PHOTO
Sono cresciuta facendo movimento. A otto anni avevo già capito che il mio modo di esistere passava dal corpo: il respiro che accelera, i muscoli che bruciano, la mente che si fa leggera.
Prima la ginnastica ritmica a livello agonistico, poi il surf. Qualunque fosse la disciplina, lo sport era il mio modo di stare al mondo. Ero una ragazza sana, disciplinata, abituata a stringere i denti e a portare a termine ciò che iniziavo. Crescere così ti fa credere che il corpo sia un alleato invincibile, una macchina fedele che non ti tradisce. Per questo, quando è arrivata la malattia, è stata una doccia fredda. Non era solo una diagnosi, ma la fine di un’illusione. A 19 anni ho scoperto che non ero invincibile. Che il corpo, quello stesso corpo che avevo sempre considerato forte e affidabile, poteva diventare fragile.
«Il mio incidente di percorso»
Ero a Londra, studiavo lingue, lontana da casa e dalle certezze. Una mattina ho sentito una piccola “pallina” al seno. Ho chiamato mia madre tremando: «C’è qualcosa che non va. Cosa devo fare?». Lei aveva appena affrontato un tumore e quel segnale ci ha gelate entrambe.
Sono andata a fare un controllo da sola, in un Paese che non era il mio. E lì, senza una mano da stringere, ho ricevuto la notizia che nessuna ragazza dovrebbe mai sentire: era un tumore maligno.
Ricordo il silenzio dopo le parole del medico e la sensazione improvvisa di essere adulta, vulnerabile. Sono tornata subito in Italia. Intervento, radioterapia, controlli serrati, notti in cui la mente correva veloce. Ma dentro di me era scattato qualcosa: una forza nuova, quasi ostinata. Non volevo diventare “la ragazza malata”. Dovevo stare bene.
Mentre il mio corpo combatteva, io ricostruivo una versione di me più consapevole, più determinata, più viva. Ero una ragazza che aveva scoperto troppo presto la fragilità, ma anche la possibilità di rinascere.
«Ho seguito la mia strada»
Dopo l’intervento, ho ricominciato ad allenarmi, a correre. Era l’unico modo che conoscevo per sentirmi viva, per riprendere possesso di me stessa.
Se fosse dipeso da me, avrei trasformato lo sport in una professione fin da subito, ma non avevo il sostegno dei miei genitori. Vengo da una famiglia di insegnanti e per loro lo sport non era un lavoro: era un passatempo, una passione, niente di più.
Così ho seguito la strada “giusta”. Ho studiato, mi sono laureata in Lingue straniere e sono entrata a lavorare in una grande multinazionale. Di giorno ero la professionista impeccabile, immersa tra pianificazioni economiche e business plan. La sera, invece, scappavo in palestra.
Mentre costruivo la mia vita ufficiale, ne costruivo un’altra, più autentica. Studiavo fisiologia, anatomia, nutrizione. Approfondivo tutto ciò che riguardava il corpo e il suo funzionamento. Era come se la malattia, da cui per fortuna sono guarita, avesse acceso in me una sete di conoscenza nuova, profonda, impossibile da ignorare.
A 34 anni è arrivato Lorenzo, mio figlio. A 38 anni ho lasciato il lavoro sicuro e lo stipendio garantito.
Ho continuato a studiare e a formarmi nel mondo dello sport, del movimento e della nutrizione, approfondendo sempre di più tutto ciò che riguarda il funzionamento del corpo umano. Durante il periodo del Covid, ho deciso di fare un ulteriore passo avanti e di iscrivermi all’università, al corso di Scienze motorie, che oggi sto completando. Successivamente ho scelto di proseguire anche con un percorso di Scienze della nutrizione, perché credo che la conoscenza sia libertà e soprattutto una responsabilità verso le donne che decidono di affidarsi a me.
Durante la pandemia, quando il mio centro sportivo è stato costretto a chiudere, ho capito che quella crisi poteva diventare un punto di svolta. Mi stavo già formando nel digitale, nella comunicazione e nel coaching, intuendo che il futuro dell’allenamento sarebbe passato anche da lì.
Allenando donne da anni, avevo capito che il loro percorso non riguardava solo il corpo. Siamo fatte di emozioni, percezioni, dialogo interiore: ciò che vediamo allo specchio riflette ciò che sentiamo dentro.
Il lavoro in diretta live
Da questa visione è nata X-Fit Academy: un percorso per donne che unisce allenamento, educazione alimentare e crescita personale. Oggi è interamente in diretta live, con oltre venti ore settimanali di lezioni accessibili da computer, tablet, smartphone o smart tv.
Conta più di 650 iscritte in vari Paesi del mondo: dagli Emirati Arabi all’Inghilterra, dalla Spagna alla Svizzera, fino naturalmente all’Italia. Le chiamo “le mie donne” perché siamo prima di tutto una comunità, che lavora su stile di vita, ascolto del corpo e dialogo interno.
Accanto agli allenamenti c’è un percorso personalizzato, arricchito negli anni da professionisti come medici, fisioterapisti, genetisti e psicologi. Poi ci sono gli eventi dal vivo, due o tre l’anno, dove ci incontriamo e condividiamo le storie che ogni giorno ci tengono unite anche a distanza.
Le over 40, soprattutto, hanno bisogno di ricordare la forza che possiedono. Lo sport è il mezzo: insegna disciplina, resistenza, capacità di andare oltre. E quella forza fisica si riflette nella vita. C’è chi cambia lavoro, chi riprende a studiare, chi trova il coraggio di chiudere o iniziare una relazione.













