Le vie della menzogna sono infinite: si mente perché si vuole far credere di essere migliori di quello che si è, si possono inventare professioni, carriere, curriculum, identità inesistenti, avere una doppia vita. Ma parlando di bugie pensiamo sempre a Pinocchio, a una storia per bambini, forse perché si comincia da piccoli? Il 24 novembre di duecento anni fa nasceva Carlo Collodi e, dal suo libro in poi, pensiamo ai nasi che si allungano e smascherano chi non dice la verità.

Le frottole nere, bianche e blu
Esistono bugie di vari colori, spiega Alberto Siracusano, direttore della scuola di specializzazione in Psichiatria e del dipartimento di Medicina dei sistemi dell’Università di Roma Tor Vergata e autore di uno dei saggi più completi sul tema: Perché mentiamo. Cosa nascondono le bugie (Raffaello Cortina): «Quelle bianche sono dette per non offendere: “La tua torta è ottima”, “Come sei dimagrito!”, “Che bel vestito!”. Hanno la caratteristica di cogliere empaticamente ciò che può far piacere all’altro. Quelle nere sono dette a “fin di male”, per esempio davanti a un giudice. Anche le fake news utilizzate per scopi economico-speculativi sono nerissime: è accaduto nella crisi mondiale del 2008 con magiche formule di investimento che poi si sono dimostrate un grande inganno. Allo stesso modo, false notizie sulla pandemia e sui vaccini anti-Covid-19 hanno provocato importanti crisi organizzative».
La lista non è finita. Ci sono anche le bugie blu usate per rafforzare l’identità sociale e il senso di appartenenza a un gruppo: team sportivi, di lavoro, squadre.
Mentono tutti, per buone o cattive ragioni: bambini, adulti, giovani, anziani, donne, uomini, mariti, mogli, amanti, genitori, figli, amici, nemici, sconosciuti, parenti, impiegati, professionisti, disoccupati, ricchi, poveri, sani e malati. Gente comune e star.

La carrellata di impostori seriali
Sandra Bullock e Mila Kunis l’hanno fatto per ottenere una parte, Geor­ge Clooney per iscriversi al sindacato degli attori, il ciclista Lance Armstrong per non ammettere il doping (ma poi ha confessato drammaticamente in diretta tv). Tra il 2013 e il 2017, la bugiarda seriale Anna Sorokin ha vissuto con il nome di Anna Deley fingendosi un’ereditiera. Ha scroccato denaro, vacanze e favori all’alta società di New York ed è finita in carcere, ma con i soldi della serie Netflix ha pagato gli avvocati e ha guadagnato. Qui però siamo alla truffa.
Non ammettere di essere stati licenziati (e uscire regolarmente per andare al lavoro), negare un problema di salute («ci sento benissimo», dice il nonno, «non ho bisogno dell’apparecchio») minimizzare un tradimento («non conta niente per me») sono tutte sfumature narrative di quella che Raffaella Scarpa, docente di Linguistica italiana e Linguistica medica e clinica all’Università di Torino, chiama La grammatica della menzogna, titolo del saggio appena uscito da Treccani, dove racconta come «omissioni, attenuazioni, riformulazioni e costruzioni alternative intervengono sulla realtà, non per negarla, ma per correggerne gli effetti, insomma, per aggiustarla. Una tecnica di sopravvivenza, adottata per impedire conseguenze che non siamo in grado di sostenere».
Scarpa fa molti esempi: «Chi falsifica i propri risultati accademici per costruire un curriculum di successo – stage, pubblicazioni, referenze – non sta semplicemente mentendo sui fatti: sta fondando un’identità. Chi ha sviluppato una dipendenza dal gioco e dice “ogni tanto esagero un po’”, attenua e minimizza».

Le panzane che salvano le coppie
Per questa sua capacità di mettere ordine nel caos, a determinate condizioni, la bugia potrebbe anche aiutare (almeno secondo l’articolo The Little Lies Spouses Tell – Le piccole bugie che gli sposi si dicono - apparso sul Wall Street Journal) la coppia che la accetta in maniera complice, quasi come una barriera protettiva per evitare i conflitti.
Spesso la fiction riesce a mettere in scena quello che un testo scientifico indaga in molte pagine. Il romanzo Tutta la verità sulle mie bugie di Elisabet Benavent (e la nuova serie Netflix) è un buon esempio. Coco è innamorata dell’amico e coinquilino Marín. Il problema? Lui è l’ex della sua amica del cuore. Per non far esplodere il loro affiatatissimo gruppo, costruisce una rete di bugie bianche e blu sempre più intricata, per poi scoprire una grande verità: le uniche menzogne davvero pericolose sono quelle che raccontiamo a noi stessi.

Mentire è importante per i bambini
«Fin da bambini, ci viene insegnato che dire le bugie è sbagliato. Eppure, da un punto di vista psicologico, la prima bugia non è un atto di malizia, ma una tappa fondamentale della crescita», sostiene Siracusano. «È il momento in cui il bambino scopre di avere uno spazio mentale tutto suo, invalicabile dagli adulti. Le bugie nascono per proteggere un nucleo centrale: il segreto. Ne abbiamo bisogno per difenderci e costruire i confini della nostra identità. In questo senso, le menzogne diventano quasi i “muri maestri” della nostra personalità. Persino le favole (da Babbo Natale alla Befana) non sono inganni gratuiti, ma palestre narrative: servono ad allenare i bambini a comprendere che il mondo reale è fatto anche di finzioni. Intorno ai sei-sette anni la bugia può acquisire una certa intenzionalità. I bambini sperimentano il piacere di ingannare l’altro per ottenere un vantaggio: “Non devo fare i compiti perché la maestra non li ha assegnati!”, “Non sono stato io a rompere il vetro con il pallone! Era già rotto!”».
Poi si cresce. «I ragazzi mentono tra di loro, agli insegnanti, ai genitori», continua Siracusano. «La bugia è utilizzata con libertà e senza grandi problemi con motivi e fini precisi: evitare una punizione, proteggere gli amici, evitare situazioni imbarazzanti, salvaguardare la privacy, avere segreti che gli altri, soprattutto gli adulti, non conoscono».
C’è però un aspetto sorprendente: quando la mente organizza il falso, il corpo può decidere di dire la verità. I conflitti psichici non accettati o i segreti troppo difficili da custodire possono trasformarsi in sintomi fisici reali (l’equivalente del naso che si allunga). Il corpo si ribella alla bugia esprimendo il disagio attraverso il dolore o la malattia. Oppure con quei micro-segnali (toccarsi i capelli, sudare, sbattere le palpebre) che la famosa macchina della verità potrebbe intercettare (ma è provato che anche lei può essere ingannata).

Le immagini ritoccate sui social
E arriviamo alle bugie nell’era dei social. Avreste mai pensato come a una menzogna il ritocco delle foto con filtri che permettono di modificare labbra e viso, cambiare colore di occhi e capelli, facendoci diventare magicamente ciò che non siamo? Per Siracusano la diffusione delle immagini ritoccate ha contribuito «a rendere labile la linea di demarcazione tra realtà e fantasia circa la percezione del proprio corpo. Le trasformazioni bugiarde danno l’illusione di proporre immagini uniche di sé stessi, mentre inseguono un processo di omologazione generalizzato e di mortificazione della propria originalità: stesse pose, stesso taglio di capelli, stessi tatuaggi. I device sono quasi un invito alla menzogna».

Prendiamo il cellulare, che ci permette di inseguire ed essere inseguiti da mail e messaggi ovunque, a qualsiasi ora. Le ricerche nel campo dell’inganno, della fiducia nella tecnologia e della psicologia dei social media indicano nel telefono il mezzo di comunicazione più utilizzato per mentire, senza particolari differenze di età o genere: il 37% di menzogne nelle conversazioni telefoniche contro il 27% in quelle faccia a faccia, il 21% nei messaggi scritti e il 14% nelle email.
«Mi dispiace, non ho sentito lo squillo!», «Devo salutarti, mi si sta scaricando il cellulare» ,«Mi chiamano dalla stanza accanto», «Avevo silenziato le notifiche», «Non ho visto il messaggio», «Scusa, non posso rispondere» sono spesso bugie strategiche, un tentativo di mantenere l’equilibrio tra il desiderio di evitare il contatto e quello non offendere chi ci sta cercando. Sono bugie che Raffaella Scarpa in qualche modo depenalizza. Ma tanti si sono già assolti da soli.