Ci sono cani che sembrano nati per accarezzare le emozioni umane. Basta guardarli negli occhi: il loro sguardo resta fisso, attento, come se volessero capire, condividere, curare. È il tipo di magia che si compie ogni giorno nelle attività di pet therapy, quando un labrador o un golden retriever riescono a far sorridere un bambino in ospedale o a rassicurare un anziano in una casa di riposo. Ma quella che appare come una naturale dolcezza ha anche una base genetica.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Azabu, in Giappone, ha individuato nel gene Mc2r una possibile chiave biologica della docilità e dell’attitudine relazionale dei cani. Lo studio, pubblicato nel 2023 su Scientific Reports (gruppo Nature), ha mostrato che gli animali con una particolare variazione del gene Mc2r (melanocortin 2 receptor), coinvolto nella risposta allo stress, sono più propensi a guardare negli occhi gli esseri umani e a interagire con loro.

«La differenza genetica», spiegano gli autori guidati da Takefumi Kikusui, «potrebbe modulare la sensibilità all’ormone adrenocorticotropo (Acth), riducendo i livelli di stress e favorendo comportamenti di fiducia e collaborazione». In altre parole, i cani con questa mutazione si spaventano meno di fronte alle novità e cercano più spesso il contatto umano, una dote preziosa quando devono lavorare accanto a persone fragili.

Gli esemplari più empatici
Lo sguardo reciproco è un canale di comunicazione profondissimo. Già nel 2015, uno studio pubblicato su Science sempre da Kikusui aveva dimostrato che, quando un cane fissa il suo umano preferito, i livelli di ossitocina aumentano in entrambi. È lo stesso ormone che regola il legame madre-figlio.
Si crea così il cosiddetto loop ossitocinico positivo, che rafforza la fiducia e l’empatia. I cani più inclini a mantenere il contatto visivo attivano più intensamente questo circuito biologico, e il risultato è un rapporto emotivo più stabile.

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Non sorprende, allora, che le razze più impiegate nella pet therapy siano proprio quelle che mostrano questa particolare predisposizione genetica e comportamentale. Docili, affettuosi, equilibrati. In una parola: sociali. Sono animali che amano la vicinanza fisica, interpretano con facilità i segnali non verbali delle persone e sanno adattarsi alle loro emozioni.
Secondo la ricerca giapponese, il golden retriever e il labrador condividono la stessa variazione del gene Mc2r, mentre lo shih tzu, pur appartenendo a un ceppo genetico diverso, presenta un comportamento simile e livelli di stress fisiologico inferiori alla media. Tutti e tre, di fatto, guardano più spesso negli occhi l’essere umano.

I cugini del lupo
All’estremo opposto ci sono le razze più antiche e geneticamente vicine al lupo, come l’akita inu, lo shiba inu e il siberian husky.
Uno studio del 2014 pubblicato su PLoS Genetics ha mostrato che questi cani conservano tratti del Dna e comportamentali più arcaici: sono autonomi, diffidenti, meno inclini al contatto visivo. Non hanno la stessa variazione del gene Mc2r osservata nei retriever e tendono a reagire con maggiore allerta agli stimoli sociali.
In termini evolutivi, si potrebbe dire che sono rimasti più “lupeschi”, mentre le razze da compagnia si sono adattate al dialogo con l’uomo.

Anche i meticci curano
Eppure, come sottolineano gli esperti, non è la razza a determinare da sola l’attitudine terapeutica. Ogni cane è una storia a sé, e anche un meticcio può rivelarsi un compagno ideale per la pet therapy. L’esperienza, la socializzazione e il tipo di addestramento contano quanto (o più) della genetica.
I programmi di interventi assistiti con gli animali selezionano gli esemplari in base al temperamento, alla tolleranza al contatto fisico e ai segnali di stress. Un buon cane co-terapeuta deve essere calmo ma curioso, empatico ma mai invadente, capace di avvicinarsi e poi arretrare se la persona mostra disagio.

Scienza dietro la tenerezza
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha cominciato a indagare l’intelligenza emotiva dei cani, cioè la loro capacità di leggere le espressioni umane e rispondere in modo adeguato. Gli esperimenti nipponici hanno dimostrato che il contatto visivo e l’ossitocina creano un vero e proprio circolo virtuoso di fiducia reciproca, un meccanismo neurobiologico che spiega perché un cane può calmare la frequenza cardiaca di una persona o ridurre la sua percezione del dolore.
Dietro ogni carezza, dunque, c’è un piccolo laboratorio di neurochimica e di genetica. Il Family Dog Project dell’Università Eötvös Loránd di Budapest lo definisce “co-evoluzione sociale”: per migliaia di anni, i cani che hanno saputo leggere meglio le emozioni umane sono stati selezionati e premiati con cibo, affetto, protezione. Oggi, quei tratti si ritrovano nei cani che aiutano le persone a gestire l’ansia, la depressione, il trauma o la disabilità.
Il Dna, in fondo, è solo una parte del puzzle. Resta la storia condivisa di due specie che hanno imparato a fidarsi l’una dell’altra. E se un labrador riesce a “curare” con uno sguardo è perché la scienza, questa volta, conferma ciò che l’amore per i cani ci ha sempre insegnato: la relazione guarisce.

Le razze più usate negli interventi assistiti con gli animali
Secondo le linee guida del ministero della Salute (2015) e le evidenze raccolte dal Centro di referenza nazionale per gli interventi assistiti con gli animali (Istituto zooprofilattico delle Venezie), le razze più adatte alla pet therapy sono quelle con indole equilibrata, bassa reattività allo stress e forte motivazione sociale.
Le più utilizzate:
• labrador
• golden retriever
• barboncino
• shih tzu
• cavalier king charles spaniel
• border collie (solo se ben addestrati)
• australian shepherd (solo se ben addestrati)
• alcuni meticci (purché valutati da educatori certificati).