Ogni settimana fa ridere milioni di spettatori con la copertina satirica che apre il programma condotto da Giovanni Floris su La7 diMartedì, in coppia con lo storico partner Luca Bizzarri. Ma Paolo Kessisoglu non si limita alla comicità televisiva. Molto sensibile al tema degli adolescenti con problemi di sofferenza psicologica, nel 2023 ha fondato, con la compagna Silvia Rocchi, l’associazione no profit C’è Da Fare.

Tutto nasce da tre parole, il titolo della canzone C’è da fare che proprio il comico genovese, nel 2018, aveva scritto per la tragedia che aveva colpito la sua città con il crollo del Ponte Morandi. Quelle tre parole sono diventate il nome dell’associazione ma anche un invito a fare qualcosa per molti ragazzi in difficoltà.

Contrasto ai pregiudizi
«Il nostro obiettivo è in primis promuovere solidarietà e sensibilizzazione sul tema», dice Rocchi, direttrice generale dell’associazione, architetta e madre di due ragazze adolescenti. «Con le nostre campagne vogliamo contrastare i tanti pregiudizi associati alla salute mentale dei teenager. Di salute mentale, infatti, si parla ancora pochissimo e condividiamo con i neuropsichiatri dell’infanzia e dell’adolescenza l’appello riguardo alla necessità di investire nella prevenzione e promuovere l’educazione alla salute mentale». La spinta emotiva al progetto è nata da Kessisoglu, presidente dell’associazione, da sempre impegnato in iniziative solidali in vari ambiti e che, anche come genitore di una ragazza di 22 anni, è molto attento alle dinamiche familiari.
Ha appena concluso la tournée teatrale del monologo Sfidati di me: un padre arriva al pronto soccorso dove il figlio adolescente è stato ricoverato in seguito a un incidente, ma le sue condizioni non sono chiare e l’attesa si trasforma in un viaggio interiore tragicomico. «Quando tre anni fa abbiamo deciso di impegnarci insieme in questa esperienza non immaginavamo ancora quante famiglie avessero bisogno di sapere che non erano sole e che parlare del disagio psicologico dei propri figli non era una vergogna», continua Rocchi. «Ecco perché è necessario promuovere una cultura della prevenzione e dell’ascolto su questo tema. Sia io sia Paolo siamo genitori e, attraverso gli occhi dei nostri figli e quelli dei loro amici, abbiamo toccato con mano quanto la pandemia abbia in alcuni casi esasperato certe fragilità, facendole esplodere».

Il rapporto con il Niguarda
Oltre ad accendere i riflettori sulla salute mentale giovanile, C’è Da Fare Ets sviluppa progetti in collaborazione con i servizi neuropsichiatrici di alcuni tra i più importanti ospedali italiani. Gli incassi degli eventi organizzati dall’associazione (spettacoli, gare sportive, charity dinner) sono destinati ad attivare percorsi psicoterapici intensivi per adolescenti particolarmente fragili.
«Uno dei progetti su cui abbiamo concentrato maggiormente le nostre energie è “C’è Da Fare Safe Teen”, un protocollo di assistenza ambulatoriale multidisciplinare insieme all’ospedale Niguarda di Milano», spiega Rocchi. «Si tratta di un percorso di cura fornito da un’équipe di specialisti alle famiglie e agli adolescenti in condizioni di grave disagio. Perché quando un figlio presenta queste problematiche la prima preoccupazione di un genitore è come poterlo aiutare».
Spesso, infatti, sul territorio mancano punti di riferimento cui rivolgersi e questo porta a perdere tempo e a ritardare così l’inizio delle terapie. «I nostri progetti vogliono integrarsi al sistema sanitario che non riesce a far fronte alle tantissime richieste di assistenza», continua la co-fondatrice di C’è Da Fare Ets. «Al Niguarda la risposta è stata più che positiva, ecco perché abbiamo esteso il modello anche fuori dalla Lombardia, a Roma, Genova, Firenze e Belluno. Il nostro sogno è attivarlo in sempre più regioni e renderlo replicabile in più strutture ospedaliere».
In un’intervista a Vanity Fair, Kessisoglu ha detto: «Ci siamo resi conto che la famiglia è un punto cardine. Curare il ragazzo in difficoltà, senza coinvolgere la sua famiglia, è come pensare di dare un banale antinfiammatorio per un male molto più complicato». Conferma Rocchi: «A scriverci sono nel 90% dei casi proprio i genitori. Tanti lo fanno anche solo per ringraziarci del fatto che parliamo pubblicamente di questa problematica e per questo si sentono meno soli. Nel prossimo futuro ci piacerebbe aprire un punto di riferimento fisico, un hub per ascoltare e orientare le famiglie. Perché, parafrasando il nome dell’associazione, c’è sempre da fare».