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Dall’idea, rilanciata più volte, di annettere la Groenlandia agli Usa fino agli attacchi in Iran. Donald Trump continua a sbalordire il pianeta. L’attacco diretto al Papa ad aprile - accusato di essere «debole» e inadatto a parlare di guerra - segna una rottura incredibile e inconcepibile nei rapporti tra Casa Bianca e Vaticano. E la dichiarazione del Pontefice è risuonata come un ritorno ai valori fondanti dell’umanità, quando ha parlato di un mondo «devastato da una manciata di tiranni».
Allo stesso tempo, sul fronte interno, la politica migratoria di Trump ha assunto tratti sempre più radicali e ingiustificabili. L’espansione delle operazioni dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa di controllo dell’immigrazione, ha portato a una stagione di arresti su larga scala, raid nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro, e a un sistema di detenzione che coinvolge decine di migliaia di persone. Una linea che molti osservatori definiscono senza precedenti per intensità e modalità operative.
Negli ultimi mesi, il presidente americano ha costruito una sequenza di dichiarazioni e decisioni che già prese singolarmente sono eccessive ma, viste insieme, delineano uno stile politico conflittuale, spesso imprevedibile e per qualcuno malato. Ed è qui che il dibattito pubblico si infervora intorno a una domanda: Trump è fuori controllo o è perfettamente consapevole di ciò che fa?
A colpire non è solo il contenuto delle sue frasi, ma il tono. Non si limita a dissentire: attacca, delegittima, personalizza. Per alcuni osservatori, questa violenza verbale corrisponderebbe a una strategia. La provocazione continua serve a polarizzare, a dominare lo spazio mediatico, a rafforzare il consenso. E se invece dietro ci fosse una psicopatologia?
«Un caso clinico»
La psichiatra forense Bandy Lee, già docente alla Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume Il caso clinico di Donald Trump (Fazi Editore) le analisi di 27 esperti di salute mentale. La conclusione è netta: il presidente non sarebbe adatto a governare e rappresenterebbe un grave pericolo per la nazione. Secondo Lee, manifesterebbe tratti riconducibili al cosiddetto “narcisismo maligno”, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia. Le sue parole sono tra le più dure: «Trump si faccia esaminare con urgenza da un neuropsichiatra. Vogliamo sensibilizzare il pubblico al pericolo che rappresenta».
Secondo Lee, questo clima avrebbe conseguenze concrete: «I crimini a sfondo razziale hanno raggiunto un picco senza precedenti… Sono aumentati il bullismo e le morti da arma da fuoco». Ma il punto più allarmante riguarda il potere presidenziale: «Non siamo mai stati così vicini a una guerra nucleare… Trump potrebbe decidere di premere sul bottone per qualsiasi motivo».
«Incapacità di empatia»
Su una linea simile si colloca lo psicologo clinico John Gartner, già docente alla Johns Hopkins University School of Medicine, tra i promotori del movimento Duty to Warn. Anche per lui, Trump presenta tratti compatibili con il narcisismo maligno.
Gartner descrive una personalità caratterizzata da: bisogno costante di ammirazione, incapacità di empatia, impulsività e aggressività. In questa prospettiva, la violenza verbale non è solo stile, ma parte integrante di una struttura psicologica.
«Non è un folle»
A questa lettura si oppone con forza Allen Frances, professore emerito di Psichiatria alla Duke University School of Medicine, già estensore del Dsm-IV, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali pubblicato dall’American Psychiatric Association.
Nel libro L’America di Trump all’esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri), Frances prende una posizione netta: The Donald non è pazzo. I suoi comportamenti possono essere estremi e divisivi, ma non rientrano in una patologia clinica. Medicalizzare il fenomeno, secondo Frances, è un errore. La sua formula è diventata celebre: «Cattivo, non pazzo».
Per lo psichiatra, il problema non è Trump in sé, ma il contesto che ne ha permesso l’ascesa. Definirlo malato mentale rischia di diventare un alibi che impedisce di comprendere le dinamiche politiche e sociali.
Che leadership incarna?
A complicare il quadro c’è anche una questione etica: la cosiddetta Goldwater Rule, che vieta agli psichiatri di diagnosticare figure pubbliche senza una valutazione diretta. Il risultato è un dibattito spaccato: chi parla apertamente di pericolosità, chi invita alla prudenza, chi rifiuta qualsiasi diagnosi.
Alla fine, la domanda resta aperta, ma forse è mal posta. Dire che Trump è “pazzo” semplifica troppo. Ma dire che è solo “furbo” non basta.
Trump può avere tratti psicologici problematici, ma questi tratti operano dentro una logica politica precisa.
La vera domanda è il tipo di leadership che rappresenta. Una leadership che normalizza l’aggressività, che usa il conflitto come strumento, che trasforma la politica in uno scontro permanente.









