Non è stato un incidente. Sono un giornalista, le parole le conosco. E so bene che alle parole bisogna dare il giusto valore. Incidente è quando avviene qualcosa di casuale, è un avvenimento inatteso, che non puoi prevedere. Ma quando con la tua auto uccidi qualcuno per strada… allora no, di fatalità non c’è nulla. Quello che ha portato via mio figlio non è stato un incidente, ma uno scontro. Il processo chiarirà l’esatta dinamica di quanto avvenne il 17 aprile del 2024. Intanto, però, io da padre non mi rassegno. Chiedo giustizia, ovviamente, ma chiedo anche, a nome di tante persone che come me hanno perso un figlio, sulla strada o per altri motivi, che le istituzioni si impegnino. Perché noi genitori, oltre al dolore, dobbiamo sopportare le falle di una burocrazia e di un sistema che incespica, di fronte a simili tragedie. Anche per questo ho fondato l’associazione “Un abbraccio per Alessio”. Perché da questo grande dolore possano nascere gesti di aiuto concreti e il suo ricordo continui a vivere in tutto ciò che, da oggi in poi, decideremo di compiere.

«Era curioso, attivo»
Alessio è il mio primo figlio. Tra lui e Valentina, la secondogenita, c’è sempre stato un legame fortissimo. Sono un padre fortunato e orgoglioso. Lui amava i motori, una passione che abbiamo condiviso al punto che aveva iniziato ad aiutarmi nel mio lavoro quando dovevo fare articoli, video e riprese sul mio sito greenstart.it in cui raccontavamo la transizione alla mobilità elettrica. La moto, per lui, era libertà e scoperta: la utilizzava per esplorare le montagne che circondano Milano, dove viviamo, per percorrere strade nuove e raggiungere altri orizzonti. Era prudente, sereno, affidabile.
Alessio aveva vissuto parte della sua adolescenza confinato a casa per la pandemia, come tantissimi ragazzi della sua età. Era diligente, curioso, attivo su vari fronti, quasi avesse compreso che il tempo qui con noi non sarebbe stato lungo: in pochi mesi, dopo la maturità, aveva avuto un contratto stabile come programmatore. L’isolamento del Covid lo aveva segnato, e anche per questo aveva rafforzato la sua passione per le due ruote: erano le sue ali, per visitare quel mondo che la pandemia gli aveva temporaneamente precluso. Poi, certo, utilizzava la moto anche per andare al lavoro. Quel giorno, era in pausa pranzo e stava andando a prendersi un panino. Secondo i nostri rilievi, viaggiava a meno di 50 km all’ora e una macchina non avrebbe rispettato la precedenza. E lui non ha nemmeno avuto il tempo di frenare, essendosi trovato l’auto in svolta di fronte. Pare sia morto già in ambulanza. O, forse, appena arrivato in ospedale. Se sia stata disattenzione o altro, quella del conducente dell’auto, spero sarà chiarito, seppur con i tempi lunghissimi della giustizia italiana. Nel frattempo, però, Alessio non c’è più. E io mi voglio impegnare perché simili tragedie vengano prevenute.

Una strage silenziosa
Sapete quante persone sono morte per strada, nel 2024? Ben 3.030. Di queste, 804 erano motociclisti. Gli eventi stradali sono la prima causa di morte, sotto i 30 anni. Un numero impressionante di vittime, che però sembra interessare poco, basti vedere come da parte di alcuni politici si voglia evitare il limite di 30 km all’ora per le strade dei centri cittadini. Si parla poco delle vittime, ancora meno dei familiari.
A settembre 2025 abbiamo partecipato a un emozionante evento a Parigi promosso dall’associazione “Alleno”, fondata da uno chef stellato che ha perso un figlio per uno scontro in moto. Con il progetto “Alive” sono stati stampati e messi sul ponte sulla Senna davanti alla tour Eiffel 1.300 ritratti di genitori, familiari e amici di vittime della strada da tutta Europa: c’eravamo anche io, Valentina, la mamma, la nonna e alcuni amici di Alessio. Mi piacerebbe riproporre in Italia iniziative simili.
Sono sincero, la rabbia non è stato il sentimento che mi ha accompagnato in questi mesi. Tuttavia, credo di dover assolutamente fare qualcosa perché quello che abbiamo vissuto dopo la morte di Alessio non succeda più a nessuno. Ci sono tante cose che vanno aggiustate. I medici, le forze di polizia e le istituzioni spesso non sono formati a comunicare ai familiari una simile tragedia e nemmeno a fornire un supporto psicologico e un aiuto a superare gli ostacoli burocratici successivi. E la mia famiglia, purtroppo, ne ha fatto le spese.

Imparare a comunicare
Come la maggior parte dei motociclisti, anche Alessio indossava una placchetta con i numeri d’emergenza. Questo ha fatto sì che fossi avvisato subito dall’ospedale. Non ricordo l’esatta sequenza degli eventi, una volta arrivato in pronto soccorso. So per certo, però, che, sia per me, sia per la mamma di Alessio, non c’è stata attenzione né riguardo: nonostante la mia richiesta di un supporto psicologico per la mamma, la frase che ho sentito dire è stata: «Alessio non c’è più, vuole un bicchiere d’acqua?». Così, senza preparazione, senza frasi di circostanza.
L’ipocrisia e la menzogna sono comportamenti inaccettabili, ci mancherebbe. Ma possibile non esista un protocollo di supporto che si attivi in un ospedale dove arriva la maggior parte dei traumatizzati per scontri stradali? Ecco, tra gli obiettivi di “Un abbraccio per Alessio” c’è anche quello di lavorare perché in tutti gli ospedali ci sia un supporto psicologico al momento della comunicazione di un decesso e un sostegno sui passaggi successivi. E ci sia anche un accompagnamento alla donazione degli organi: ad Alessio hanno prelevato pelle e cornee, ma tutto si è svolto in maniera fredda, burocratica, facendoci firmare dei fogli. Per un genitore, quelli non sono soltanto organi. Sono parte del proprio figlio. Occorrerebbe, forse, una sorta di sacralità, davanti a un prelievo che salva altre vite e soprattutto una comunicazione nei giorni successivi su ciò che è avvenuto.
Purtroppo, abbiamo trovato poca empatia anche da parte di chi ha effettuato i rilievi tecnici e di chi poi ha compiuto l’autopsia. Capisco che per loro è un lavoro di routine, ma la burocrazia non può non tenere conto dello strazio di un padre che ha perso un figlio. Ci vorrebbe maggior rispetto per il nostro dolore.

L’appello alle istituzioni
Io ho iniziato un percorso di psicoterapia, che per fortuna mi posso permettere economicamente, e frequento un gruppo di auto-mutuo aiuto a Legnano, in provincia di Milano: parlare con altri genitori che hanno perso un figlio è un grande appiglio per non affogare.
Sono rientrato abbastanza velocemente al lavoro, mentre la mamma di Alessio ha avuto bisogno di più tempo. Fortunatamente la sua azienda l’ha supportata e le ha permesso di trasformare il contratto in un part time. Ma non sempre è così: per il lutto di un figlio vengono concessi tre giorni, come per quando muore un nonno. Ma dalla morte di tuo figlio spesso non ti riprendi facilmente: ho conosciuto genitori che hanno perso il lavoro, perché avevano bisogno di più di tre giorni per poter comprendere come affrontare il dolore. Ecco, sarebbe bello che, per legge, ci fosse un congedo più lungo.
Alessio è stato un nuotatore agonista e chiedeva sempre un abbraccio. Nel giorno del funerale abbiamo chiesto a tutti di fare una donazione a “L’Abbraccio”, un’associazione creata dal pediatra che ha seguito da piccoli Alessio e Valentina e che supporta le famiglie con bambini e ragazzi autistici. Con i fondi ricavati è stato ristrutturato un locale e finanziato un corso di nuoto per i ragazzi. Vederli sguazzare in vasca è un po’ ritornare agli anni in cui ero con mio figlio per le sue gare nelle piscine. Per continuare a supportarli e per arrivare anche agli altri obiettivi, abbiamo pensato di creare una nostra associazione, che si è formalmente costituita a gennaio 2026, e si chiama “Un abbraccio per Alessio”.

«Il dolore è una molla»
Vogliamo lavorare anche sul supporto ai genitori che perdono un figlio, creando gruppi di auto-mutuo aiuto e offrendo un supporto psicologico e materiale nel post evento traumatico. E poi impegnarci sui temi della sicurezza stradale, sulla sensibilizzazione del personale ospedaliero, di quello scolastico, perché bisogna avvertire le persone che comportamenti scorretti portano a esiti tragici.
Da piccolo, Alessio gareggiava nella Dds di Settimo nella squadra di nuoto “Rane rosse” e ha frequentato con la sorella i campus estivi all’oasi Wwf di Vanzago. Quando abbiamo scoperto che nell’oasi avevano un progetto per ripopolare la pianura Padana della rana di Lataste, che è una rana rossa, abbiamo deciso di finanziare uno stagno, dove i girini diventeranno rane rosse. E non ci fermeremo qui.
Alessio, figlio mio, avevi tante passioni. E questo nostro dolore ora è la molla per far nascere qualcosa di buono, utile e concreto, nel tuo nome, spinti dall’amore che ci hai regalato nei tuoi vent’anni. Un abbraccio per te da tutti noi, ovunque tu sia… E come ci insegnano i tuoi amici, sparsi in tutta Italia: «Cieli blu, Alessione!».