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Connettersi al territorio e alla sua cultura, mantenendosi in forma e a zero impatto sull’ambiente. Le vacanze in cui si cammina sono diventate la nuova tendenza del turismo. Tanto che il 26 febbraio scorso in Italia è entrata in vigore una legge che promuove e valorizza i cammini. Ma anche senza intraprendere lunghi percorsi, un buon modo per tenersi in esercizio e godere delle attrattive del Bel Paese è quello di visitare le città e i borghi in cui per spostarsi si percorrono scale.
Le dieci calorie circa al minuto che si consumano quando si sale a piedi sono già un buon argomento. Ma la scienza ha certificato anche benefici più generali dovuti al miglioramento della frequenza cardiaca, al consumo di ossigeno, all’aumento della resistenza cardiovascolare. Per esempio, una ricerca condotta dall’University of East Anglia (Norwich, Gran Bretagna) e presentata al congresso della Società europea di cardiologia del 2024 ha mostrato che l’abitudine di salire le scale riduce il rischio di morire per malattie cardiovascolari del 39% e quello di morte per qualsiasi causa del 24%. E in un altro studio, pubblicato sulla rivista Neurobiology of aging, un gruppo di ricerca della Concordia University di Montreal ha concluso che più scale si salgono più “giovane” appare anche il cervello. Confrontando tramite risonanza magnetica le immagini cerebrali di 331 adulti sani tra i 19 e i 79 anni, si è vista una correlazione tra il volume del cervello (la cui massa tende a diminuire con l’invecchiamento) e il numero di gradini saliti ogni giorno.
L’Italia è fatta per più di tre quarti del suo territorio di montagne e colline. Le destinazioni quindi non mancano, da Nord a Sud, passando dalle Cinque Terre alla Costiera Amalfitana. Eccone quattro tra le più suggestive, con alcuni percorsi di vero e proprio trekking urbano.


Genova
La città ideale per chi non teme i gradini. Le scale sono ovunque: nei carruggi, nei quartieri alti, in collina. Una gita classica per genovesi e turisti è quella al quartiere collinare di Righi, 300 metri sul livello del mare: antiche mura, parchi, il Seminario di Genova, il giardino astronomico e diverse trattorie dove fermarsi a pranzare. Partendo dal centro storico, tra carruggi e antichi palazzi, dopo il primo tratto relativamente pianeggiante si entra nel cuore delle “creuze”: si percorrono scalinate strette, che salgono verso Castelletto, dove una pausa è quasi obbligatoria, con magnifica vista sulla città e sul porto. Da qui, l’itinerario si fa più immerso nel verde, con salite continue fino al Righi. Sono circa 2,5 chilometri e senza soste ci si mette meno di un’ora. Si possono stimare in oltre duemila gli scalini complessivi. Se si ritiene di aver camminato abbastanza e non si vuole affrontare la discesa (le discese impegnano meno l’apparato cardiocircolatorio ma di più le articolazioni) dal Righi si può tornare al centro, in 12 minuti, con la funicolare.
Un altro itinerario scenografico e vario, dove il paesaggio costiero compensa la fatica delle scale è quello da Nervi a Pieve Alta: mare, natura e infiniti gradini. Sono circa 5,5 chilometri, con un dislivello di 350 metri e, disseminati lungo il percorso, oltre duemila scalini. Si parte dal mare, con un tratto iniziale facile, che però dura poco: appena si lascia la costa, iniziano le prime salite verso Sant’Ilario. Le scalinate si inseriscono tra case, muretti e terrazze coltivate, in un paesaggio tipicamente ligure. Sant’Ilario offre un primo punto di sosta ideale, con vista sul mare. Da qui si prosegue verso Pieve Alta, dove il tracciato diventa più naturale e immerso nel verde. Le scale sono meno regolari, più “rustiche”, e la pendenza aumenta. L’arrivo è un balcone naturale sulla costa.


Napoli
Tra le città adatte a un trekking urbano impegnativo anche Napoli potrebbe aspirare al primo posto. Arte, cultura, meravigliosi paesaggi e una vita urbana vivace, con oltre 200 scalinate che collegano le colline al centro e al lungomare. Basti pensare che tra l’Eremo dei Camaldoli, punto più alto della città, e il mare ci sono 460 metri di dislivello. Volendo farli a piedi, partendo dal lungomare di Chiaia, sono due ore abbondanti di salita. Parte del percorso è lungo la scalinata che collega l’area superiore dei Quartieri Spagnoli al Vomero. Sono le famose scale del Petraio, 503 gradini che partono in corso Vittorio Emanuele, nei pressi del complesso monastico Suor Orsola Benincasa (che vale assolutamente una visita) e arrivano alla spettacolare Certosa di San Martino, fondata nel 1325 per volere di Carlo di Calabria, primogenito di Roberto d’Angiò, ampliata nell’attuale aspetto barocco nel 1581. La certosa è contigua a Castel San’ Elmo. Per tornare in centro, si può fare la Pedamentina di San Martino. Di tutte le strade che dal Vomero scendono verso il centro della città è una delle più antiche. Costruita a partire dal 1325 per trasportare il materiale della Certosa, questo collegamento pedonale conta oltre 414 gradini, che da Castel Sant’Elmo portano a corso Vittorio Emanuele. Da lì si può proseguire lungo le scale di Montesanto, 135 gradini, per arrivare al quartiere di Pignasecca, col suo mercato, il più antico di Napoli. Naturalmente si può fare anche il percorso inverso (prima Pedamentina e poi scale del Petraio); in ogni caso sono circa 2,5 chilometri, con più di mille gradini.
Altre due principali scalinate da segnalare: il Moiariello e la calata San Francesco.
La passeggiata del Moiariello può iniziare in via Foria, al Museo Archeologico, si svolta poi a sinistra in via Piazzi, dove s’iniziano a salire i gradini larghi e bassi della salita Montagnola, poi del Moiariello, che portano fino alla reggia di Capodimonte, con il suo importante museo e il maestoso parco. Sono circa tre chilometri. La prima parte della scalinata è celebre per il film Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica, dove una giovane Sophia Loren, sempre incinta per non farsi arrestare, vende le sigarette di contrabbando.
La calata San Francesco è una via gradinata, lunga poco più di un chilometro tra la Riviera di Chiaia e via Belvedere al Vomero. La strada cambia diverse volte paesaggio e architettura, tra scorci di panorama sul Golfo e su Capri, palazzi monumentali, giardini sospesi, chiese ed edicole votive.


Ragusa Ibla
La città di Ragusa, che si estende sulla parte meridionale dei monti Iblei, è famosa per i capolavori architettonici costruiti dopo il terremoto del 1693. Fa parte delle città tardo barocche della Val di Noto dichiarate nel 2002 patrimonio dell’umanità dall’ Unesco (le altre sono Caltagirone, Militello in Val di Catania, Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide e Scicli). Di questa città di 74mila abitanti, la parte più antica, Ragusa Ibla, è su una collina ed è famosa, oltre che per le sue architetture (e per essere stata il set della serie tv del Commissario Montalbano), per le sue scale. Si è infatti sviluppata adattandosi alla pendenza del terreno, con edifici addossati l’uno all’altro, vicoli stretti e dislivelli che rendono le scale un necessario mezzo di collegamento pedonale. Una passeggiata che parte da Ragusa Superiore per visitare Ibla è un vero trekking urbano nel tardo barocco siciliano. Un percorso da quattro-cinque chilometri e, suppergiù, almeno un migliaio di gradini.
Si può partire dalla magnifica cattedrale di San Giovanni Battista e in pochi minuti si arriva alla scalinata di Santa Maria delle Scale (dal nome della chiesa che sta al confine tra i due centri) che collega, scendendo 300 gradini, la città nuova all’antica, con panorama sulla vallata e sulla città vecchia. Arrivati a Ibla, la prima tappa è il maestoso Duomo di San Giorgio. La sua imponente facciata “a torre” che ingloba il campanile, si erge alla sommità di una scalinata da 54 gradini. Da lì ci si può dirigere all’estremità dell’abitato verso il giardino ibleo, antico parco con vista sulla valle. Per arrivarci si passa dal palazzo la Rocca, alle spalle della chiesa, lungo quella che era la strada principale dell’antico abitato, detta la “Ciancata” perché pavimentata con lastre di calcare chiamate “cianche”, e dalla chiesa di San Giuseppe, con la sua elegante facciata.
Una volta al giardino, si può sostare tra un viale di palme, una fontana e una terrazza panoramica, ma anche vistare tre antiche chiese: San Giacomo Apostolo, la Chiesa dei Cappuccini e la chiesa di San Domenico con il suo convento. Al limite sud del giardino, nei pressi del viale di palme, si ammira inoltre il Portale di San Giorgio: vestigia, gotico-catalana, dell’antica chiesa di San Giorgio, trasferita dopo il terremoto nella sede attuale. Meglio fare una buona pausa prima del ritorno a Ragusa Superiore, dato che ci sono i 300 gradini da percorrere questa volta in salita.


Civita di Bagnoregio
Una visita magari breve, ma intensa. Frazione del comune di Bagnoregio, nella Tuscia viterbese (alto Lazio) Civita è un borgo che ha mantenuto intatto il suo aspetto medievale e rinascimentale. È stata definita anche “la città che muore”, perché la collina argillosa su cui poggia si sgretola, per opera dei due torrenti che la lambiscono, il Torbido e il Chiaro, e degli agenti atmosferici (ma dagli anni Ottanta sono stati avviati progetti e interventi strutturali per il monitoraggio e la messa in sicurezza della rupe).
Vi si accede esclusivamente percorrendo un ponte pedonale sospeso, costruito negli anni Sessanta. La maggior parte di questo ponte, lungo oltre 300 metri, non è a scalini ma richiede comunque un certo impegno fisico, data la pendenza sempre più accentuata; sono a gradini i ripidi 50 metri finali di terrapieno. Dal belvedere del comune di Bagnoregio, che offre una vista panoramica del borgo, e dove si può parcheggiare se si arriva in automobile, il percorso fino a Civita è meno di un chilometro. All’ingresso del ponte si paga un biglietto di 5 euro (esclusi i bambini fino ai sei anni).
Una volta arrivati, dopo aver ripreso fiato, si possono visitare, tra piazza San Donato e piazza San Pietro, la Chiesa di San Donato, il museo Geologico e delle frane, ospitato nel rinascimentale palazzo Alemanni e il palazzo vescovile. Proseguendo ci si imbatte in altri palazzi medievali come quelli dei Colesanti e dei Bocca, ma soprattutto ci si può perdere nei vicoli, tra piccole case in pietra con balconcini e scalette esterne, antichi frantoi e giardini con panorami sulla Valle dei Calanchi. Sulla via del ritorno ai margini del borgo c’è la Grotta di San Bonaventura. Dove, secondo la leggenda, San Francesco curò un bimbo gravemente malato. Il santo si congedò augurandogli “Bona Ventura”; da quel momento Bonaventura divenne il suo soprannome, e fu il nome che scelse quando entrò a far parte dell’ordine dei francescani, nel vicino convento. In tutto si può stimare un saliscendi da 300-400 scalini, più il ponte, per tre-quattro chilometri di passeggiata tra andata e ritorno.











