Abbiamo visto cadere Lindsey Vonn, meravigliosa sciatrice, appena iniziata la gara nella discesa libera alle Olimpiadi Milano Cortina 2026. L’abbiamo sentita gridare per il dolore negli interminabili minuti tra i primi soccorsi e l’arrivo dell’elicottero che l’ha portata via. L’abbiamo vista in ospedale, inaspettatamente sorridente, nonostante abbia rischiato che le amputassero una gamba. Ha pregato i suoi fan di «non essere tristi» e anzi li ha invitati a «continuare a lottare, perché è quello che sto facendo e che continuerò a fare». Ha aggiunto: «Ero disposta a rischiare, a spingere e a sacrificarmi per qualcosa che sapevo di essere assolutamente in grado di fare». Eppure è andata male. «Ma niente nella vita è garantito», ha assicurato. «Questa è la scommessa nell’inseguire i propri sogni: potresti cadere, ma se non ci provi non lo saprai mai. La corsa è valsa la caduta. Quando chiudo gli occhi la sera non ho rimpianti, e l’amore che provo per lo sci rimane. Non vedo l’ora che arrivi il momento in cui potrò tornare in cima alla montagna. E ci riuscirò».

Psicologia e neuroscienze

Le strategie per rialzarsi da una caduta e da un fallimento

Le strategie per rialzarsi da una caduta e da un fallimento
Le strategie per rialzarsi da una caduta e da un fallimento

C’è riuscita Federica Brignone, stessa Olimpiade, due medaglie d’oro, un grande ritorno dopo l’infortunio che le ha regalato una placca di metallo nella gamba. Ammette: «L’anno scorso non ero sicura nemmeno di tornare a sciare perché il danno è stato veramente grande. Per cui, l’idea di arrivare alle Olimpiadi ed essere competitiva, è stato talmente bello che tutto il resto è stato un di più. Mai mi sarei sognata di poter raggiungere un risultato del genere e forse proprio per questo l’ho raggiunto».

Federica Brignone esulta con il tricolore dopo aver vinto il SuperG olimpico lo scorso 12 febbraio, dieci mesi dopo il grave infortunio alla gamba sinistra (foto di Jon Olav Nesvold).
Federica Brignone esulta con il tricolore dopo aver vinto il SuperG olimpico lo scorso 12 febbraio, dieci mesi dopo il grave infortunio alla gamba sinistra (foto di Jon Olav Nesvold).

Federica Brignone esulta con il tricolore dopo aver vinto il SuperG olimpico lo scorso 12 febbraio, dieci mesi dopo il grave infortunio alla gamba sinistra.

Un’altra caduta: quella di Ilia Malinin, l’angelo del ghiaccio, favorito per l’oro e finito ottavo nella gara di pattinaggio artistico maschile. La sera del crack, nel raccontare sua delusione, è stato spietato con sé stesso: «Ho rovinato tutto. Credo di essermi preparato bene, ma mi sono sentito sopraffatto dalla pressione. È stato un problema mentale. Non ero più padrone del programma, dei salti, delle emozioni, di niente...». Ha condiviso, e poi cancellato, alcuni video su TikTok dal tono profondamente emotivo: «A volte vorrei che mi accadesse qualcosa di brutto, così non dovrei farlo io stesso». In un altro, rivolto al padre-allenatore: «Niente fa più male che dare tutto e non essere comunque abbastanza». E ancora: «Quando torno a casa, entro nella mia stanza e i miei occhi iniziano a lacrimare perché nessuno sa quanto mi sto impegnando davvero».

La lezione degli sportivi
Queste “cadute”, vissute sotto gli occhi di tutti sono materiali, cariche di emozioni e simboliche. Lindsey Vonn psicologicamente si è già rialzata e guarda avanti. Ilia Malinin, che ha consacrato la sua adolescenza al pattinaggio artistico, non riesce ad accettare il crollo. Bisognerebbe fargli leggere qualcosa come l’autobiografia di Gianluigi Buffon, il più bravo portiere di calcio di ogni tempo, Cadere, rialzarsi, cadere, rialzarsi (Mondadori), uscita nel 2024: «Ho giocato fino a 45 anni, 28 di professionismo, dove credo di essermi lanciato a terra miliardi di volte. So come e quando cadere. Come rialzarmi, invece, me l’ha insegnato la vita. L’unico modo per diventare persone migliori è sbagliare, pagare e ripartire. Cadere e rialzarsi è una metafora della vita. Nella vita capita tantissime volte di cadere ma bisogna sempre trovare il motivo per rialzarsi».
Eccolo, il punto. Rialzarsi. E non capita solo ai campioni i cui errori, tonfi e crolli sono immortalati da telecamere e telefoni, ma a chi affronta la vita di tutti i giorni. Una caduta che magari non rompe le ossa, ma spezza l’anima. Un fallimento. La persona che hai amato, il lavoro a cui ti sei consegnata con passione, l’azienda che hai costruito, svaniscono. Dopo un matrimonio che si chiude nel rancore, un licenziamento, una crisi, una perdita, è facile pensare: «È tutto finito». Ovviamente non è così.

«Dobbiamo prendere sul serio il fallimento», dice Costica Bradatan, filosofo romeno-americano, professore di Studi umanistici alla Texas Tech University. «Dobbiamo considerarlo parte fondamentale dell’esistenza. Un momento che ci costringe a riflettere, a trovare le ragioni per ricominciare, ad accettare il nostro essere imperfetti».

Giù politici e imprenditori
Prima di creare il primo aspirapolvere senza sacchetto, Ted Dyson ha fallito 5.126 volte, e lo ha spiegato nel dettaglio, sostenendo che la perseveranza conta più della genialità. Non c’è storia di vera crescita che non sia stata costruita attraverso errori, sconfitte, delusioni.
Tutti conosciamo la parabola di Steve Jobs, licenziato dall’azienda che ha poi trasformato nel colosso digitale Apple, ma anche politici come Charles De Gaulle, artisti come Ray Charles, scrittrici come J.K. Rowling con la sua ormai leggendaria saga Harry Potter, e campioni come Rafael Nadal (14 Roland Garros vinti) sono diventati sé stessi accettando la sconfitta, la caduta. Per esprimere il nostro potenziale, sostiene Bradatan, «dobbiamo accettare l’esperienza del rischio e non limitarci a scegliere tra alternative rassicuranti». Il fallimento ci riguarda in qualsiasi ruolo, chiama in causa il nostro modo di lavorare, di essere padri e madri, di stare con gli altri, e ci apre gli occhi sulla ricchezza delle opportunità che il mondo può offrire.

La rinascita delle star
Qualche volta questa ricchezza può avere la forma dell’ottovolante, come certe carriere dello star system. Robert Downey Jr. è l’esempio perfetto. Grande promessa negli anni 80, la sua carriera è stata distrutta dalla droga e dagli arresti. Ha combattuto ed è risalito diventando un memorabile Iron Man. Brendan Fraser, famoso per i film della serie La Mummia, è sparito per oltre un decennio (problemi di salute, depressione). La sua “rinascita” è arrivata con The Whale (2022) e l’Oscar come miglior attore protagonista. Carey Mulligan aveva ricevuto rifiuti da tutte le scuole di recitazione alle quali aveva chiesto l’ammissione, anzi le era stato detto che al massimo avrebbe potuto fare la presentatrice di spettacoli per bambini. Ha girato film come Il Grande Gatsby con Leonardo DiCaprio e proprio lo scorso febbraio è stata candidata ai premi Bafta con The Ballad of Wallis Island.
Ma una delle più famose (e ripetute) cadute e resurrezioni è quella di Demi Moore: la più pagata nella seconda metà degli anni 90 (Ghost, Proposta indecente, Striptease, Soldato Jane), moglie invidiata di Bruce Wills, principe degli action movie, poi mollata dal marito e da Hollywood, tornata alla ribalta per aver sposato il molto più giovane Ashton Kutcher, sparita di nuovo per riapparire con un’autobiografia velenosa, Inside Out, e alla fine riconsacrata da The Substance, film controverso premiato a Cannes 2024 per la migliore sceneggiatura, dove si mette in gioco e si riscatta.
Che la caduta sia un’esperienza comune lo dimostra chi ha deciso di non nasconderla, anzi.

Donne che ripartono
L’imprenditrice della Torino-bene Cristina Seymandi, lasciata dal fidanzato alla sua festa di compleanno con l’accusa di averlo tradito, l’anno scorso ci ha scritto su un libro scegliendo, per definirsi, la parola “antifragile”, coniata dal filosofo e matematico Nicholas Taeb, un bel contrappeso alla “caduta”. «Mi sono sposata e separata presto», racconta, «con una figlia piccolissima, e con la sofferenza che comporta la fine di un matrimonio. Ho cresciuto Ginevra da madre single. Tutte queste cose avrebbero potuto spezzarmi, farmi cadere in depressione. Dopo la rottura del fidanzamento, dopo lo shock, dopo che il video di quella sera ha fatto il giro del mondo, sono stata zitta. Un sasso. La testuggine di me stessa. Che altro avrei potuto fare? Alimentare i pettegolezzi? Andare a piangere in televisione? Ho riflettuto sui miei errori (tutti ne facciamo) e ho deciso che li avrei usati per vivere meglio la prossima relazione. Le crisi sono seconde nascite».

La sciatrice Usa Lindsey Vonn fa segno che tutto è ok dal letto dell'ospedale, dove ha subito un intervento per la frattura complessa della tibia in seguito alla rovinosa caduta nella discesa libera alle ultime Olimpiadi invernali.
La sciatrice Usa Lindsey Vonn fa segno che tutto è ok dal letto dell'ospedale, dove ha subito un intervento per la frattura complessa della tibia in seguito alla rovinosa caduta nella discesa libera alle ultime Olimpiadi invernali.

La sciatrice Usa Lindsey Vonn fa segno che tutto è ok dal letto dell'ospedale, dove ha subito un intervento per la frattura complessa della tibia in seguito alla rovinosa caduta nella discesa libera alle ultime Olimpiadi invernali.


Arianna Huffington ha letteralmente battuto la testa cadendo sfinita dopo una giornata di superlavoro: «Ho dovuto rallentare, ho fatto incredibili attese nelle sale d’aspetto dei medici, e lì ho capito che dovevo cambiare qualcosa». Si è rialzata dalla caduta, non solo metaforica quando, nel 2016, ha lasciato la sua creatura, The Huffington Post, per fondare Thrive Global, un’azienda tecnologica che si occupa di salute/produttività, e affronta l’epidemia di burnout partendo dal presupposto che «il benessere è un vantaggio competitivo e non un sacrificio per il successo».

Sentirsi inadeguati
Ma ognuno ha poi il suo modo di elaborare, tradurre, trovare le spinte giuste, l’energia, guardare oltre. Può essere la passione, come nel caso degli sportivi, sostenuti dal team, dai fan, dai tifosi. Può essere la consapevolezza che arriva da una migliore conoscenza di sé, dalla psicoterapia, da un “sabbatico” mentale. C’è chi, come Daniele Mencarelli nella trilogia autobiografica La casa degli sguardi, Tutto chiede salvezza e Sempre tornare, trasforma il dolore e la malattia in materia letteraria. La storia del Tso, il trattamento sanitario obbligatorio, vissuto quando aveva vent’anni, nell’estate del 1994, è parte di un percorso personale: «Ho accettato la crisi che mi abita, in tutta la sua normalità. Perché è la nostra condizione naturale. Semmai è da pazzi pensare di avere il controllo su tutto».
C’è chi, come il cantautore Enrico Nigiotti, converte un complicato senso di inadeguatezza nella canzone senza ritornello portata a Sanremo 2026: Ogni volta che non so volare. Spiega: «Sembra che nel mondo di oggi si debba veramente saper volare, a me invece piace stare sulla strada, cadere, rialzarmi». E canta: «Questa mania che devi andare solo bene/A chi mi salva ogni volta che tocco il fondo/ A chi comunque vada mi rimane accanto/ E se questa vita è un viaggio/ Meno male siete qui/ Ogni volta che non so volare».
C’è chi, come Xavier Dolan, fa delle sue fragilità un piccolo capolavoro, il film Mommy, straordinaria storia di amore e conflitto tra una madre e un figlio problematico, con sindrome da deficit di attenzione (Adhd). Acclamato come regista geniale a Cannes nel 2014, cade clamorosamente. I critici stroncano il film La mia vita con John F. Donovan (enorme finanziamento, cast stellare) e nel 2023 decide di ritirarsi: («Il cinema è solo una perdita di tempo»). Non si è ancora rialzato. Non tutti ce la fanno.

Oltre la malattia
La spinta a rimettersi in piedi è forte quanto quella a non farlo. E inevitabilmente torna la parola “resilienza” (lo psichiatra Sergio Astori ci ha scritto un famoso saggio) che, usata nel senso più ampio indica «la capacità di superare un’avversità, un trauma, uno stress». Ma non si tratta di resistere senza cadere, quanto piuttosto di cadere e rialzarsi, rigenerandosi. Le storie di chi l’ha fatto abbandonando rabbia e recriminazioni sono la risposta migliore alle domande che chiunque si pone dopo il capitombolo: alcuni superano una crisi riscoprendo parti dimenticate di sé (l’avvocata che si scopre fiorista), altri spezzano con il dialogo il muro di silenzio dopo una tragedia personale e collettiva (Francesco Verde, il fratello di Gelsomina, assassinata dalla camorra), altri ancora provano pazientemente a rimettersi in gioco, a rispondere alla malattia con la speranza.
Proprio in questi giorni esce Quando il respiro diventa coraggio, un piccolo libro a cura dell’Associazione ipertensione polmonare italiana (Aipi) con le storie meravigliose, commoventi o addirittura divertenti dei malati che sono riusciti a passare dalla disperazione alla gioia, dal senso di perdita alla rinascita, senza mai contemplare la parola “resa”. Ed è stato presentato a febbraio il docufilm A un metro dal traguardo, storia verissima di Ambra Sabatini, l’atleta investita da un’auto mentre era sullo scooter con il padre. Nel 2019 le hanno amputato la gamba sinistra sopra il ginocchio, ma la protesi da corsa le ha permesso di gareggiare e conquistare l’oro alle Paralimpiadi di Parigi nel 2024. Commenta così nel docufilm: «Dopo l’incidente ho capito che la mia vita non era finita, ma stava semplicemente cambiando direzione».
Eppure, sempre più persone temono di non essere all’altezza, di restare intrappolate nella logica del perdente, preoccupate di mancare l’obiettivo, di non poter vincere una sfida, di essere al di sotto della performance. E da quella paura fanno dipendere l’equilibrio della loro vita. Dovrebbero ricordare questa frase di Nelson Mandela: «Io non perdo mai. Certe volte vinco, altre volte imparo».