«La moda? È inutile e necessaria». È una delle battute migliori dell’ultimo film di Angelina Jolie, Couture, un intreccio di storie che ha come sfondo Parigi, Chanel e la relazione con il corpo. Necessaria perché? «Quello che indossiamo dice di chi siamo, di come ci sentiamo, a volte, di chi vorremmo essere. È un modo per raccontarci senza parole. Non è solo una questione estetica: è fisiologica, psicologica e sociale», spiega Chiara Salomone, psicologa dell’immagine. «Ogni mattina stiamo decidendo non solo come vogliamo apparire, ma anche come vogliamo sentirci nel mondo».

Qualcosa ci può insegnare la bella mostra Dalì e la moda (dal 24 settembre al 31 gennaio 2027 a Milano, Palazzo Reale), un viaggio dove immaginazione, identità e desiderio si fondono in un unico linguaggio visivo. Oltre 200 opere (dipinti, disegni, fotografie, abiti, filmati, gioielli e oggetti) raccontano il legame di un grande artista con l’universo fashion. Dalì collaborò con Elsa Schiaparelli, Coco Chanel, Christian Dior e Paco Rabanne. Ma soprattutto con la “Schiap”. Insieme riuscirono a creare accessori e abiti indimenticabili come il Cappello-Scarpa, l’Abito-Aragosta (1937) e The Tears Dress (1938). Credevano che l’arte e la moda potessero essere mezzi eccezionali per la fuga fantastica di cui ancora oggi sentiamo il bisogno.
Poi però capita di dire la famosa frase: «Non ho niente da mettermi!». Di non trovare il vestito giusto. L’armadio è pieno, eppure… Manca proprio quello che ci serve. Spiegazione: nessun abito, colore, modello, in quel momento ci esprime davvero. Può essere insicurezza o una crisi vera, ma la condizione psicologica del «non ho niente da mettermi» significa che qualcosa non va. Gli abiti che abbiamo amato ieri oggi non ci rappresentano più. Ha ragione Roland Barthes quando dice che la moda è linguaggio e i nostri vestiti sono le parole che non riusciamo a pronunciare.
È il punto di incontro fra desideri profondi e superficiali, sollecitazioni che arrivano dal sistema sociale e dalla creatività degli stilisti, un mix complicato che poi si traduce in un gesto, in una scelta: «Ecco il vestito che volevo». Con quel gesto abbiamo comprato, senza saperlo, un pezzetto della nostra identità, come sostiene Miranda Priestly, indimenticabile protagonista del film Il diavolo veste Prada e relativo sequel.

Definisce la personalità
Emanuele Coccia, che ha scritto con Alessandro Michele, ex Gucci e oggi direttore creativo di Valentino, La vita delle forme, trova che la filosofia sia il linguaggio più adatto per parlare di moda. «Se un tempo l’abito definiva l’appartenenza, oggi definisce la personalità, è uno strumento identitario e democratico», si legge nel volume edito da HarperCollins. «Oggi è volgare vestirsi solo per dimostrare di essere ricchi, come mettere una t-shirt con il Colosseo per dimostrare di essere italiani. Anche il fast fashion, criticato per la sovrapproduzione, permette a chiunque di esprimere qualcosa attraverso ciò che indossa. Rende impossibile l’uniformità. La moda è una forza potente, senza confini. Una grammatica costruita in 120 anni, che tutti usano. Sopravviverà ai brand. La strada, grande fonte d’ispirazione, non morirà mai».
Chi acquista un abito, anche il più semplice, subisce un’influenza e la interpreta. Siamo nell’era del “consum-autore” (definizione del sociologo Francesco Morace, direttore di Future Concept Lab), mai del tutto passivo, anzi. Il vestito può trasmettere un’idea di professionalità, ed ecco il senso del power dressing. Nancy Pelosi, per quattro volte speaker della Camera Usa, spiegava così il suo tailleur Armani: «Un modo per fare cose da maschio senza far finta di esserlo». Ci sono stati gli anni delle imbottiture (mimavano le spalle larghe che le donne hanno metaforicamente) quelli della femminilità a oltranza (wrap dress, trasparenze e gonne corte) e siamo arrivati a quelli della fluidità.

Un atto di ribellione
Ma l’abito è molto altro, ed è anche per questo che seguiamo la moda. Il 60% delle donne affronta un dolore cambiando look. È un modo per rifiutare l’identità sofferente e di costruirsene una nuova. Dopo un trauma, abbiamo bisogno di coccolarci e la moda può aiutare il recupero di una parte di sé. Può essere un atto di ribellione, una rivincita. Basta pensare al Revenge Dress di Lady Diana.
A volte vestiamo il nostro io, la personalità cosciente, la professionista affidabile, a volte il nostro ideale dell’io (il gruppo sociale a cui sentiamo di appartenere), a volte una parte inconscia che ci fa prendere al volo qualcosa di “anarchico”, fuori dai canoni abituali. Ed è sempre più facile. La moda, che per molto tempo è stata prescrittiva («Tutte in nero! Basta con la mini! Abiti lunghi fino ai piedi») è diventata esplorativa. Non ci sono più diktat. Un vestito di molti anni fa (è il caso del vintage), può entrare nel bagaglio di oggi.
Dentro e fuori di noi c’è stata una piccola, silenziosa rivoluzione: non compro per avere una divisa, ma per dire qualcosa di me. Posso permettermi un “politeismo dell’anima”, bella metafora di James Hillman, essere cosciente dei molti dei che la abitano. La domanda non è «che cosa va di moda quest’anno?» ma «che cosa mi somiglia?».

Il linguaggio dei guardaroba
Paola Pizza, autrice del saggio Psicologia sociale della moda. Abbigliamento e identità (QuiEdit) decifra anche il linguaggio delle cabine armadio, così possiamo conoscerci meglio. Ordine maniacale? Ansia di controllo sul mondo e sulla tua interiorità. Separi gli stili, da un lato gli abiti eleganti, da sera, dall’altro quelli da lavoro, da giorno? Dividi la vita in compartimenti stagni. Tieni tutto nel cellofan? Stai sterilizzando il contatto con il piacere. Total black o grigio/nero/marrone? Non riesci a mostrare le emozioni. Soltanto abiti maschili, pantaloni, scarpe basse, zero colore? Metti tra parentesi la femminilità. Hai look già abbinati, camicia-gonna-giacca-cintura-borsa? Ansia, insicurezza, spinta verso la perfezione. O anche vuoto affettivo. E l’oversize? «Non è solo il desiderio di nascondere un corpo con cui ti senti a disagio», sostiene Paola Pizza, «ma pure quello di occupare più spazio. Donald Trump porta giacche larghe, spalle evidenti: “aumenta” così la sua presenza. C’è una spiegazione anche per chi conserva mini da liceale e pantaloni dei vent’anni (Lidia Ravera riesce ancora a entraci dentro): non vuole abbandonare la sua identità passata».
Il leggendario stilista Issey Miyake diceva che «un abito firmato è finito al 50% quando esce dal laboratorio, ma al 100% quando è indossato. Ci sono due etichette nei vestiti: l’etichetta dello stilista e l’etichetta del corpo che lo indossa». Quindi, dandogli ragione, qualunque abito è un’opera alla quale tutti partecipiamo. Sembra inutile, ma in qualche modo, è davvero necessaria.