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Ersilia Spina è solare, come la sua Napoli, dove la luce fa sbocciare il buonumore. «Se ho messo in conto i rischi che potevo correre?», riflette, con un sorriso accondiscendente di chi spiega la stessa cosa per l’ennesima volta. «Ho 72 anni, ho vissuto una vita piena, di che cosa dovrei avere paura? La verità è che non ho fatto nulla di speciale…».
Quello che, però, questa donna coraggiosa chiama “nulla”, in realtà è “tutto”. Almeno per Chiara Sangiovanni, 48 anni. È sua nuora ed Ersilia, donandole un rene, le ha ridato la vita. «Stava soffrendo», racconta con pacatezza. «I criteri di compatibilità e gli esami di laboratorio avevano stabilito che io potessi donarle l’organo. E così l’ho fatto».
La diagnosi da adolescente
Chiara soffre di una malattia autoimmune da quando era adolescente. «Ho conosciuto il mio attuale marito a 17 anni, 15 giorni prima di scoprire la patologia da cui ero affetta», ricorda. «Avevo iniziato a star male l’anno prima. Soltanto dopo un bel po’ di tempo e di analisi i medici scoprirono che avevo il lupus. Ma ormai era tardi: la malattia era progredita e aveva compromesso i miei reni. La situazione è precipitata quando avevo 27 anni e fui costretta a sottopormi cronicamente a sedute di dialisi, che per me sono state pesantissime. Dopo ogni seduta stavo male, avevo nausea, vomito e sentivo il bisogno di dormire. Condurre una vita normale era complesso».
Per lei, laureata in Giurisprudenza e specializzata, nel frattempo, nell’ambito dell’organizzazione degli eventi, fu un vero tracollo: «Così decisi di svolgere tutti gli accertamenti del caso ed entrai nella lista trapianti, per ricevere un rene nuovo. Sono stata fortunata: la chiamata arrivò dopo soltanto sette mesi».
Era il 2005: a giugno si era sposata; a novembre si trovava in sala operatoria per trapianto di rene da cadavere. Sono seguiti, per Chiara, anni apparentemente sereni. «Stavo bene», dice, «dovevo assumere molti farmaci ma non mi pesava, anzi: mi era stata data una possibilità enorme con il trapianto, e io ero grata. I miei giorni erano felici, sono anche diventata mamma di una splendida bambina, Alice. Proprio lei ha avuto un ruolo importante negli eventi che, da lì a poco, avrebbero distrutto i miei sogni, come il vento fa con un castello di carte…».
Tecnologia meno invasiva
Anche il rene nuovo, infatti, stava iniziando a manifestare i primi problemi. «Dopo dieci anni, alcuni valori delle analisi erano di nuovo sballati», continua Chiara. «La prospettiva di tornare in dialisi era dietro l’angolo. Dopo tutto quello che avevo sofferto, ero terrorizzata. Ma questa volta, fortunatamente, fu tutto diverso…».
Accade infatti che Chiara ritrova un medico, Luca De Nicola, professore di Nefrologia all’Università della Campania Luigi Vanvitelli, che aveva conosciuto i primi anni di malattia e che la riprende in cura proponendole la dialisi peritoneale. È una dialisi che usa la membrana che riveste gli organi addominali come filtro e quindi è molto meno invasiva e più fisiologica rispetto all’emodialisi classica. «Per eseguirla a volte bastano alcune ore, ma il vantaggio principale è che si può fare a casa, anche durante la notte», spiega Chiara. «La mia vita era migliorata, rispetto alla prima esperienza».
La morte sfiorata
Purtroppo, però, la situazione si complica: «Ci fu il Covid di mezzo, e io mi ammalai. Ebbi un versamento polmonare e cardiaco, vidi davvero la morte in faccia. I medici furono meravigliosi con me, non mi lasciarono un attimo, io però intanto avevo fatto testamento… Ricordo ancora gli occhi terrorizzati di mia figlia, continuava a chiedermi se sarei morta. A quel punto, fu subito chiaro che avevo bisogno di un nuovo organo, ma mi serviva al più presto. Per questo, pensammo a una donazione da vivente. Ma i miei genitori erano anziani, mio marito – che pure era risultato compatibile – era in sovrappeso». Un evidente criterio di esclusione. «È allora che entro in gioco», prende la parola Ersilia. «Ho pensato: se mio figlio è compatibile, potrei esserlo anche io. E avevo ragione! Certo, avevo già 70 anni, ma stavo bene, ero in forze. Molte persone me lo sconsigliarono, ma di fronte al dolore di mia nuora non ho avuto alcun dubbio: meglio se sto male io, che ormai la vita l’ho vissuta…». All’epoca dei fatti, Ersilia aveva 70 anni, mentre Chiara 46. «Solitamente sono sconsigliati trapianti tra persone con più di 12-15 anni di differenza, ma lei era in ottima salute», dice la nuora.
L’intervento a Padova
Il trapianto è avvenuto a Padova. «La sera prima dell’intervento», ricorda Chiara, «io e mia suocera eravamo entrambe in ospedale. Le dissi che avrebbe potuto ripensarci, e non sarebbe successo nulla. Lei, per tutta risposta, si mise a ballare la lap dance con l’asta della flebo, per tranquillizzarmi e farmi sorridere: è una donna eccezionale. Sdrammatizza sempre, è generosa, gentile, coraggiosa, buona. Una vera mamma per i suoi due figli. E per me».
Suocera e nuora sono entrate in sala operatoria il 1° marzo 2024. La doppia operazione, durata oltre nove ore, è andata bene e, dopo una settimana, Chiara ed Ersilia sono tornate a Napoli. «Mia suocera mi ha donato una nuova vita, il suo è stato un gesto di amore infinito», commenta Chiara. «Abbiamo sempre avuto un rapporto sincero, ma adesso so che siamo legate per sempre. So che esiste la possibilità che debba sottopormi prima o poi a un nuovo intervento, ma spero che la medicina, nel frattempo, abbia trovato nuove cure». Ersilia annuisce, contenta. «Guardate com’è serena», dice. «Vederla in salute è l’unica cosa che mi rende felice».















