Non siamo fatti per stare soli. Non in senso romantico, proprio in senso biologico. Le relazioni entrano nel nostro benessere quotidiano come il sonno o l’attività fisica. È qui che si inserisce il lavoro della ricercatrice statunitense Kasley Killam. Da anni invita a prendersi cura della salute sociale, come lei definisce la qualità e la solidità dei legami che ci sostengono. Nel suo libro The Art and Science of Connection (Penguin Life) propone un modo semplice per orientarsi: riconoscere il proprio stile di amicizia. Non come etichetta rigida, ma come strumento pratico per scegliere meglio tempi, contesti e intensità delle relazioni.

Sentimenti

Perché dire grazie fa stare meglio

Perché dire grazie fa stare meglio
Perché dire grazie fa stare meglio

I quattro modelli
Killam descrive quattro profili, accessibili anche a chi è introverso o timido. L’idea di fondo è rassicurante: non esiste un unico modello di socialità “giusta”. Esiste, semmai, un modo più adatto a noi.
1. Sempreverde. Chi appartiene a questo stile si sente bene quando può contare su una cerchia ristretta, ma frequente: poche persone, molto presenti.
• Punto di forza: affidabilità, continuità, capacità di mantenere i rapporti nel tempo.
• Rischio: chiudersi nel giro piccolo e rimandare nuove conoscenze.
• Che cosa funziona: rituali semplici e ripetibili (una cena fissa, una passeggiata settimanale, una telefonata regolare).
2. Farfalla. La farfalla è quella che si ricarica con la varietà: le piace vedere molte persone, spostarsi tra gruppi, creare connessioni.
• Punto di forza: inclusività, energia sociale, facilità nel rompere il ghiaccio.
• Rischio: tante conoscenze, poca profondità; stanchezza da sovraccarico.
• Che cosa funziona: alternare even­ti “ampi” a qualche incontro uno-­a-­uno per consolidare legami veri.
3. Lucciola. La lucciola preferisce pochi momenti sociali, ma intensi. Può “sparire” per ricaricarsi, poi tornare e brillare quando c’è connessione autentica.
• Punto di forza: ascolto, sensibilità, qualità dell’attenzione.
• Rischio: allontanarsi troppo e ritrovarsi fuori dal giro senza volerlo.
• Che cosa funziona: contatti brevi ma veri, e una piccola regola anti-sparizione (“ci sentiamo entro una settimana”).
4. La carta da parati. Il wallflower, che potremmo tradurre con carta da parati, non ama il centro della scena: sta meglio ai margini, osserva, seleziona. Non è meno sociale, lo è in modo diverso e magari più profondo.
• Punto di forza: capacità di cogliere sfumature, empatia, qualità della conversazione.
• Rischio: scambiare la riservatezza per un difetto e rinunciare alle occasioni.
• Che cosa funziona: contesti a bassa pressione (gruppi piccoli, attività strutturate), in cui non è necessario “performare”.

Il numero perfetto di amici
Capire il proprio stile serve soprattutto a fare scelte realistiche. E a smettere di inseguire l’idea che la socialità debba essere sempre espansiva. Due domande utili, suggerisce Killam, sono:
• quali relazioni mi nutrono davvero?
• e quali sto trascurando?
Occuparsi della salute sociale significa occuparsi della salute fisica.

«Probabilmente la scoperta più sorprendente che emerge dalla letteratura medica degli ultimi vent’anni è la dimostrazione che più amici abbiamo e più difficilmente ci ammaliamo e più a lungo viviamo», scrive lo psicologo evolutivo Robin Dunbar, docente a Oxford, nel suo saggio Amici (Einaudi), frutto di mezzo secolo di ricerche sull’evoluzione della socialità nei primati e negli umani.
Dalla scienza arrivano conferme continue del proverbio "Chi trova un amico trova un tesoro”. La più recente viene da una revisione sistematica di 38 studi condotta da un team di ricercatori greci (pubblicata nel 2023 sulla rivista Frontiers in Psychology): sostiene che le relazioni interpersonali, soprattutto quelle di qualità, predicono in modo significativo il benessere degli anni a venire e proteggono da diverse malattie.
A una conclusione simile era già giunta una meta-analisi di 148 studi condotta da un’équipe di psicologi statunitensi su un totale di oltre 308mila persone (su Plos Medicine): i rapporti sociali soddisfacenti influiscono sulla longevità, addirittura potrebbero dimezzare il rischio di mortalità rispetto a chi è molto solo.
Sembra proprio che il segreto per una vita lunga e sana non sia tanto avere denaro, fama o carriera, quanto costruire legami appaganti e solidi, come emerge da un grande studio dell’Università di Harvard iniziato nel 1938 e ancora in corso (l’Harvard Study of Adult Development). Il direttore del team di ricerca, lo psichiatra Robert Waldinger, ha commentato così: «Prendersi cura del proprio corpo è importante, ma anche prendersi cura dei propri rapporti sociali è una forma di cura di sé». Osservando il cervello di alcuni partecipanti allo studio attraverso la risonanza magnetica funzionale, i professori di Harvard, hanno scoperto che le persone più appagate dalla vita sociale avevano un numero maggiore di sinapsi, ossia di connessioni tra i neuroni, rispetto a quanti erano meno soddisfatti.
Ma di quanti amici abbiamo bisogno per vivere bene? Le ricerche provano a fare delle stime, che non vanno mai prese per oro colato, nel senso che poi ognuno ha la propria storia individuale. Un nuovo lavoro della Fudan University in Cina ci dice che cinque è la quota perfetta di amici intimi durante l’adolescenza. Lo conferma per gli adulti anche lo psicologo Dunbar, attraverso i suoi studi: la maggior parte delle persone ha cinque amici che sono disposti a dare senza riserve un aiuto emotivo, fisico e finanziario nel momento del bisogno. Rientrano in una cerchia di circa 15 amici più stretti, che sono le persone con cui vai a cena e al cinema.
Ed esiste un numero massimo? 150. È il celebre «numero di Dunbar»: secondo lo psicologo di Oxford il cervello non riesce a gestirne di più. Questi 150 amici sono le persone che inviti ai tuoi grandi eventi, che senti almeno una volta l’anno. È lo stesso numero di individui che c’erano nelle prime comunità di cacciatori-raccoglitori, nell’epoca in cui si è evoluto il nostro cervello sociale.