«Nell’attività fisica ho trovato un alleato prima, durante e dopo della diagnosi di tumore». Lo dice Ivan Basso, campione di ciclismo che ha affrontato nella vita un percorso in salita, faticoso anche per uno scalatore come lui. Classe 1977, vincitore del Giro d’Italia del 2006 e poi del 2010 e in gara a livello internazionale fino al luglio 2015 quando, durante la quinta tappa del Tour de France Arras-Amiens, un incidente lo ha costretto a fermarsi ma gli ha anche salvato la vita.

Oggi Basso è quello che nel mondo medico-scientifico si definisce surviver, un sopravvissuto, nel suo caso a un cancro al testicolo la cui diagnosi è emersa in seguito a quell’impasse. Un percorso complesso, durante il quale non ha mai smesso di fare movimento, sotto controllo medico. «A tutti dico di ascoltare il proprio corpo ma di non fermarsi», rivela. Non solo la storia gli ha dato ragione ma anche la scienza della quale lui si fa autentico ambassador, sostenendo il nuovo portale informativo Be Active Lab, sviluppato dalla azienda biotech Amgen per supportare pazienti oncologici, caregiver e medici in un percorso di cura che preveda anche l’attività fisica.

Ivan Basso, perché ha deciso di testimoniare quanto l’attività fisica sia importante come supporto per chi affronta un tumore?
«Sono stato malato di cancro e ho trovato nello sport un supporto costante. Prima, perché mi ha permesso di scoprire la patologia; durante, perché mentre ero ricoverato, sono riuscito a coinvolgere altri pazienti e così, proprio come accade durante le corse ciclistiche, abbiamo pedalato insieme verso un traguardo condiviso; e dopo, perché l’attività sportiva (adattata a me) è stata perfettamente complementare all’operazione e alle cure e mi accompagna ancora, come pilastro (insieme a sonno di qualità e alimentazione sana) del mio stile di vita».

Come ha scoperto di avere un tumore?
«Da mesi in bici non avevo buone sensazioni, ma gli esami del sangue erano normali. Il 13 luglio 2015, durante una tappa del Tour de France, ho fatto una brutta caduta. Non ho ascoltato il mio corpo e per tre giorni ho sopportato dolori fortissimi al testicolo pensando fosse l’incidente. Un’ecografia invece mi ha rivelato il tumore. Da lì, a 38 anni, è iniziata una nuova tappa della mia vita. La più importante e dura».

Come ha vissuto la diagnosi di tumore al testicolo?
«All’inizio c’è stato lo shock, la paura di perdere tutto: lavoro, identità, futuro. Da atleta sei abituato a controllare il corpo, e di colpo ti senti tradito. Il primo impatto è stato durissimo. Poi ho trasformato la rabbia in energia per curarmi. Accettare di non essere invincibile è stato il passaggio più difficile, ma anche quello che mi ha reso più umano».

Che sport ha praticato durante le cure?
«Ha cambiato forma: camminate in montagna, corsa, tennis. La bici è tornata più tardi. È stato un ritorno graduale, ma decisivo per ritrovare equilibrio, forza e fiducia».

Lo sport l’ha aiutata a intercettare la malattia?
«L’attività fisica quotidiana è un indicatore straordinario dello stato di salute e lo sport ha una duplice funzione: ti fa stare meglio e ti insegna anche ad ascoltarti. Un atleta conosce le reazioni del corpo: se uno sforzo abituale diventa diverso, più faticoso, è un campanello d’allarme. E questo vale anche per chi si allena da amatore con regolarità, perché è così che si sviluppa una consapevolezza che ti spinge a fare prevenzione e controlli al minimo segnale».

Cosa succede a un campione quando la malattia lo costringe allo stop?
«Un corpo abituato per decenni a muoversi sente subito l’impatto. Per me è stato alienante. Riprendere presto l’attività fisica, con l’ok dei medici, ha rimesso in equilibrio corpo e mente. Ma questo, ne sono convinto, vale per qualunque paziente oncologico, non solo per gli ex atleti».

Ha parlato di attività fisica adattata: cosa si intende con questa definizione, che viene usata anche dai medici che credono nel valore del movimento?
«È movimento calibrato sulla situazione clinica della persona. Va costruito con oncologi e chinesiologi, partendo da dove sei, non da dove eri. L’obiettivo è progressivo: rimetterti in moto, recuperare fiducia, sentirti parte attiva del percorso di cura».

Nel suo caso?
«L’attività fisica adattata ha significato che all’inizio camminavo nel mio paese, nel Varesotto, in una zona più che altro collinare; dopo ho preso a camminare in montagna, nell’area del Sacro Monte. In tutto questo, ho ricominciato a giocare a tennis come avevo fatto da ragazzo, con gli amici e con un maestro che mi ha permesso di riprendere confidenza con la racchetta e riattivare la memoria della mente e del corpo relativa a questa bella disciplina».

Molti pazienti oncologici pensano che si debba interrompere l’attività fisica...

«È un errore che va superato. Mantenere uno stile di vita sano e attivo, sempre in condivisione coi medici e seguendo le loro istruzioni, può essere una delle forme di sostegno psicofisico più efficaci. I giorni dopo l’intervento, quando non potevo muovermi, mi sentivo inutile. La testa andava veloce, il corpo no. Ne sono uscito ponendomi micro-obiettivi: oggi 10 minuti di camminata, domani 12. Celebrare ogni piccolo progresso mi ha ridato controllo. La malattia ti toglie certezze: l’attività fisica te ne restituisce una al giorno. E quando mente e corpo lavorano insieme, le terapie funzionano meglio».