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La cantautrice siciliana Silvia Salemi conduce su Rai Isoradio il programma "Back home", in onda il giovedì e venerdì dalle 20 alle 21.
A settembre la cantautrice siciliana Silvia Salemi celebra trent’anni di carriera con un nuovo album che mette al centro l’essere umano, le sue fragilità e la capacità di rinascere. Ad anticipare il progetto è un brano molto intenso, End of Silence.
Silvia Salemi, End of Silence racconta un episodio della sua vita.
«È nata da una ferita che porto dentro da sempre. Quando ero molto piccola ho perso mia sorella Laura a causa di una leucemia mieloide acuta, in un periodo in cui le possibilità di cura erano molto diverse da quelle di oggi. La parola “incurabile” si era impressa nella mia mente come un marchio, perché descriveva un destino che allora sembrava non lasciare alcuna speranza. Per il dolore di quella perdita non esiste una cura, ma fortunatamente la ricerca scientifica ha cambiato il corso di molte storie. Oggi, per tante persone, la malattia non è più una condanna senza appello. End of Silence nasce proprio dal desiderio di trasformare una ferita personale in un messaggio di speranza e rinascita».
La sua canzone è arrivata all’attenzione di un’azienda farmaceutica.
«Sì, AstraZeneca, che l’ha scelta come inno per rinnovare il proprio impegno sulla consapevolezza oncologica. Io avevo scritto una storia personale e loro cercavano un linguaggio capace di arrivare a tutti. La musica ha questo privilegio: entra nelle persone senza barriere, senza pregiudizi. Così una canzone nata da un’esperienza intima è diventata uno strumento per parlare di un tema che spesso fa ancora paura nominare».
C’è stato un momento preciso in cui ha deciso di trasformare il suo dolore in musica?
«Ho scritto canzoni d’amore, brani sulla crescita, sulla maternità, sulla rinascita dopo le delusioni. Questa parte della mia storia, invece, era rimasta in un cantuccio. Nel 2017 l’avevo raccontata in un libro, La voce nel cassetto, ma non ero ancora riuscita a tradurla in musica. A un certo punto ho capito che per parlare davvero della perdita, della malattia e di ciò che resta dopo l’assenza di una persona amata avevo bisogno delle note».
Nel titolo compare la parola “silenzio”. Che significato ha oggi per lei?
«Il silenzio ha attraversato tutta la mia vita. È il silenzio del dolore, quello che arriva quando perdi qualcuno. È il silenzio dello smarrimento, delle domande che non trovano risposta. È il silenzio di chi riceve una diagnosi e improvvisamente vede il proprio futuro cambiare. Ma esistono anche silenzi bellissimi: il silenzio di un abbraccio, di una presenza che non ha bisogno di parole. End of Silence parla soprattutto della necessità di interrompere il silenzio che circonda il cancro. Di smettere di chiamarlo semplicemente “il male” e avere il coraggio di nominarlo. Perché ciò che non si nomina finisce per fare ancora più paura. Il silenzio ha caratterizzato i miei primi anni di vita».
Non parlava?
«Ho attraversato un periodo di mutismo. Dopo la morte di mia sorella, quando avevo un anno e mezzo, smisi di parlare. Ero una bambina molto piccola, ma quel trauma mi aveva tolto le parole. La mia prima vera “fine del silenzio” è arrivata quando avevo circa cinque anni. Un giorno trovai una cassetta registrata in cui si sentiva la voce di mia sorella che giocava con me. Lei parlava e io rispondevo. Per la prima volta sentii la mia voce. Fu una scoperta enorme. Capii che quella bambina esisteva e che poteva tornare a parlare».
Ha spesso raccontato di aver percepito molto presto il dolore che circondava la sua famiglia.
«Sì, credo di averlo assorbito fin da piccolissima. Mia madre stava vivendo qualcosa di enorme: accompagnava una figlia malata in ospedale e contemporaneamente aspettava me. Ho sempre avuto la sensazione di essere arrivata al mondo con una missione: non darle altri problemi. È un pensiero romantico, forse, ma per tutta la vita mi sono sentita la figlia che doveva alleggerire il peso delle cose. E questo ha influenzato il mio carattere. Ero la bambina che osservava tutto, che cercava di capire se qualcuno avesse bisogno di aiuto, se stava soffrendo, se la sua presenza poteva essere di intralcio. Ancora oggi sono così».
Lei ha anche un fratello, più grande di due anni.
«Sì. Anche lui era molto piccolo quando Laura è morta, ma la ricorda bene. Dopo la sua scomparsa la cercava ovunque, si affacciava dietro le porte, come se nostra sorella fosse ancora lì, nascosta da qualche parte, pronta a giocare con lui. È un’immagine che mi è rimasta dentro, perché racconta in modo semplice cosa significa l’assenza per un bambino».
Questa sensibilità ha contribuito a formare l’artista che è diventata?
«Probabilmente. La sensibilità ti rende più capace di cogliere le sfumature degli altri, ma ti rende anche più fragile. Vedi quanto la vita sia delicata, quanto sia facile che tutto cambi da un momento all’altro. Io vivo molto nell’ascolto. Osservo, percepisco, cerco di intuire ciò che gli altri non dicono. Artisticamente è una ricchezza enorme. Nella vita quotidiana, invece, a volte è faticoso, perché ti fa portare addosso anche il peso emotivo degli altri».
Nella canzone parla di speranza. Quanto conta nei momenti difficili?
«La speranza è il motore della vita. Vale per chi affronta una malattia, ma anche per chi combatte una depressione, una crisi personale, una difficoltà economica o familiare. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere se restare fermi oppure provare a fare un passo avanti. La speranza è quel soffio vitale che ci spinge ad alzarci dal letto e a tentare ancora. Non garantisce il risultato, ma rende possibile il cammino. Senza speranza ci spegniamo lentamente, dentro prima ancora che fuori».
Lei racconta la rinascita senza mai idealizzare il dolore.
«Perché non sarebbe onesto. Non sempre il dolore rende più forti. Ci sono persone che riescono a rialzarsi e altre che restano schiacciate sotto il peso di ciò che hanno vissuto. L’ho visto accadere. Per questo non amo le frasi fatte. Credo però che, quando troviamo una risorsa dentro di noi o nell’amore degli altri, il dolore possa trasformarsi in qualcosa che ci aiuta a comprendere meglio la vita. È questo che provo a raccontare: non una vittoria, ma un tentativo di rinascita».
Oggi lei è madre di due figlie. Quanto la sua storia personale ha influenzato il modo di vivere la maternità?
«Moltissimo. Ogni esperienza lascia un’impronta nel modo in cui diventiamo genitori. Io ho sempre avuto una grande fiducia nelle mie figlie e nella loro capacità di trovare la loro strada. Sono ragazze autonome, responsabili, hanno costruito i loro successi da sole e ne sono molto orgogliosa. Allo stesso tempo, però, ci sono momenti in cui mi accorgo che, anche quando sembrano grandi, hanno ancora bisogno della mamma. La maternità non finisce mai. Lo vedo ancora oggi con mia madre: ho quasi cinquant’anni, ma lei continua a chiedermi se mi riposo abbastanza. Essere madre significa questo: continuare a prendersi cura dell’altro per tutta la vita».
A settembre arriva il suo nuovo album, che coincide con i trent’anni di carriera. Che progetto è?
«È un disco che parla di umanità. Attraversa le emozioni e le esperienze che accomunano tutti noi: l’amore, la maternità, l’essere figli, le relazioni, il tempo che passa, la nascita e la morte. Ci sono riferimenti ai quattro elementi, alla natura, alle necessità profonde dell’essere umano. È un album molto esistenzialista, nato dal desiderio di osservare la vita nella sua complessità e nella sua bellezza».
Cosa sente di aver imparato sulla vita?
«Che siamo molto più fragili di quanto crediamo e, proprio per questo, molto più preziosi. Ho imparato che il dolore va rispettato, non negato. Che non sempre si guarisce da una perdita, ma si può imparare a conviverci. E ho imparato che la speranza non è ingenuità, ma una scelta quotidiana. Forse è questo il messaggio che vorrei trasmettere. Continuare a scegliere la vita, anche quando fa paura. Continuare a cercare la luce, anche quando sembra lontana. E non avere paura di rompere il silenzio, perché spesso è proprio lì che comincia la rinascita».













