C’è chi è dovuto scappare di notte, come un ladro, chi da un giorno all’altro è stato cacciato e si è ritrovato a chiedere ospitalità ad amici e conoscenti per poi finire a dormire per strada, dentro a una tenda o su una panchina. Sono le storie difficili dei ragazzi e delle ragazze rifiutati dalla famiglia d’origine a causa dell’identità di genere o dell’orientamento sessuale, giovanissimi accomunati dalla più incomprensibile esperienza di abbandono, quella di chi da figlio amato diventa motivo di vergogna.
Come Francis, ragazza transgender di 19 anni che avrebbe voluto studiare da estetista ma, per il papà, quello era «un lavoro da femmina». Così le hanno imposto un altro impiego e hanno iniziato a controllarla a vista. O come Aris, ragazzo gay di origine egiziana che, a 18 anni, ha abbandonato la casa e il lavoro di cameriere dove aveva iniziato una storia con un suo coetaneo: il fratello lo ha scoperto e la sua vita è precipitata in un inferno di insulti e violenze. Storie difficili, dolorose, ma a lieto fine. Perché per loro e per i tanti altri discriminati dalle famiglie, dal 2019 c’è una speranza. Si chiama Casa Arcobaleno, nata dalla collaborazione tra la Cooperativa sociale Spazio aperto servizi e il Comune di Milano, la prima struttura lombarda creata ad hoc per accogliere giovanissimi e giovanissime Lgbtq+ cacciati in mezzo a una strada dai familiari.

Le loro storie sono state raccontate bene dalla mostra Vedere l’Arcobaleno - Al di là dello sguardo, le voci di Casa Arcobaleno, alla Casa dei Diritti di via De Amicis a Milano, promossa da Spazio aperto servizi ed Edge – Leaders for Change, con la partecipazione di Shareradio e le fotografie di Enzo Ranieri.

Équipe di educatori e psicologi
«Ci contattano da tutta Italia, ragazzi maggiorenni ma sempre molto giovani, sotto i 24 anni, segnati da ferite profondissime: essere rifiutati dai genitori nel momento delicato della formazione dell’identità va letteralmente a ledere le radici», spiega Maria Grazia Campese, presidente della Cooperativa sociale Spazio aperto servizi. «È un fenomeno trasversale: alcuni provengono da situazioni difficili e di degrado, altri da famiglie borghesi, agiate, tutti però sono accomunati dal peso di un carico doloroso che, per essere elaborato, ha bisogno di tempi lunghi. Di questo si occupa l’é­qui­pe di educatori e psicologi che, piano piano, li aiuta a prendere in mano la propria vita e, se possibile, a ricucire con la famiglia, magari attraverso i fratelli quando si mostrano più disponibili».
In questa casa intanto trovano subito un letto e un luogo accogliente, nuove responsabilità – gli ospiti fanno i turni per pulire, fare la spesa e cucinare –, sostegno per la formazione e il lavoro, assistenza legale e medica. «Piano piano aiutiamo i ragazzi a rimettere insieme i cocci di un’esistenza ferita e a incamminarsi verso l’autonomia perché questa è solo una tappa, un luogo di passaggio», continua Campese.

Sei alloggi e 60 ospiti
Dal primo e unico appartamento del 2019, oggi Casa Arcobaleno può contare su sei alloggi che, in sette anni di attività, hanno accolto circa 60 tra gay, lesbiche, transgender e persone non binarie. «Qui si viene accolti, si ricevono le cure mediche e psicologiche necessarie e, dopo una prima fase di inserimento e reciproca conoscenza, si comincia a costruire un percorso personalizzato verso l’autonomia e l’affermazione di sé all’interno di un contesto protetto», spiega la presidente.
C’è chi riprende gli studi affiancandoli a un lavoro part time, chi trova un impiego stabile, poi, quando si è pronti, dopo sei mesi o un paio di anni al massimo, lasciano la Casa e iniziano una nuova vita, mantenendo però sempre un legame con gli operatori e con gli altri ospiti, quella rete affettiva cioè che, nel momento più buio, ha rappresentato una vera famiglia.

Gli operatori nelle scuole
«Non tutti desiderano tentare di riconciliarsi con i genitori e, naturalmente, non tutte le storie hanno un lieto fine», precisa Campese. «Ma questo è un luogo che non si limita ad accogliere e sostenere questi ragazzi, prova a cambiare anche il mondo all’esterno delle sue mura. Gli operatori della cooperativa entrano nelle scuole per parlare di rispetto, identità e affettività e organizzano percorsi formativi nelle aziende sui temi della diversity, equity & inclusion».
In fondo, la mission di Casa Arcobaleno è racchiusa in un paradosso: esistere perché nessuno resti solo, lavorando ogni giorno affinché un domani non ci sia più bisogno di strutture come questa. Perché il vero traguardo non è avere più posti letto ma costruire una società in cui dichiarare chi si è, chi si ama o come ci si identifica non comporti più uno stigma, e in cui la famiglia torni a essere, per tutti, il primo luogo dell’accoglienza e non quello dell’esclusione.