Un ago, un filo e una seconda possibilità. Nel laboratorio di Prism, alle porte di Milano, ogni capo racconta una storia di riscatto. A cucirlo sono sarti arrivati da tutto il mondo: persone rimaste fuori dal mercato del lavoro che qui hanno trovato un’occupazione stabile. È da questa sartoria etica che prende forma un’impresa benefit capace di coniugare inclusione sociale, sostenibilità ambientale e qualità manifatturiera. Non a caso il suo slogan è: «La moda che fa bene».
Dietro il progetto c’è Giovanni Lucchesi, classe 1992. Il suo percorso parte dal volontariato, prosegue con una laurea in Relazioni internazionali e si arricchisce di due anni trascorsi in Zambia con il Servizio civile, dove coordina un progetto di sartoria sociale. È lì che matura l’idea di portare anche in Italia un modello d’impresa capace di creare valore economico senza perdere di vista quello umano.
Rientrato nel 2020, coinvolge l’amico ed ex compagno di università Paolo Romagnoli e inizia a costruire Prism. Dal 2023 l’azienda ha sede a Buccinasco, in provincia di Milano, dove ospita laboratorio e magazzino e realizza commesse per marchi italiani e internazionali. Oggi impiega una ventina di persone e continua a crescere, tanto da essere già alla ricerca di uno spazio più ampio.
«Il nostro primo obiettivo è dare lavoro e, quindi, dignità e futuro a chi rischia di restare ai margini», racconta Lucchesi. «Oggi abbiamo assunto 20 persone, principalmente uomini perché in altre culture quello del sarto è un lavoro tipicamente maschile, tra migranti, rifugiati, ex detenuti e disoccupati over 50. Persone con storie difficili alle spalle, che qui hanno trovato un impiego a tempo indeterminato con il contratto nazionale della piccola industria tessile. Nella gran parte dei casi non hanno bisogno di formazione, ma se serve un tirocinio ci rivolgiamo agli enti del terzo settore con cui collaboriamo, i quali, a loro volta, ci propongono candidati da assumere perché, ormai, si è sparsa la voce che qui si sta bene».

Nel laboratorio convivono professionalità provenienti da Italia, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Gambia, Egitto, Messico, Venezuela, Georgia, Togo, Ungheria e da molti altri Paesi. Una babele di lingue e culture che, invece di rappresentare un ostacolo, è diventata una ricchezza per l’azienda.

Un servizio di riparazioni
L’inclusione sociale è però solo una parte della missione di Prism. L’altra riguarda la sostenibilità ambientale. L’azienda lavora principalmente come laboratorio conto terzi per altri brand della moda, ma ha sviluppato servizi che aiutano il settore a ridurre sprechi e rifiuti.
Il primo è il repairing, ovvero la riparazione professionale di capi e accessori. Dalla sostituzione di una zip alla personalizzazione di una giacca, il laboratorio è in grado di gestire fino a mille interventi alla settimana per maison e rivenditori, e il servizio da poco si è esteso anche ai privati (basta registrarsi sul sito www.prismofficial.it e seguire le istruzioni).
C’è poi l’upcycling, che trasforma invenduti e capi difettosi in nuove creazioni sviluppate insieme ai brand e alle università di moda. Infine, il disassemblaggio, cioè lo smontaggio completo degli indumenti per recuperare tessuti e materiali riutilizzabili, eliminando zip, bottoni, etichette e componenti metalliche. Un’attività destinata a diventare sempre più importante dopo l’entrata in vigore, il 19 luglio 2026, del divieto europeo di distruggere i capi invenduti anche per le medie imprese del settore. Una norma che spinge l’intera filiera a ripensare il ciclo di vita degli abiti, privilegiando riuso, ricondizionamento e riciclo.
Negli ultimi vent’anni, difatti, la produzione mondiale di fibre tessili è quasi raddoppiata, mentre la quasi totalità dei capi, una volta terminato il loro ciclo di vita, continua a finire in discarica o negli inceneritori, con un pesante impatto ambientale. Prism prova a invertire questa tendenza, dimostrando che è possibile fare impresa mettendo al centro sia le persone sia il pianeta.
«La differenza rispetto a un’azienda tradizionale?», conclude Lucchesi. «Se le cose vanno bene, prima aumentiamo gli stipendi e poi distribuiamo gli utili agli investitori». Un principio che racconta meglio di qualsiasi slogan cosa significhi, davvero, fare bene.