Il silenzio può essere uno dei modi con cui un bambino esprime il suo dolore. Dopo un lutto, un incidente violento o un’altra esperienza traumatica, alcuni bambini smettono di parlare o riducono drasticamente la comunicazione. Non è una scelta volontaria né un gesto di opposizione: è il modo in cui il bambino si difende da emozioni troppo travolgenti. Nella maggior parte dei casi, si tratta di una fase temporanea.

Quando il dolore zittisce
Ogni bambino reagisce a esperienze traumatiche a modo suo. C’è chi piange, chi si arrabbia, chi cerca la vicinanza degli adulti e chi, invece, si ritira nel silenzio. Nelle prime ore o nei primi giorni dopo un trauma, lo shock emotivo può rendere complicato perfino comunicare i bisogni più semplici. Il silenzio diventa una sorta di rifugio, una barriera protettiva che permette al bambino di prendere distanza da ciò che non riesce ancora a comprendere o nominare. È un linguaggio diverso, che va ascoltato con attenzione.

Non sempre è selettivo
Questo silenzio non va confuso con il mutismo selettivo, un disturbo d’ansia in cui il bambino parla normalmente in alcuni contesti ma non riesce a farlo in altri, come la scuola o con persone poco familiari. In questo caso, dopo aver escluso altre cause – quali disordine del linguaggio, disturbo dello spettro autistico o fase di adattamento scolastico – si interviene con approcci psicologici a diverso orientamento e, in casi selezionati, con terapie farmacologiche.
Nel caso di un trauma, invece, la dinamica è differente: il bambino non sceglie di tacere in contesti specifici, ma smette di parlare in modo più globale, come risposta acuta all’evento vissuto. Talvolta il mutismo non è l’unica manifestazione: il bambino può anche manifestare buchi di memoria, apatia, regressione con perdita di funzioni già acquisite (per esempio, il controllo della pipì). In alcuni casi, il mutismo fa parte di un vero e proprio disturbo da stress post traumatico.

L’aiuto dei genitori
Quando un bambino vive un’esperienza dolorosa che non riesce a tradurre in parole, insistere con domande o richieste può aumentare il disagio. È più utile offrirgli un ambiente sereno e rassicurante, rispettare i suoi tempi e lasciargli la possibilità di esprimersi attraverso il gioco, il disegno o il movimento, canali comunicativi che gli consentono di elaborare emozioni e vissuti senza sentirsi sotto pressione.

Bambini e adolescenti

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Se il silenzio persiste per diverse settimane, si manifesta in tutti i contesti di vita o compromette le relazioni, il percorso scolastico o le attività quotidiane, è importante rivolgersi a uno specialista. Una valutazione approfondita permette di comprenderne le cause, individuare eventuali difficoltà associate o riconoscere la presenza di un disturbo da stress post traumatico, così da definire un percorso di sostegno personalizzato.

Le possibili terapie
Tra gli interventi più efficaci rientrano le terapie cognitivo-comportamentali, che aiutano il bambino a riconoscere e gestire le proprie emozioni, riducendo gradualmente l’ansia e affrontando, con modalità progressive e protette, le situazioni che generano paura o tensione. Quando sono presenti disturbi associati, come ansia intensa, depressione o insonnia, lo specialista può valutare anche un supporto farmacologico, sempre come parte di un progetto terapeutico più ampio. Accanto al lavoro con il bambino, la psicoterapia familiare offre ai genitori strumenti per comprendere meglio il problema e adottare modalità relazionali che favoriscano il recupero, evitando atteggiamenti che, pur dettati dalle migliori intenzioni, potrebbero involontariamente contribuire a mantenere il disagio.

Testo raccolto da Paola Rinaldi