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Ese andare a raccogliere porcini o pleuroti fosse molto più che riempire un cestino? Nel suo nuovo libro Lo Zen e l’arte di andare a funghi, edito da Feltrinelli, lo scrittore e filosofo della montagna Matteo Righetto racconta la ricerca nel bosco come un’occasione per riattivare i sensi e ritrovare un rapporto più autentico con il tempo, la natura e noi stessi.


Lo scrittore e filofofo della montagna Matteo Righetto, autore dle libro "Lo Zen e l'arte di andare a funghi" (Feltrinelli)
Matteo Righetto, lei dice che in ognuno di noi vive un «raccoglitore ancestrale», eredità di un’epoca in cui l’uomo era soprattutto raccoglitore.
«Quando entriamo in un bosco accade qualcosa che potrebbe sembrare magico, che ha a che fare con la riattivazione dei nostri cinque sensi, spesso soffocati nella quotidianità. Nel bosco ci riappropriamo del nostro essere più profondamente umani: torniamo a una dimensione fisica, a una presenza e a una vigilanza su noi stessi che abbiamo dimenticato, perché abbiamo addomesticato le nostre vite con il progresso, la tecnologia, le agende fitte, lo stress, la corsa frenetica e una produttività che ci sta rendendo sempre più infelici, violenti e frustrati. Il bosco, invece, può aiutarci a ritrovare noi stessi, tanto nella dimensione interiore quanto in quella fisica. Torniamo a quell’Io primordiale, all’Io raccoglitore, che è stata la nostra vera essenza per milioni di anni».
Nel libro, andare a funghi diventa un «antico ritorno», quasi una riconciliazione con la nostra natura più profonda.
«La felicità non risiede nell’accumulo, nel possesso o nell’acquisto, ma in un equilibrio interiore. E questo equilibrio non possiamo trovarlo continuando a correre all’infinito, inseguendo cose vane, futili e superficiali. Andare nel bosco e tornare ad ascoltarsi può aiutarci quindi a ritrovare una dimensione di relax, di autodeterminazione e, se vogliamo usare una parola importante, anche di felicità. Ma bisogna essere disposti ad ascoltare: posso andare nel bosco e continuare a camminare guardando le notifiche del telefonino. Dobbiamo volerlo davvero, rinunciare per qualche ora alle comodità e spogliarci degli orpelli che ci accompagnano ogni giorno. Basta anche un’ora».
Quindi, cercare funghi è un pretesto?
«Sì, perché è una delle attività più lente che esistano. È un’apertura totale, a 360 gradi, alla percezione del mondo. Osservo piccole cose che altrimenti non mi si manifesterebbero agli occhi o all’olfatto. Magari non trovo funghi, ma posso vedere un capriolo, ammirare un cervo, meravigliarmi davanti a un fiore inatteso, assaggiare una fragolina di bosco, vedere l’acqua sgorgare da una roccia o da una sorgente, ascoltare il canto di un tordo bottaccio».
Lei contrappone la cultura del «produrre» a quella del «raccogliere»: non oggetti o denaro, ma esperienze, presenze, stupori. È anche una critica alla nostra idea contemporanea di successo?
«Certamente. Nella società odierna, il successo viene spesso misurato in termini di profitto, denaro, oggetti, lusso. In realtà, avere successo significa essere in pace con sé stessi e con le persone. Significa realizzare sogni che abbiano un valore e un’etica, rendere felici le persone che ci stanno intorno. Tutto questo non ha a che fare con la produttività, ma con la presenza e con la realizzazione di sé, che è cosa diversa dall’ego. La nostra società è votata all’ego, alla sopraffazione, all’io al centro di tutto. Io contrappongo a questo una realizzazione del sé».
Lei scrive che il fungo non è un oggetto, ma un incontro, e che la ricerca è già la meta. Che cosa può insegnarci il bosco sul nostro rapporto con il desiderio e con la necessità di ottenere sempre un risultato?
«Il bosco ci insegna l’umiltà: non tutto ciò che desideriamo o cerchiamo può essere trovato. Ci insegna che, a volte, le cose di cui abbiamo bisogno accadono quando devono accadere e che non dobbiamo necessariamente forzarle o cercarle con uno spirito forsennato. Può capitare di cercare un fungo e di trovarne un altro, ancora più buono o più bello. Oppure si può imparare che la diversità è un valore: se ci omologhiamo al pensiero unico, alla prima ventata cadiamo tutti. La bellezza sta nelle differenze, nell’incontro di cose inattese, nelle forme più stravaganti con cui la natura si esprime».
Lei definisce la raccolta dei funghi una «celebrazione dell’inutile». In una società che ci chiede continuamente di essere efficienti e produttivi, perché l’inutile può diventare addirittura salvifico?
«”Inutile” è una definizione volutamente provocatoria rispetto a ciò che ci chiede questa società, fondata su un paradigma economicista. Andare a funghi è una celebrazione dell’inutile perché non porta benefici economici, non offre certezze. E proprio per questo, invece, nasconde un’importanza enorme dal punto di vista filosofico, esistenziale e umanistico, oltre che per il benessere psicofisico. Viviamo in una società che misura tutto in termini economici: se qualcosa non genera profitto, sembra non avere valore. È una visione fallimentare».
Imparare ad andare a funghi significa anche camminare accanto a qualcuno, osservare gesti, ascoltare silenzi. Può essere un modo per recuperare una relazione tra generazioni che rischiamo di perdere?
«Sì. È un meraviglioso e affascinante gancio tra padre e figlio, tra nonno e nipote. Andare insieme nel bosco significa tramandare un modo di starci, di sentirlo, percepirlo, toccarlo, annusarlo, camminarci dentro; significa cercare e ammirare qualcosa insieme. Questa empatia intergenerazionale potrebbe essere uno strumento prezioso anche per riallacciare il rapporto dei giovani con la natura».
Lei usa il micelio come metafora delle relazioni: ciò che vediamo del fungo è solo una piccola parte di una rete invisibile molto più grande. È questa, forse, la sua idea di comunità: che nessuno cresce davvero da solo?
«Sì, è esattamente così. Quando incontro una persona per strada, immagino che abbia una rete di relazioni, sogni, desideri, fallimenti, successi, infelicità e gioie. Ha una sua storia, una serie di filamenti indefiniti e infiniti nel passato e nel presente. Non siamo soli. Il bosco ci insegna anche che dobbiamo essere gentili con gli altri, perché non sappiamo quali siano le sofferenze e le paure di chi abbiamo di fronte».
Nel libro, il bosco assume anche una dimensione spirituale, fino a essere definito una sorta di luogo sacro. Lei parla di «meditazione laica», ma cita anche la Genesi, il Buddha e il sacerdote shintoista…
«Il creato è una rete di relazioni e di equilibri nella quale l’uomo si è eretto a padre padrone. Dobbiamo invece riscoprire la sua sacralità, che non ha nulla di confessionale o di religioso in senso canonico, ma riguarda il ristabilimento dei legami spirituali con il mondo che ci circonda, con il pianeta. Il punto di arrivo di questo sentiero è la sapienza. Non la saggezza, ma la sapienza».















