possono ottenere? A guidarci dentro questo mondo sorprendente è Laura Landi, dirigente medico dell’unità di Anestesia, Rianimazione e Terapia del dolore del Policlinico di Milano.

Dottoressa Landi, quando il dolore può essere definito cronico?
«Il dolore va sempre ascoltato con attenzione: oggi è considerato un vero e proprio parametro vitale, al pari di pressione arteriosa, temperatura corporea, frequenza cardiaca e respiratoria. Non è qualcosa da minimizzare né da sopportare in silenzio. Diventa cronico quando persiste nel tempo, in genere oltre i tre mesi, e perde il legame diretto con la causa che lo ha originato. A quel punto non è più soltanto un sintomo, ma una vera e propria malattia, una condizione strutturata che si autoalimenta».

In base alla sua esperienza, qual è l’impatto emotivo e sociale?
«Il dolore cronico cambia profondamente la vita di una persona. Non riguarda solo il corpo: coinvolge la sfera emotiva, le relazioni, il lavoro, la qualità del sonno. Chi soffre a lungo modifica abitudini, postura, ritmo delle giornate; spesso si isola, diventa più fragile sul piano psicologico. Anche il sistema nervoso si trasforma, come se fosse sempre in allerta. Per noi algologi, quindi, non si tratta solo di “togliere il male”, ma di intervenire su un equilibrio alterato, cercando di restituire alla persona una qualità di vita accettabile e, quando possibile, una nuova normalità».

Arriviamo alla scrambler therapy: molti la definiscono una terapia che “inganna” il cervello. Funziona proprio così?
«In un certo senso sì. La macchina invia una sequenza di impulsi elettrici a bassa intensità – potremmo chiamarli “frammenti” di informazione – che il sistema nervoso centrale interpreta come segnali di non dolore. Se una persona convive con un dolore cronico e continuo, questi impulsi riescono a sostituire, almeno in parte, il messaggio doloroso con un messaggio diverso, neutro. È qui che si parla di inganno: il cervello riceve un’informazione alternativa e smette di leggere quello stimolo come doloroso. Naturalmente non è un interruttore che spegne tutto all’istante: non possiamo azzerare il dolore con un clic. Però possiamo modularlo, ridurlo in modo significativo e, in molti casi, interrompere il circuito che lo mantiene attivo nel tempo».

In quali malattie si osservano le risposte migliori?
«L’indicazione principale è il dolore cronico di origine neuropatica. Parliamo di tutte quelle condizioni in cui il dolore nasce da un’alterazione o da un danno del sistema nervoso e in cui la causa non è facilmente risolvibile. In altre parole, è utile quando il dolore non dipende più da un’infiammazione acuta o da un problema “meccanico”, ma da un segnale nervoso che si è stabilizzato nel tempo».

Per esempio?
«Un esempio tipico è la nevralgia post-erpetica, il dolore che può rimanere anche a distanza di mesi dopo un episodio di fuoco di Sant’Antonio: la pelle guarisce, ma il nervo continua a inviare segnali dolorosi molto intensi. Un’altra situazione frequente è quella delle radicolopatie da ernia del disco, sia lombare sia cervicale: quando un disco comprime una radice nervosa, il dolore può irradiarsi lungo la gamba o il braccio e, anche dopo aver trattato l’ernia, il nervo può restare sensibilizzato e continuare a far male. La terapia è utile anche nelle algie facciali atipiche, quei dolori al volto che non dipendono da denti o articolazioni ma da un’alterazione dei nervi facciali, spesso difficili da diagnosticare e molto invalidanti. In generale, funziona bene in tutte le neuropatie periferiche caratterizzate da un dolore bruciante, a scossa o che si irradia lungo il percorso di un nervo».

Salute e medicina

Ernia del disco: cause, sintomi, diagnosi e cure

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Si usa anche nei pazienti oncologici?
«Non è la regola, però in alcune situazioni la utilizziamo, soprattutto quando la malattia ha provocato la compressione o la sofferenza di un nervo che non si può trattare in altro modo».

Come si svolge una seduta?
«Gli impulsi elettrici vengono erogati attraverso elettrodi simili a quelli dell’elettrocardiogramma. Prima si individua con precisione l’area del dolore, che viene “mappata”, poi gli elettrodi vengono posizionati sopra, sotto o ai lati della zona interessata, in modo da far passare idealmente il dolore all’interno di un campo elettrico. A quel punto si avvia l’erogazione degli impulsi: non si tratta di scosse dolorose, ma di una sensazione percepita come un lieve formicolio».

Quanto dura?
«Di solito tra i 30 e i 45 minuti. Un aspetto fondamentale, però, è la continuità: la terapia va eseguita ogni giorno, per almeno due settimane consecutive, dal lunedì al venerdì. Questo richiede un certo impegno da parte del paziente, che deve recarsi quotidianamente al centro, e da parte dell’équipe sanitaria, che deve garantire la presenza costante dell’operatore. È proprio questa regolarità a determinare l’efficacia del trattamento».

Il beneficio permane a lungo?
«Dipende dal tipo di dolore, ma anche da quanto tempo il paziente ne soffre: un dolore presente da tre anni è diverso da uno che dura da dieci anni o più. Se il dolore è radicato nel tempo, può essere complesso ottenere un beneficio stabile. In alcuni casi l’effetto si mantiene a lungo e può essere sufficiente un solo ciclo all’anno, in altre situazioni è necessario ripetere il trattamento con maggiore frequenza. È un percorso che va personalizzato, sulla base della risposta individuale».

Molti pazienti arrivano alla scrambler therapy dopo aver provato di tutto: quanto conta la selezione dei casi clinici per ottenere risultati concreti?
«È fondamentale. Prima di proporre la scrambler therapy viene effettuata una valutazione completa: si individua il tipo di dolore e si valuta anche la disponibilità e la collaborazione del paziente. Non ci sono test predittivi certi, quindi si fa un primo approccio pratico con la macchina: si mappa l’area dolorosa, si posizionano gli elettrodi e si chiede al paziente di segnalare se durante l’erogazione il dolore cambia o si attenua, ad esempio muovendo l’arto interessato. Questo permette di capire subito se la terapia può essere efficace per quel caso specifico».

Quindi la frequenza e l’intensità degli impulsi vengono personalizzate?
«Sì, è una delle terapie più “su misura” che ci siano e per questo l’efficacia varia da persona a persona. Alcuni rispondono subito, altri gradualmente, altri ottengono benefici più parziali, come una riduzione del formicolio o di alcune sensazioni dolorose. Non è una soluzione miracolosa».

Permette di ridurre i farmaci antidolorifici?
«Sì, molti pazienti riescono a diminuire le dosi, passando dall’assunzione quotidiana a un uso solo al bisogno. Questo non è soltanto un segnale dell’efficacia della terapia, ma rappresenta anche un vantaggio concreto: per chi ha più patologie o assume molti medicinali, ridurre gli antidolorifici significa limitare gli effetti collaterali e i rischi legati alla politerapia, migliorando nel complesso la qualità di vita».

Ci sono altri benefici?
«Ridurre il dolore significa spesso sbloccare altre possibilità terapeutiche: un paziente che soffre meno riesce a muoversi meglio, a partecipare alla fisioterapia e a riprendere percorsi riabilitativi prima impossibili. In questo modo il beneficio non è solo sintomatico, ma funzionale».

Molte donne convivono con dolori pelvici cronici ed endometriosi: in questi casi serve?
«Per queste condizioni non esiste un’indicazione specifica alla scrambler therapy. Il dolore da endometriosi, per esempio, è prevalentemente viscerale e infiammatorio, non tipicamente neuropatico. Tuttavia, in alcuni casi, la malattia può coinvolgere aree vicine ai nervi o lasciare esiti cicatriziali che generano una componente neuropatica. Qui la terapia può essere presa in considerazione, sempre dopo un’attenta valutazione del singolo caso».

A chi bisogna rivolgersi?
«Il primo passo è una visita presso un centro di terapia del dolore, con uno specialista algologo – di solito un anestesista rianimatore – che possa inquadrare correttamente il problema. Se viene identificata una componente neuropatica e c’è indicazione, sarà lo specialista stesso a proporre la scrambler therapy e a indirizzare il paziente verso un centro che la utilizza. Esiste anche un sito ufficiale della metodica, dove è possibile consultare l’elenco dei centri autorizzati».

Esistono dei neurostimolatori midollari per il trattamento del dolore cronico. Funzionano allo stesso modo?
«No, sono due approcci diversi. La scrambler therapy è una tecnica non invasiva: utilizza elettrodi applicati sulla pelle e agisce a livello periferico, modulando il segnale doloroso prima che arrivi al midollo spinale. È una sorta di “rieducazione” del sistema nervoso. La neurostimolazione midollare, invece, è considerata uno degli ultimi step nella terapia del dolore. Prevede un intervento chirurgico per impiantare elettrodi vicino al midollo spinale, collegati a un generatore sottocutaneo che invia impulsi elettrici direttamente a livello centrale, interrompendo la trasmissione del dolore verso il cervello. In sintesi: la prima è una metodica esterna che lavora a monte, la seconda è un dispositivo impiantabile che agisce più in profondità».

Ci sono controindicazioni?
«La presenza di un pacemaker o di un altro dispositivo impiantabile che eroghi impulsi elettrici. Siccome la terapia utilizza campi di informazioni elettriche, potrebbe teoricamente interferire con questi apparecchi. Per il resto, non ci sono particolari limitazioni: non esistono controindicazioni legate a farmaci in uso né a comorbilità come insufficienza renale, epatica o cardiopatie. Non è prevista un’età massima, mentre nei minori la metodica non è stata studiata per ragioni etiche: l’indicazione riguarda quindi principalmente i pazienti adulti».

Ricorda una seduta in particolare?
«Sì, ce n’è una che mi torna spesso in mente. Un paziente aveva una grave lesione nervosa al braccio: il dolore era così forte da impedirgli di usarlo, come se l’arto fosse immobilizzato non da un gesso, ma dalla sofferenza stessa. Durante la prima seduta è accaduto qualcosa che per noi può sembrare minimo, ma che per lui era enorme: è riuscito a portarsi la mano al volto e ad afferrare un bicchiere, gesti quotidiani che erano diventati impossibili. Quando una persona con dolore cronico riesce anche solo a dormire meglio o a compiere un movimento senza quella sensazione bruciante, capisci che non stai semplicemente attenuando un sintomo. Stai restituendo qualità di vita. E questo fa davvero la differenza».