Perdonare significa liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu», scriveva Lewis B. Smedes, teologo e scrittore statunitense. Già, perché il perdono è una delle imprese più difficili della vita. Eppure, quando accade, dentro di noi si apre uno spazio nuovo. Studi recenti mostrano che il perdono non è soltanto un valore morale ma uno strumento di benessere. Secondo i ricercatori dell’Harvard Medical School, per esempio, lasciar andare il rancore riduce ansia, depressione, stress, migliora il sonno e persino la pressione sanguigna. Dimenticare un torto subito, insomma, aiuta la mente e il corpo.

Quando coviamo rabbia o risentimento, i livelli di adrenalina e cortisolo si alzano, con conseguenze sul sistema cardiovascolare, immunitario e metabolico. Perdonare, al contrario, fa diminuire la risposta allo stress, normalizza la frequenza cardiaca e abbassa la pressione. A livello psicologico, inoltre, è dimostrato che chi impara a perdonare sperimenta un significativo miglioramento dell’umore, una riduzione di sintomi depressivi e un aumento della soddisfazione di vita.

Il percorso tra sé e sé
Certo, non è facile. «Perdonare è parte di un processo ampio che mette in discussione due persone e la loro relazione», spiega don Simone Bruno, psicologo-psicoterapeuta e direttore editoriale di San Paolo Edizioni, che ha appena dato alle stampe Il dono del perdono, di Fra Matteo Pugliares. «Arrivarci richiede un percorso lungo e a volte doloroso, risulta denso di fatica e chiama in causa le parti più intime e sensibili di sé».

Il nuovo libro di Fra Matteo Pugliares, Il dono del perdono (Edizioni San Paolo)
Il nuovo libro di Fra Matteo Pugliares, Il dono del perdono (Edizioni San Paolo)

Il nuovo libro di Fra Matteo Pugliares, Il dono del perdono (Edizioni San Paolo)

Da qui la necessità di una vera preparazione: «Educare ed educarsi a entrare nell’ottica di una riconciliazione è fondamentale. Per questo, è importante assecondare i passi giusti: riconoscere l’offesa, gestire le emozioni che ne derivano, attribuire senso a quanto è successo, ritrovare l’offensore, decidere e, infine, comunicare la scelta: “Io ti perdono”».
Le ricerche scientifiche hanno indagato a livello cerebrale. Secondo un’analisi pubblicata su Psychology Today, il perdono attiva aree della corteccia prefrontale legate all’empatia e alla comprensione del punto di vista altrui, mentre diminuisce l’attività delle regioni che alimentano emozioni negative e ruminazione. La conseguenza? Le persone riportano di sentirsi “più leggere”, meno intrappolate nel dolore passato, più disponibili alla connessione affettiva.
Non si tratta di un moto spontaneo, ma di un cammino strutturato. «Perdonare», continua don Bruno, «richiede sofisticate strategie neuronali per tenere in considerazione, nello stesso momento, l’accaduto, la percezione del dolore proprio e dell’errore altrui, le emozioni contrastanti, i pensieri e la scelta di oltrepassare l’episodio scatenante per ricostruire un nuovo patto relazionale».
Ma il perdono è anche un motore evolutivo e - per chi crede - una parola evangelica che spalanca orizzonti. Don Bruno lo dice da sacerdote e da psicologo: «Ha favorito la pro-socialità e l’altruismo, riducendo i conflitti e permettendo alleanze positive e vantaggiose tra persone singole, tribù, villaggi e gruppi sociali». E poi è venuto il cristianesimo: «Basti ricordare il perdono di Gesù per chi lo ha crocifisso, il ritorno del figlio prodigo, e l’atteggiamento “robusto” del “porgere l’altra guancia”. Non è buonismo ma gesto spirituale denso che richiama la capacità di amare, come rimarca anche Fra Pugliares nel suo libro recente».

Abbandonare la battaglia
Perdonare non equivale a cancellare ciò che è accaduto, né si identifica sempre con la riconciliazione. «Il perdono può definirsi un processo unilaterale, un atto che riguarda la persona offesa», continua don Bruno. «La riconciliazione, invece, comporta un lavoro congiunto, con la volontà di entrambi». Questa distinzione non è solo teorica: permette a chi è stato ferito di non restare prigioniero del male ricevuto, anche quando l’altro non è pronto - o non è disposto - a fare la propria parte.
Quando il perdono matura, le relazioni smettono di essere un campo di battaglia e tornano a essere un luogo abitabile. «Il perdono, se completo e non parziale, esprime e testimonia la forza dei sentimenti autentici e la capacità di volere e desiderare il bene dell’altra persona, così com’è», dice il direttore delle Edizioni San Paolo. «Le relazioni si trasformano in senso positivo, consolidandole giorno dopo giorno». L’eco sociale è evidente: «Il perdono influenza le interazioni successive tra vittima e offensore favorendo la cooperazione, il compromesso, la ricerca di soluzioni condivise e il recupero della relazione. E, in modo costruttivo, migliora le modalità con cui si affrontano i conflitti, riducendo l’aggressività reciproca ed evitando l’escalation e il perseguimento della vendetta. Il beneficio si estende all’intera collettività».
Se il perdono guarisce individui, legami e comunità, perché appare così lontano dalle nostre logiche quotidiane? Don Bruno individua una radice culturale precisa: «Le logiche culturali odierne si sono assestate sul solco ambiguo della polarizzazione, che invita ad assolutizzare la propria posizione e a ritenerla l’unica concepibile. In questo modo, cresce il senso di appartenenza allo schieramento e, allo stesso tempo, aumenta la separazione dagli altri, cioè da chi non la pensa come me».
Non sempre possiamo impedire che qualcuno ci ferisca. Ma possiamo scegliere come rispondere: rimanere incatenati al male ricevuto, o spezzare la catena. La seconda strada ci rende liberi.