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Il giovane Paolo Sarullo, 25 anni, originario di Albenga, è diventato suo malgrado il volto di una ferita collettiva. Il 19 maggio 2024, un tentativo di rapina finito male gli ha cambiato la vita: un pugno in faccia, la caduta, il trauma cranico gravissimo. Dopo tre mesi di coma e tre interventi delicati, il suo percorso riabilitativo presso la Fondazione Don Gnocchi di La Spezia lo ha riportato alla parola, all’alimentazione autonoma, ai primi movimenti. La sua storia è approdata anche sul palco del Festival di Sanremo come appello contro la violenza giovanile. La foto è di Federico Schenone.
Quanto mi manca il mare. Mi manca quella leggerezza che non sapevo nemmeno di avere. E poi mi manca Aisa, la mia cagnolina. Non la vedo da due anni. Quando ero a casa correva verso di me scodinzolando, come se ogni giorno fosse una festa. Sono cose semplici, lo so, ma quando non le hai più capisci quanto contano davvero.
La mia vita è cambiata il 19 maggio 2024. Fino a quel momento ero un ragazzo normale: 24 anni, un lavoro, gli amici, la musica di Olly nelle cuffie, la Sampdoria nel cuore e una lista di sogni fatta di viaggi, concerti e partite allo stadio.
Quella notte, verso le 3.30, stavo rientrando dalla discoteca insieme al mio migliore amico. Portavo il monopattino elettrico a mano, quello che usavo ogni giorno per andare al lavoro. All’improvviso, quattro ragazzi mi hanno circondato per portarmelo via. Ho solo chiesto di ridarmelo, ma la risposta è stata un pugno dritto in faccia. Poi la caduta e il buio.
«Mi sono svegliato dopo mesi»
Il resto me lo hanno raccontato gli altri. Cadendo ho battuto la testa contro il cordolo del marciapiede, provocandomi un’emorragia cerebrale gravissima. Mi hanno portato d’urgenza al Santa Corona di Pietra Ligure, dove sono stato operato tre volte, interventi interminabili da 15 ore ciascuno. Mi hanno aperto la testa. Alla fine, gran parte del mio cranio non c’era più. E non bastava ancora. Per oltre tre mesi sono rimasto in pericolo di vita, sospeso, mentre il mio corpo lottava per rimanere.
Passavano i giorni e la prospettiva era, al massimo, quella di uno stato vegetativo. Non avrei più parlato, non avrei più ricordato, non mi sarei più mosso. Alla mia famiglia era stato prospettato anche il peggio: firme, documenti, la terribile domanda sull’espianto degli organi.


Valentina Carli, specialista in Medicina interna, è la responsabile dell’unità Gravi cerebrolesioni acquisite del Polo riabilitativo del Levante Ligure della Fondazione Don Gnocchi, a La Spezia, dove sta facendo riabilitazione Paolo Sarullo. La foto è di Federico Schenone.
Invece le cose sono andate diversamente, contro ogni previsione. Certo, quando ho riaperto gli occhi non ero più quello di prima. Il mio corpo non rispondeva, le parole non uscivano, potevo solo osservare il mondo intorno a me. In questi casi i medici parlano di tetraplegia, cioè di una paralisi che coinvolge tutti e quattro gli arti e il torso. Mia mamma Miranda, che ha lasciato il lavoro per starmi accanto, era lì, a sperare al posto mio quando io non potevo farlo.
Durante il coma ho fatto un sogno che non riesco a dimenticare: ho visto papa Francesco. Una presenza calma, luminosa, come se mi dicesse di restare. Da allora porto dentro un desiderio che mi accompagna ogni giorno: incontrare il nuovo Papa, perché Francesco non c’è più, guardarlo negli occhi e raccontargli la mia storia.
«Fisioterapia per riuscire a camminare»
Il 22 agosto 2024 sono arrivato al Polo Riabilitativo del Levante Ligure della Fondazione Don Gnocchi. È lì che è iniziata la mia seconda vita. Da allora lavoro con medici, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, psicologi e neuropsicologi: persone che non mollano mai, nemmeno quando tu non hai più forze, e che festeggiano con te i millimetri, non solo i metri.
Le mie giornate partono da cose che prima davo per scontate e che adesso sono diventate conquiste. Faccio fisioterapia in palestra tutti i giorni: uso uno speciale deambulatore che mi sostiene mentre provo a camminare. Ha un appoggio su cui mi reggo, un manubrio davanti e delle ruote sotto. Io muovo le gambe e lui mi accompagna, insieme al fisioterapista che mi sta accanto.
Indosso anche dei tutori, simili a stivali rigidi, che tengono il piede nella posizione giusta per fare il passo. Da poco ho lasciato quelli più pesanti: ora ne ho di più leggeri, colorati, con i palloni da calcio disegnati sopra. Mi ricordano che i sogni non si cancellano, ma si rincorrono. Piano, ma si rincorrono.
«Esercizi per la memoria e l’attenzione»
Poi c’è tutto il resto, che è altrettanto importante. Faccio esercizi per allenare la memoria, l’attenzione, la capacità di organizzare le azioni. Per esempio, metto in fila delle immagini per dare il giusto ordine ai gesti.
Ho anche un supporto psicologico, perché non è solo il corpo a dover guarire. Ho dovuto fare i conti con quello che è successo, ricostruirlo, accettarlo.


A La Spezia c’è un reparto della Fondazione Don Gnocchi che accoglie i casi più complessi, quelli che arrivano dalle rianimazioni con disabilità severe e percorsi ancora tutti da costruire. Nella foto (di Federico Schenone) attorno al giovane Paolo Sarullo c'è l’équipe specializzata composta da medici, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali e infermieri: lavorano ogni giorno per riattivare funzioni, sostenere le famiglie e accompagnare i pazienti fin dai primi progressi.
Infine c’è la terapia occupazionale, che trasforma i piccoli progressi in qualcosa di concreto. Se riesco a muovere meglio una mano, allora posso usarla per colorare, per costruire qualcosa. Un giorno ho addirittura preparato una torta al cioccolato e adesso mi piacerebbe cucinare dei cupcake. Dicono che sono bravo.
«La fondazione con la persona che considero mia sorella»
Non so fin dove arriverò, ma so che devo provarci. Ho scelto di non vivere con la rabbia. Ho perdonato i ragazzi che mi hanno fatto questo. Non perché sia semplice – non lo è – ma perché l’odio non mi avrebbe restituito nulla. Io voglio guardare avanti, non indietro.
Dalla mia storia è nata la Fondazione Uniti per Paolo, presieduta da Rossella Lamarra, la figlia dell’attuale compagno di mia mamma. Per me è come una sorella: insieme stiamo cercando di trasformare una tragedia in un messaggio. Dire ai ragazzi che la violenza non è un gioco, che basta un secondo per cambiare tutto per sempre. La Fondazione Uniti per Paolo lo farà con progetti educativi, iniziative di sensibilizzazione e sostegno alle famiglie che vivono situazioni difficili.
E poi ci sono sempre i miei sogni, quelli che mi tengono in piedi. Alcuni li ho già realizzati: mangiare una pizza con patatine e wurstel, collegarmi con il palco di Sanremo per parlare ai ragazzi e ricordare che la vita non è un foglio da accartocciare e buttare via. Altri mi aspettano: tornare allo stadio, andare a un concerto, entrare in un cinema, camminare sempre meglio, riabbracciare Aisa mentre mi corre incontro. E sì, incontrare il Papa, come in quel sogno che mi ha tenuto vivo.
Forse la vita che avevo prima non tornerà, ma una vita c’è ancora. È diversa, più fragile, più lenta, ma è vita. E ogni giorno, anche quando fa male, mi ripeto una sola cosa: non si molla. Mai.











