La noia non è quella sensazione che per decenni abbiamo liquidato come un fastidio da evitare, ma uno stato mentale capace, in certe condizioni, di favorire creatività e introspezione.
Secondo alcune teorie, la noia avrebbe svolto una funzione essenziale nell’evoluzione. «Quando un’attività non offriva più vantaggi, subentrava la noia, che suonava come un campanello d’allarme motivazionale», spiega David Vagni, ricercatore dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma. In altri termini, si tratterebbe di un sistema di allerta che avrebbe aiutato gli esseri umani a non restare intrappolati in situazioni povere di stimoli o prive di opportunità.

Come si legge in uno studio scientifico sul tema, la noia esiste per spingerci a cambiare comportamento, a esplorare l’ambiente oppure a orientarci verso obiettivi più utili (Encyclopedia of Evolutionary Psychological Science, 2019). Ecco perché non coincide con il semplice non fare nulla: possiamo annoiarci anche mentre facciamo qualcosa, se lo percepiamo come un compito ripetitivo, poco coinvolgente o privo di significato.

Che cosa avviene nel nostro cervello
Ma cosa accade a livello cerebrale? «La noia si sviluppa in due fasi distinte», racconta Vagni. «La prima è quella più immediata e coincide con il momento in cui percepiamo che nulla riesce a catturare la nostra attenzione». In questa fase entrerebbero in gioco due precise aree, l’insula anteriore e la corteccia cingolata anteriore, che hanno il compito di confrontare ciò che ci aspettiamo in termini di stimoli con ciò che stiamo effettivamente ricevendo. Se i neuroni registrano un disallineamento, ci sentiamo annoiati.

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A quel punto, ci sono due possibilità: agire o mettersi a pensare. La più comune, oggi, è interrompere subito quella sensazione con uno stimolo immediato: smartphone, social network, e-mail, televisione. «Così facendo, però, la noia non viene realmente elaborata, ma soltanto zittita», osserva l’esperto.
Se invece resistiamo all’impulso di riempire immediatamente quel vuoto, il cervello entra in una modalità più profonda. Si attiva il cosiddetto default mode network, una rete cerebrale distribuita su diverse aree, che si mettono in funzione quando la mente non è concentrata su un compito preciso e inizia a vagare liberamente.
«Questa rete di default è collegata ai ricordi autobiografici, all’introspezione, all’immaginazione del futuro e alla capacità di riflettere su noi stessi e sugli altri», continua Vagni. «È quella che ci permette di fantasticare, collegare idee o lasciare emergere pensieri spontanei». Non è un caso se molte intuizioni arrivano durante attività semplici e ripetitive, come una passeggiata, una doccia, il mare osservato in silenzio, quando la mente è finalmente libera dalla continua pressione degli stimoli esterni.
«Uno studio del 2025, pubblicato su Communications Biology e condotto su oltre duemila partecipanti, ha concluso che la creatività emerge proprio dall’alternanza tra momenti di introspezione e fasi di controllo razionale del pensiero», dice il ricercatore.

Il valore dei momenti a bassa intensità
La noia può consentire la costruzione del senso di sé. Uno studio apparso su Plos One nel 2014 mostra che brevi momenti di riposo vigile, senza stimoli esterni, migliorano la capacità del cervello di trattenere ciò che ha appena imparato. «Durante queste pause, il cervello rielabora e stabilizza i ricordi appena formati, fissandoli in modo più duraturo», dice il ricercatore. «In particolare, l’ippocampo, che è una delle aree chiave per la memoria, tende a riattivare in modo spontaneo le tracce recenti, rafforzandole e rendendole più solide nel tempo».

Nell’era di Instagram si è più insoddisfatti
Peccato che tutto questo si scontri con il modo in cui viviamo. Negli ultimi anni i telefonini colmano anche i più piccoli momenti di vuoto. Quando compare la noia, non ci si prende del tempo per pensare ma si scrollano i video su un social o si controlla WhatsApp.

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Quando internet e smartphone sono una droga

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Eppure, il risultato è paradossale. Nonostante l’intrattenimento continuo su Instagram o Facebook, oggi le persone tendono ad annoiarsi più che in passato (secondo uno studio del 2024 su Communications Psychology). «Il nostro sistema nervoso si è abituato a livelli molto elevati di stimolazione», chiarisce Vagni. «Di conseguenza, tutto ciò che è meno intenso è percepito come insufficiente».
Il problema è che diventano difficili da sopportare anche le normali pause della quotidianità: un’attesa per una visita medica, la coda in aeroporto, qualche minuto di silenzio tra sé. E così si perde quello spazio mentale in cui il cervello potrebbe rallentare, riorganizzare le informazioni e recuperare energie. «La parte più difficile è accettare la fase iniziale di disagio, quei minuti in cui il cervello “chiede” stimoli», riflette Vagni. «Ma è proprio in quel passaggio che si decide se la noia verrà interrotta o trasformata in uno stato più profondo e produttivo».
In fondo, dedicarsi uno spazio mentale non è una scoperta recente: già gli antichi romani parlavano di otium, cioè il tempo liberato dagli affari (negotium) ma dedicato allo studio, alla contemplazione, alla conversazione e alla riflessione, distinguendolo dalla desidia, l’inerzia improduttiva in cui il tempo scivola via senza lasciare traccia. «Quella distinzione antica torna attuale», conclude l’esperto. «La noia può essere un vuoto che ci consuma oppure uno spazio che ci permette di rimettere ordine, capire cosa conta e lasciare sedimentare ciò che viviamo. Sta a noi decidere in quale direzione farla andare».

Essere stufi di tutto non fa bene
Non tutta la noia è uguale. Se una certa dose è fisiologica e persino benefica, ne esiste una forma più stabile e pervasiva che la letteratura definisce propensione alla noia (boredom proneness): è una tendenza cronica a tediarsi facilmente, spesso associata a difficoltà d’attenzione, umore depresso e, talvolta, comportamenti disfunzionali. La differenza si vede da come evolve: la noia “sana” è temporanea e passa quando si cambia attività o contesto; quella problematica resta anche se si prova a far altro, trasmette una sensazione di vuoto continuo e porta a cercare distrazioni immediate o a non riuscire a iniziare nulla di nuovo.