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Luca De Nicola, presidente della Società italiana di nefrologia (Sin) e professore ordinario di Nefrologia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli, si è preso cura anche di Chiara Sangiovanni, affetta da lupus eritematoso sistemico, una malattia autoimmune cronica in cui il sistema immunitario attacca erroneamente i tessuti dell’organismo e che ha danneggiato i suoi reni.
Professore De Nicola, quali sono le principali malattie che riguardano i reni?
«I reni filtrano il sangue rimuovendo i rifiuti nocivi e i liquidi in eccesso in base alle esigenze del nostro organismo e li trasformano in urina per espellerli dal corpo ed evitare l’accumulo di tossine nel sangue. L’insufficienza renale è una situazione nella quale i reni non sono in grado di assicurare una normale eliminazione di scorie e la normalità della composizione dei liquidi dell’organismo. Può essere acuta, quando si instaura in pochi giorni o anche in poche ore, a seguito di numerose malattie, di shock, di complicazioni della gravidanza, o di un’esposizione a tossici o a farmaci nefrotossici. Può essere cronica, quando secondaria a malattie renali che danneggiano i reni, talora sino a distruggerli, in genere nel corso di anni».
Le malattie renali possono colpire a tutte le età?
«Sì, ma in modo diverso. Nei giovani predominano le glomerulonefriti, le malattie ereditarie e quelle congenite. Negli anziani, predominano le lesioni su base vascolare e dismetabolica, la nefropatia più diffusa è la cosiddetta nefroangiosclerosi, malattia dei piccoli vasi arteriosi del rene, in genere collegata all’ipertensione arteriosa. Con l’aumento dei casi di diabete e obesità dell’adulto stanno diventando comuni le lesioni renali secondarie a queste due malattie».
Come si cura una grave insufficienza renale?
«Se i reni non funzionano, come avviene in caso di grave insufficienza renale, non sono in grado di pulire il sangue e quindi si verifica l’accumulo di una quantità pericolosa di scorie e liquidi nel corpo che può essere letale. Quando la funzionalità renale del malato risulta compromessa del 90-95%, occorre fare la dialisi, che ripulisce l’organismo, elimina l’eccesso di liquido dal sangue e assicura l’equilibrio di determinate sostanze nel sangue, quali potassio, sodio, calcio, fosforo».
Come funziona la dialisi tradizionale?
«Chiamata emodialisi o dialisi extracorporea, dura circa quattro ore e si effettua tre volte a settimana. Il paziente è collegato mediante un ago-cannula, inserita nel braccio, a un circuito che aspira il sangue tramite una pompa e lo spinge dentro il filtro che consente il passaggio delle scorie dal sangue al liquido di dialisi; successivamente, il sangue depurato ritorna nel corpo del malato attraverso un secondo ago cannula. Questo tipo di dialisi è il più praticato anche se può causare effetti collaterali, come pressione bassa, spossatezza, parestesie e prurito».
Invece, che cos’è la dialisi peritoneale?
«Molto meno invasiva dell’emodialisi, la dialisi peritoneale, o intracorporea, si può fare a domicilio ma ad oggi è ancora poco utilizzata. Secondo i dati raccolti dalla Società italiana di nefrologia, infatti, in Italia il 37% delle unità operative non la prescrive, mentre il 22% tratta meno di 10 pazienti con tale modalità. Eppure, si tratta di una terapia più efficace, migliore in termini di qualità della vita dei pazienti e costa il 43% in meno dell’emodialisi. Prevede l’applicazione permanente, nella zona subito al di sotto dell’ombelico, di un piccolo tubo (catetere) attraverso il quale è introdotto un liquido composto da sali e glucosio, che a contatto con il filtro costituito dalla membrana peritoneale cattura le scorie presenti nel sangue. Cambiare il liquido di dialisi in genere richiede circa 30-40 minuti e, normalmente, l’operazione va ripetuta quattro volte al giorno. Uno dei vantaggi della dialisi peritoneale consiste nella possibilità di effettuarla durante la notte, mentre il paziente dorme, tramite un apposito macchinario. Tutto questo permette di conservare una buona qualità di vita».
E perché allora è poco conosciuta e praticata?
«Perché purtroppo l’emodialisi è più facile per gli operatori e più redditizia per le aziende ospedaliere, mentre la peritoneale costa di meno ed è quindi meno attrattiva. Il nostro scopo, come Società italiana di nefrologia, è quello di raddoppiare i pazienti in dialisi peritoneale entro cinque anni».
Quando occorre fare un trapianto?
«La dialisi non risolve il problema. Anzi, a lungo andare, può causarne altri. Per questo, quando è possibile, è preferibile ricorrere a un trapianto di rene. In base ai dati attualmente disponibili, la sopravvivenza media di un trapianto di rene in Italia è del 95% a un anno dall’intervento e si riduce al 90% dopo cinque anni e al 75% dopo dieci».
Donatore deceduto o vivente: cosa cambia?
«A differenza di altri tipi di donazione di organo, è possibile una donazione anche da vivente perché un solo rene assicura una funzione adeguata a consentire di avere normali condizioni di salute. Anzi, chi dona un rene ha una maggiore sopravvivenza perché viene controllato annualmente con gli esami. La valutazione dell’idoneità del donatore da vivente è un percorso scrupoloso, è supportato da una commissione indipendente di esperti, ed è validato da un magistrato. Ha maggiori probabilità di successo a lungo termine, rispetto a quello da donatore deceduto, e costituisce attualmente la scelta terapeutica più efficace per la cura dell’insufficienza renale terminale. L’Italia ha il 15% di trapianti da vivente, 300 all’anno, contro il 30% in Europa».
Quali prospettive per il futuro?
«Dobbiamo distinguere tra futuro prossimo e futuro remoto. Per il futuro remoto, si parla di xenotrapianto, ma occorreranno diversi anni perché questa strada sia praticabile e, comunque, non si risolverà il problema, perché i trapianti da animali comporteranno la necessità per il paziente di assumere un numero di farmaci maggiore, per controllare possibili infezioni e rigetto. Il futuro prossimo, invece, è più attuabile, e si basa sulla possibilità di evitare il trapianto, facendo cioè in modo che il paziente non abbia l’insufficienza renale. Con i farmaci adeguati, possiamo mettere in remissione la malattia renale cronica e ritardare la dialisi anche di 25 anni. Poi, occorre aumentare la dialisi peritoneale e incentivare il trapianto da vivente, che non fa male a chi dona e offre maggiori aspettative di vita per chi lo riceve».









