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Antonia Chiara Scardicchio, professoressa associata di Pedagogia generale e sociale presso la Scuola di Medicina dell'Università di Bari
Sbagliare non è l’opposto del successo. È il passaggio indispensabile per imparare, crescere e trasformarci. Eppure, viviamo in una società che continua a dirci il contrario. Così, un brutto voto, un obiettivo mancato o un percorso diverso da quello immaginato vengono spesso vissuti come la prova di non essere abbastanza, fino a intaccare il valore personale.
Da questa riflessione nasce Erranze, un progetto dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro che si presenta agli studenti con una domanda: «E se la materia da studiare fosse l’errore?». Ad averlo ideato (con il sostegno dell’Agenzia per il placement dell’ateneo barese) è guidare è Antonia Chiara Scardicchio, professoressa associata di Pedagogia generale e sociale presso la Scuola di Medicina, studiosa da anni di come i limiti percepiti possano trasformarsi in risorse. Una convinzione che nasce anche dalla sua esperienza personale con la neurodivergenza, da cui è derivata una nuova prospettiva sul valore della diversità.
Professoressa Scardicchio, il suo progetto sostituisce la parola “errore” con “erranza”. E non è solo una sfumatura linguistica.
«No. L’errore descrive un fatto, qualcosa che accade. L’erranza, invece, è una postura interiore: il modo in cui scegliamo di stare nel mondo e fronteggiare quello che ci scompagina. Se mi identifico con un errore, resto prigioniero di un’etichetta: quello sbaglio mi toglie valore. Se al contrario vivo la caduta come parte di una normale, persino vitale, erranza, quello stesso errore si svela come tappa necessaria alla conoscenza. Mi piace raccontarlo attraverso gli archetipi dell’immaginario: l’eroe entra nel bosco e incontra prove, ostacoli, perfino mostri. Quando ne esce, il vero premio non è un castello né un principe o una principessa, ma una versione nuova di sé. Il vero obiettivo non è il compimento del viaggio, ma la trasformazione che è avvenuta durante. Concepire l’errore come naturale ti porta alla posizione dell’errante, ovvero a lasciare andare la presunzione e l’ingenuità che apprendere – e vivere – non implichi sbagliare».
Cosa proponete agli studenti?
«Il progetto prevede due workshop intensivi all’anno, in autunno e in primavera, destinati ai neolaureati, che alternano lezioni in aula a esperienze legate all’arte e ai linguaggi espressivi. A questi si affiancano seminari partecipativi, nel corso di ogni anno accademico, dedicati agli studenti di tutti i corsi di laurea. Già da alcuni anni il nostro obiettivo è rafforzare l’offerta delle conoscenze disciplinari, affiancandole allo sviluppo delle competenze trasversali. Con questo progetto, in particolare, vogliamo accompagnare gli studenti nel passaggio al mondo del lavoro, aiutandoli a sviluppare le life skills definite dall’Organizzazione mondiale della sanità, cioè le competenze utili per affrontare la vita. Tra queste, diamo particolare importanza al pensiero critico e al pensiero creativo, in linea con l’approccio delle scienze della complessità».
In un’epoca che ci chiede continuamente di essere efficienti, veloci e performanti, lei difende il valore dell’incertezza. È una forma di ribellione culturale?
«Più che altro, credo che sia il primo passo verso la libertà. Abbiamo imparato a considerare l’incertezza come qualcosa da temere, eppure è la condizione naturale della vita. Nessuno di noi può mai sapere prima come andrà una relazione, una scelta, un lavoro: la vita ci chiede di formulare obiettivi, ma anche di apprendere a riformularli. La creatività è la competenza fondamentale di tutti gli esseri viventi. Negare l’incertezza – non riuscire a dire “non lo so”, per esempio – paradossalmente equivale ad amplificarne gli effetti, a renderci più fragili».
E se invece impariamo a riconoscerla?
«Impariamo a ragionare non soltanto secondo una logica lineare, ma anche secondo una logica circolare, e a concepire la molteplicità, non soltanto strade su binari. Nel lavoro, come nella vita, la libertà non nasce dal controllo, ma dalla disponibilità a lasciarsi trasformare dalla realtà, ovvero – come diciamo noi pedagogisti – “ad apprendere ad apprendere”: a riconoscere che la conoscenza autentica non è solo un contenuto, ma un movimento interiore».
Perché facciamo così tanta fatica ad accettarlo?
«Perché abbiamo finito per credere che la felicità coincida con la stabilità. Desideriamo una vita senza imprevisti, senza cambi di rotta, senza deviazioni. Ma una vita così non esiste. Penso a due espressioni molto diverse che, a modo loro, dicono qualcosa di importante: Chissà se va, cantava Raffaella Carrà, mentre oggi ripetiamo spesso “andrà tutto bene”. La seconda nasce dal bisogno di rassicurarci, ma rischia di alimentare un’illusione, perché la realtà non ci promette che tutto andrà come vorremmo. Quel “chissà” della canzone, invece, è molto più vicino a ciò che le scienze della complessità chiamano incertezza irriducibile: per quanti dati o strumenti abbiamo, resta sempre un margine di imprevedibilità che non potremo mai eliminare».
E allora che fare?
«Possiamo decidere se congelarci per la paura o infuocarci per la rabbia. Oppure possiamo imparare a concepire la felicità come l’avventura dello stare dentro ai processi, più che come il raggiungimento di un traguardo. Mia nonna, che non aveva studiato, mi ha insegnato tutto questo: diceva che errori, cadute e dolori sono esperienze che accadono a chi è vivo».
Oggi si parla tantissimo di resilienza. Lei suggerisce qualcosa di diverso: non resistere agli urti della vita, ma lasciarsi trasformare da essi.
«La parola resilienza è stata mutuata dall’ingegneria, dove resiliente si definisce un materiale capace di resistere agli urti. Negli ultimi anni, però, si è trasformata in uno slogan psicotico: resisti, non mollare, ce la puoi fare. Questa narrazione può diventare perfino violenta, verso gli altri o verso noi stessi: cosa succede se non ce la facciamo? Pensiamo di essere sbagliati o che qualcun altro lo è. E finiamo con il leggere la realtà in modalità binaria, cercando colpe o colpevoli. Non è la resistenza la coordinata psichica che ci aiuta a fronteggiare le difficoltà: è la flessibilità, è il maturare dentro le avversità, stare davanti a un problema e – ancora una volta come insegna la ricerca pedagogica – chiederci: cosa posso imparare da quello che mi sta accadendo? Quale passo avanti posso fare, anche cadendo, e proprio cadendo?».
Quindi voi insegnate agli studenti che cambiare strada può essere un’opportunità?
«Sì. Nella nostra Università li accompagniamo anche quando si accorgono che il percorso scelto non è quello giusto, attraverso il Career Management Service. Psicologhe e psicologi del lavoro offrono servizi gratuiti di consulenza individuale e laboratori in gruppo. Cambiare non significa mai aver perso tempo. Ogni esperienza, anche quella che si interrompe, lascia una traccia vitale: competenze, domande, maggiore consapevolezza. L’erranza è anche capire che nessun tratto di strada è sprecato, se ci aiuta a comprendere meglio chi siamo e quale direzione vogliamo prendere».
C’è stato un momento in cui anche a lei è capitato di cambiare rotta?
«Sì, tre anni fa, quando avevo 49 anni, ho scoperto di avere l’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività ed è stato uno dei doni più grandi che la vita mi abbia fatto. Per tutta l’esistenza avevo percepito di funzionare in modo diverso, ma quel “diverso” era accompagnato da un costante senso di colpa. Finalmente dare un nome a quello che provavo mi ha permesso di smettere di giudicarmi. Una diagnosi, però, non deve mai diventare un rifugio o un alibi. Dev’essere un punto di partenza per trovare strategie e scoprire che proprio lì può nascondersi una risorsa».
Nel 2025 ha scritto un libro in cui racconta di sua figlia Serena e del suo autismo grave. Quanto della sua riflessione sull’erranza nasce dall’esperienza della maternità?
«Direi quasi tutto. Quando è nata Serena, con una grave forma di autismo e un ritardo cognitivo importante, è crollato il futuro che avevo immaginato per lei. E per me. Credo che ogni genitore costruisca un racconto sul domani dei propri figli. A un certo punto, il mio non esisteva più. Davanti a un’esperienza simile si può restare prigionieri del dolore oppure accettare che la vita ci stia chiedendo di diventare un’altra persona. Da Serena ho imparato che, non trovando risposte, dovevo cambiare la domanda. Da “perché?” a “come trasformo tutto questo dolore in qualcosa che dolore non è?”. Mi dovevo trascinare fuori dalla palude dell’autocommiserazione. Devo moltissimo a Serena, come ho scritto nel libro per le edizioni Paoline Madri liberate, liberanti. Tutto ciò che la sua condizione sembrava avermi tolto mi è stato restituito sotto un’altra forma. Mi ha insegnato che amare significa lasciare andare, ogni giorno, le proprie aspettative per accogliere la realtà così com’è. Se oggi parlo di erranza, è perché accanto a lei ho imparato che non siamo sempre noi a scegliere il cammino e che, molto spesso, è proprio la strada che non avremmo mai imboccato a trasformarci più profondamente».
Come ha riempito i silenzi di sua figlia?
«Non bisogna sempre riempirli. Si impara a stare in altre forme di relazione. È grazie a lei che ho appreso altri alfabeti. Con Serena ho capito che esistono infiniti modi di comunicare e che spesso il silenzio non è assenza, ma una forma diversa di presenza. Credo che ogni relazione importante ci chieda di imparare una lingua che prima non conoscevamo. E poi grazie a lei mi sono avvicinata all’arte e alle ibridazioni tra scienze esatte e linguaggi simbolici, di cui mi occupo nella mia ricerca scientifica anche nel campo della formazione medica».
Poi, nella sua vita, è arrivato anche un altro figlio, Gabriele.
«Gabriele è un ragazzo curioso, innamorato della vita, con una plusdotazione cognitiva e una diagnosi di Adhd. Come a volte accade ai bambini che escono dagli schemi, la scuola primaria è stata per lui un’esperienza dolorosa, perché spesso tutto ciò che non rientra nella norma viene vissuto come un problema, un’uscita dal binario. Poi sono arrivati insegnanti capaci di guardarlo con apertura alla creatività e, posso dire, alla complessità. In particolare la sua professoressa di italiano, Lucia Schiralli, che ha visto in lui, come in tutti i suoi allievi, una creatura inclassificabile e per questo un valore, non un peso. Chi ti guarda come scoperta e non con giudizio, ti cambia la storia: del resto ciascuno di noi, a qualsiasi età, ha bisogno di incontrare almeno una persona che lo guardi come un dono e non come un difetto da correggere. Quando accade, qualcosa dentro di noi fiorisce».
Con lui ha scritto E se la morte fosse un bosco?, un libro per bambini essenziale e poetico. Perché ha scelto di affrontare un tema come la morte che spesso mette in difficoltà perfino gli adulti?
«Perché la morte fa parte della vita e i bambini lo sanno. Sono gli adulti ad avere paura di parlarne. Quel libro nasce da una conversazione vera. Gabriele aveva quattro anni quando mi chiese: “Mamma, è vero che morirai? E morirò anch’io?”. In quel momento ho capito che non si protegge attraverso il silenzio. Molti adulti pensano che non dire significhi evitare il dolore. In realtà accade il contrario: il non detto rende tutto più spaventoso, perché lascia i bambini soli davanti a paure senza nome. Ogni elaborazione del dolore comincia quando troviamo le parole per raccontarlo. Dare un nome a ciò che fa male non elimina la sofferenza, ma le restituisce un confine. E ciò che ha un confine può essere attraversato».
In questi ultimi anni la neurodivergenza viene raccontata molto, ma fatica a essere accolta nei fatti.
«Credo che la questione riguardi ogni forma di diversità. L’altro ci spaventa quando pensiamo che incontrarlo significhi perdere qualcosa di noi. In realtà una relazione è autentica solo se ci cambia. Vale per un figlio che non corrisponde alle aspettative, per un compagno di vita, per uno studente, per un collega. Ogni incontro importante ci costringe a rivedere un pezzo della nostra identità. Paradossalmente, le persone più solide sono proprio quelle che non hanno paura di trasformarsi. Chi, invece, difende continuamente se stesso finisce per sentirsi minacciato da qualsiasi differenza e non riesce a stare dentro nessuna relazione autentica».
Dopo tanti anni trascorsi a studiare l’errore, c’è uno sbaglio che considera il più prezioso della sua vita, quello senza il quale oggi non sarebbe la persona che è?
«Forse il più grande errore sarebbe indicare un singolo sbaglio. Sono diventata quella che sono proprio grazie a ciò che non avevo previsto: la mia neurodivergenza, gli errori compiuti come ogni genitore, il sentimento di inadeguatezza che ancora mi visita, l’aver preso abbagli, le aspettative infrante, la fiducia malriposta e quelle che, tra amiche, chiamiamo “tranvate”. Per molto tempo ho creduto che la felicità consistesse nel risparmiarmi tutto questo. Le lacrime, per esempio. Il dolore che ti fa sentire il cuore spezzato. Oggi penso il contrario. La felicità nasce quando smettiamo di chiedere alla vita di assomigliare ai nostri piani e iniziamo ad ascoltare ciò che ci sta insegnando. L’erranza, in fondo, è questo: non smettere di camminare, anche quando il sentiero scompare. Da persona con Adhd, del resto, come potrei restare ferma?».
È quello che insegnate ai vostri studenti?
«Sì, l’università è il luogo in cui imparare che la vita è complessa e che noi possiamo, studiando gli errori come se fossero fonti di conoscenza, non diventare wonder woman o superman, ma persone capaci di piangere, ridere e, quando incontriamo macerie, di accedere a conoscenze ulteriori. Si chiamano life skills e alla nostra università sono il cuore del programma formativo. A Bari non c’è solo la focaccia e non c’è solo il mare: c’è un ateneo che crede che la cultura può salvare la vita».















