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Finalmente, dopo più di un decennio di rodaggio, sperimentazioni e adeguamenti regionali a diverse velocità, dal 31 marzo scorso il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) è entrato nella piena fase operativa.
A partire da quella data, infatti, tutte le strutture, pubbliche e private, hanno dovuto adeguarsi a un formato standard per alimentare questa cartella sanitaria digitale, un sistema che rende più efficiente il rapporto tra sanità e cittadini. All’interno del Fascicolo vanno raccolti i documenti e le informazioni che riguardano tutta la storia clinica del cittadino: dai referti di esami diagnostici e visite, ai verbali di pronto soccorso, alle lettere di dimissione dopo un ricovero e ai certificati, fino ai dati sui portatori di dispositivi d’impianto come protesi e pace-maker.
I documenti devono essere caricati nel sistema dalle strutture sanitarie e dai professionisti privati entro cinque giorni dalla prestazione. Ed è assicurata l’interoperabilità: vuol dire che i medici dialogano con un Fse uniforme su tutto il territorio nazionale. È un importante passo avanti rispetto alle vecchie funzionalità del Fascicolo regionale dove, oltre a funzioni come la scelta del medico di famiglia, la prenotazione di prestazioni o la disponibilità delle ricette, si trovava giusto qualche copia di referti clinici, senza omogeneità tra una Regione e l’altra.
Hanno accesso anche i farmacisti
La digitalizzazione dei rapporti tra cittadini e sanità era stata avviata col Fascicolo sanitario elettronico regionale nel 2015, ma ha subito un’accelerazione a partire dal 2021, con il progetto Fse 2.0, grazie ai fondi del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (8,6 miliardi per l’innovazione e la digitalizzazione della sanità).
Per quanto riguarda l’accesso in tempo reale alla storia clinica, la nuova versione del Fascicolo con l’interoperabilità supera la frammentarietà regionale. Le informazioni, infatti, immagazzinate secondo standard nazionali, possono essere consultate dai professionisti sanitari anche in Regioni diverse da quella di residenza del paziente. Per intendersi, se un cittadino piemontese in vacanza in Abruzzo e deve recarsi al pronto soccorso, i medici locali posso immediatamente accedere alle sue informazioni sanitarie. E una volta dimesso, il verbale di pronto soccorso finisce nel suo Fse e potrà essere consultato dal medico curante. Oltre ai medici, ai dati dei pazienti hanno accesso anche i farmacisti, per verificare le prescrizioni farmaceutiche, la terapia erogata, la registrazione di allergie e reazioni avverse ai farmaci.
L’altra novità: il profilo sintetico
Tra gli elementi più importanti del nuovo Fascicolo c’è il profilo sanitario sintetico, creato e aggiornato dal medico di famiglia (o dal pediatra, nel caso di minori). È uno dei punti di forza della nuova assistenza digitale: si tratta di una sorta di carta d’identità sanitaria che riassume la storia clinica del paziente; tra le informazioni che contiene, quelle su patologie croniche, allergie o terapie in corso. Sono dati utili per rendere subito chiara la condizione del paziente, per esempio nel caso di una prima visita da uno specialista, e che possono rivelarsi cruciali per la tempestività delle cure in pronto soccorso.
Va detto che, nonostante i progressi, per un sistema efficiente al 100% su tutto il territorio nazionale di strada da fare ce n’è ancora. Molte ancora sono le disparità regionali. Secondo l’ultima rilevazione del ministero della Salute, nessuna Regione ha ancora reso disponibile nel Fse tutti i venti principali tipi di documenti previsti (dalle prescrizioni farmaceutiche, ai referti di laboratorio, alle cartelle cliniche, solo per citarne qualcuno). Tra le più virtuose, l’Emilia Romagna, con 17 documenti disponibili, seguita da Toscana, Marche, Molise e Sardegna, con 16. In coda ci sono Puglia, con 11, provincia autonoma di Bolzano, Lombardia e Basilicata con 12.
Le difficoltà dei medici di base
Riguardo all’alimentazione del Fse 2.0 da parte dei medici di base, i dati del ministero della Salute dicono che a fine dicembre oltre il 95% risultava attivo. Ma, secondo un’analisi della Fondazione Gimbe, quel che ha rilevato il ministero non fornirebbe una garanzia sul volume e sulla completezza delle informazioni inserite: «oltre il 95% dei medici di Medicina generale e dei pediatri ha effettuato almeno un’operazione di alimentazione del Fse, che può anche coincidere con il semplice invio della ricetta dematerializzata», scrive l’ufficio studi Gimbe nel suo ultimo rapporto. «Quello che è certo è che non identifica l’alimentazione continua del patient summary».
Dice Sergio Pillon, vicepresidente dell’Associazione italiana di sanità digitale e telemedicina (Aisdet): «È vero che non tutte le strutture sanitarie hanno caricato nel sistema tutte le informazioni previste, ma è una questione di tempo, l’importante è che sia stato messo a punto il contenitore e il 90% delle Regioni ha ormai completato l’infrastruttura, che dev’essere usufruibile e sicura». Un ambito in cui c’è ancora molto da fare, secondo Pillon, è proprio quello del profilo sanitario sintetico. Non è infatti alimentato in automatico, gli unici responsabili della compilazione sono per ora i medici di base, circostanza che crea delle difficoltà. Spiega Pillon: «Alcuni medici di famiglia si chiedono perché dovrebbero certificare un documento clinico fatto da un altro medico. Inoltre, se io vado al pronto soccorso per una reazione allergica a un farmaco, il mio medico di base come fa a saperlo? Il referto finisce nel fascicolo, ma non automaticamente nel profilo. Si sta quindi lavorando anche per superare questi problemi».
Poco utilizzato dai cittadini
Tra gli ostacoli che restano da superare, però, non ci sono solo quelli tecnologici e normativi. Il Fascicolo sanitario elettronico funzionerà davvero solo se verrà utilizzato in modo diffuso anche dai cittadini. Una specie di sfida culturale. Per ora, sempre secondo i dati del ministero della Salute, meno di un italiano su tre (il 27%) lo usa. Anche qui con grandi disparità regionali: il 64% in Emilia Romagna e il 66% in Veneto, contro il 3% della Sicilia. E rimane ancora molto bassa, 44%, la quota di italiani che hanno espresso il necessario consenso alla consultazione da parte dei medici dei propri documenti sanitari.









