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Così Thomas Mann, nella novella Padrone e cane, descrive il distacco da Bauschan, il suo meticcio ricoverato per qualche giorno in osservazione in una clinica veterinaria: «Nessuno mi importunava attraverso la vetrata con lo spettacolo della sua attesa martoriante. Nessuno veniva, tenendo la zampa alzata, esitante, a scuotermi il petto con fare pietoso per indurmi a sloggiare immediatamente. Che fossi nel parco o non uscissi di casa, non interessava a nessuno. Era comodo, tranquillizzante e aveva il fascino della novità. Mancandomi però il consueto stimolo, non andavo quasi più a passeggio. La mia salute ne soffriva; e mentre il mio stato, con l’andar del tempo, diveniva straordinariamente simile a quello di Bauschan nella sua gabbia, andavo considerando che il vincolo della simpatia era stato più salutare, al mio benessere, della libertà egoistica».
Possedere un animale da compagnia è impegnativo: bisogna occuparsi delle esigenze di un altro essere vivente, compresa quella di uscire all’aria aperta più volte al giorno. Ma lo scrittore tedesco, autore di capolavori come I Buddenbrook e La montagna incantata, descrive in poche righe quel che una vasta letteratura scientifica negli ultimi decenni ha confermato: avere un cane è salutare.
Diversi studi mostrano che chi possiede un animale domestico, soprattutto un cane, tende ad avere la pressione arteriosa più bassa, minori rischi di malattie cardiovascolari e un tasso di mortalità per tutte le cause inferiore rispetto alla popolazione generale. Uno dei più noti è quello condotto nel 2019 da ricercatori delle Università di Uppsala (Svezia) e Stanford (Stati Uniti). Hanno analizzato i tassi di sopravvivenza a seguito di un infarto o di un ictus ischemico. I risultati (pubblicati su Circulation) mostrano che, tra i sopravvissuti a un infarto acuto del miocardio che vivono da soli, coloro che contano sulla compagnia di un cane incorrono in un rischio di morte inferiore del 33%. La riduzione è del 22% per chi ha un cane ma vive anche con qualche familiare, dato che evidenzia come il beneficio si manifesti soprattutto nelle situazioni di maggiore solitudine. Dopo un ictus ischemico il rischio di morte si riduce del 27%.
L’obbligo a uno stile di vita più attivo
I benefici per la salute cardiovascolare sono così evidenti che l’American Heart Association, l’associazione di cardiologia più influente del mondo, negli ultimi anni ha dedicato diverse dichiarazioni scientifiche all’argomento, affermando che chi possiede un cane vive mediamente più a lungo e ha un rischio inferiore del 31% di morte cardiovascolare. Sulla rivista dell’associazione americana, Circulation, uno studio che ha esaminato ricerche pubblicate in Canada, Scandinavia, Nuova Zelanda, Australia e Regno Unito conferma che avere un cane è associato a una riduzione del 24% della mortalità per tutte le cause (l’associazione comunque sconsiglia di prendere un cane al solo scopo di salvaguardare la propria salute cardiovascolare).
Occuparsi di un cane obbliga a una vita più attiva: le passeggiate quotidiane permettono di raggiungere il livello di esercizio fisico raccomandato dall’Oms per mantenersi in buona salute, dai 150 ai 300 minuti a settimana di attività aerobica moderata. Oltre ai benefici diretti sul cuore, alla maggiore attività fisica sono associati un minor rischio di diabete (ridotto di un terzo), la moderazione della sarcopenia, cioè il declino della massa muscolare negli anziani, e la riduzione di colesterolo e pressione.
Si riducono ansia e senso di solitudine
Ma i benefici diretti causati dalla maggiore attività spiegano solo una parte, e probabilmente non la più importante, dei vantaggi dell’atavico rapporto tra l’uomo e il cane.
L’interazione con gli animali è anche nei “Dieci consigli degli esperti per un 2026 in salute” dell’Istituto superiore di sanità, riassumibile in quello che Mann definisce il salutare «vincolo della simpatia».
«L’interazione con un animale può rappresentare una fonte di benefici per la salute sia diretti sia indiretti», spiega Francesca Cirulli, direttrice della ricerca al Centro per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Istituto superiore di sanità (Iss). «La letteratura scientifica si è concentrata in larga parte nell’indagare i benefici mediati da meccanismi psicologici e sociali: è noto che la presenza di un animale domestico può contribuire a ridurre stress, ansia e senso di solitudine. Questi effetti psicosociali hanno ricadute fisiologiche misurabili. Per esempio, il contatto col proprio cane è associato a un rilascio di ossitocina, un importante neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dei legami emotivi, e alla riduzione del cortisolo, ormone responsabile della risposta allo stress. Inoltre, un animale domestico può fungere da catalizzatore sociale, stimolando l’individuo a interagire con altre persone e a intraprendere nuove attività».
Miglioramenti della condizione emotiva e diminuzione dello stress che la ricerca scientifica individua come una delle cause del miglioramento dei parametri cardiovascolari in chi si occupa di un animale domestico.
Anche stare con un micio rallenta il declino cognitivo
Un altro aspetto rilevante è quello cognitivo. Uno studio longitudinale, con dati raccolti per 18 anni su 16mila individui da ricercatori dell’Università di Ginevra e pubblicato l’anno scorso su Scientific Reports, si è occupato del declino cognitivo legato all’età. Lo studio, che ha riguardato individui dai 50 anni in su, ha mostrato un’associazione tra il possesso di un animale domestico, come un cane o un gatto, e un minore declino sia nelle funzioni esecutive (processi cognitivi superiori deputati alla pianificazione e regolazione del comportamento) sia nella memoria episodica.
Gli interventi assistiti con gli animali
A ben guardare, la mole di studi che associano la presenza di un animale domestico a una migliore salute non scioglie il dubbio della possibile causalità inversa: non è che le persone più attive e in salute sono anche quelle più propense ad avere un animale domestico?
«Il tema della causalità è un aspetto centrale, e la possibilità che individui più sani, attivi o socievoli siano maggiormente propensi ad avere un animale è una questione esplicitamente affrontata dai ricercatori», spiega Cirulli. «Proprio per questo, negli ultimi anni si è cercato di andare oltre le semplici correlazioni, usando disegni di ricerca più rigorosi. L’avere un animale non può essere considerato un intervento universale. I benefici sembrano emergere in contesti specifici, per certi individui, tramite meccanismi identificabili».
Gli anziani e le persone sole sono in cima alla lista di chi trae i maggiori benefici.
A dimostrare la causalità diretta sono, per esempio, gli interventi assistiti con animali, un ambito in cui è impegnato un gruppo di lavoro dell’Iss che conta, oltre a Cirulli, le colleghe Chiara Ciacchella e Barbara Collacchi. «La letteratura scientifica sugli interventi assistiti con animali ha permesso di delineare gli ambiti in cui la presenza di un animale può causare un miglioramento diretto della salute», dice ancora Cirulli. «Studi condotti in contesti istituzionalizzati, come strutture sanitarie o socio-assistenziali, hanno dimostrato che la presenza di un animale, mediata da professionisti qualificati, può essere di enorme supporto. Inoltre, gli animali da compagnia possono trovare una collocazione privilegiata nei programmi di intervento e di educazione rivolti ai bambini e agli adolescenti, sia a sviluppo tipico sia atipico, grazie alla loro capacità di facilitare l’attenzione, la motivazione e la dimensione relazionale in modo semplice e non giudicante».
Una meta-analisi, condotta da due studiose della Northern Arizona University (Usa), ha analizzato l’impatto di questi interventi sui sintomi depressivi degli ospiti di centri residenziali di assistenza. Si è registrata una riduzione media di circa 5 punti sulla Geriatric Depression Scale (la scala di riferimento clinica che misura il grado di depressione negli anziani, da 0 a 15).
I vantaggi per gli anziani con Alzheimer
Uno studio dell’Università di Parma ha invece valutato l’effetto degli interventi con animali su 30 anziani ospiti in un centro diurno per malati di Alzheimer. Dopo 12 settimane si è evidenziato un miglioramento delle abilità cognitive, dei parametri relativi al benessere generale e nella scala di valutazione dei sintomi dell’Alzheimer. Si è inoltre rilevato che, dopo due mesi dal termine degli interventi, i parametri tendevano a tornare ai livelli di partenza, confermando i benefici di una presenza stabile degli animali.
Il beneficio sembra comprovato, tanto da essere stato riconosciuto anche dalla pubblica amministrazione: il 19 marzo 2024 il decreto legislativo dal titolo “Disposizioni in materia di politiche in favore delle persone anziane” promuove e regola «la relazione con gli animali d’affezione», compreso il loro accesso nelle strutture residenziali per anziani e nelle residenze protette.











