In una quotidianità sempre più frenetica e iperconnessa, potremmo importare un concetto che evoca l’esatto opposto da Copenaghen, la città più felice del pianeta secondo l’Happy City Index 2025. È l’hygge (si pronuncia “hü-ga”), un’espressione che abbraccia un intero stile di vita.
Come sostantivo, si legge nell’Oxford English Dictionary, in cui la parola è entrata nel 2016, indica «una qualità di intimità e di confortevole convivialità che genera una sensazione di appagamento o benessere; appagamento derivante da piaceri semplici, come il calore, il cibo, gli amici». Come aggettivo, «hygge si riferisce a una situazione che ispira o genera sentimenti di appagamento o benessere derivanti dall’esperienza di intimità, comfort, armonia sociale».
Un esempio di momento hygge è a Natale, quando fuori fa freddo e si sta con i propri cari, vicino all’albero. Naturalmente, questo spirito può essere replicato ovunque, anche nelle nostre case, tra pranzi, tombolate e riunioni di famiglia.

Spesso si riduce l’hygge a un insieme di candele, luci calde, coperte di lana e biscotti alla cannella. In realtà è molto di più: è un luogo del cuore, non un arredamento. È la sensazione di sicurezza che si prova con le persone che amiamo, il calore di una conversazione sincera, è lo spazio in cui ci si sente accolti così come si è.

Un rifugio negli inverni bui
In Danimarca gli inverni sono lunghi e bui (il sole tramonta già alle quattro del pomeriggio) e l’hygge è diventato un modo per affrontare l’oscurità, trasformando la casa in un rifugio accogliente. I cardini sono quattro:
• semplicità
• intimità
• calore
• protezione
Lo ha raccontato Meik Wiking, fondatore dell’Happiness Research Institute di Copenaghen, nel bestseller Hygge. La via danese alla felicità (Mondadori). Lo psicologo spiega che non si tratta di decorare un salotto, ma di creare connessioni emotive. «Le famiglie si riuniscono per cucinare insieme, leggere in silenzio o semplicemente stare in compagnia», dice. «Le cene non sono performance da chef stellati, ma momenti per nutrirsi bene e parlare».
L’hygge è la versione danese del sentirsi a casa nel senso più profondo: non dove si abita, ma dove ci si sente liberi di abbassare le difese. Per questo, sottolinea Wiking, «il migliore indicatore della nostra felicità sono le nostre relazioni sociali».
Dopo aver pubblicato altri volumi non dissimili, lo psicologo quest’anno è tornato in libreria con un manuale che allarga lo sguardo al lavoro, per invitare a trasformare l’ufficio in un ambiente confortevole, in grado di favorire collaborazione, creatività e benessere (The Art of Danish Living: how to find happiness in and out of work, Penguin).

Condividere il tempo con chi amiamo
Anche se una luce soffusa e una tazza di cioccolata calda aiutano, l’hygge non è un’esperienza solitaria: nasce quando condividiamo un tempo lento con qualcuno che ci fa sentire al sicuro. È la dolcezza del silenzio in due o delle risate di gruppo che fanno dimenticare il cellulare.
Negli ultimi anni le librerie sono state inondate da volumi di ogni tipo che tirano in ballo l’hygge. La chef norvegese Signe Johansen (in How to Hygge: The Nordic Secrets to a Happy Life) parla di una cultura fatta di semplicità, piccoli piaceri e rispetto per il proprio corpo. «Abbandona le ansie e il disordine della vita moderna per liberare tempo ed energie», scrive. E aggiunge che la felicità nordica nasce anche dal contatto con la natura: camminare, respirare, muoversi insieme.
Louisa Thomsen Brits (nel suo The Book of Hygge) dà forse la definizione più poetica: «Hygge significa costruire un santuario. Ci proteggiamo a vicenda quando invitiamo gli altri nelle nostre case, quando dedichiamo tempo, ascoltiamo attentamente o offriamo un letto per la notte».
È l’idea del rifugio condiviso, fisico o emotivo, in cui ciascuno può ritrovare sé stesso attraverso la presenza degli altri.
In fondo, la forza dell’hygge sta nella sua rivoluzione gentile. Riporta la felicità su un piano concreto e umano: stare accanto a chi amiamo, spegnere le notifiche, lasciare che la luce di una candela diventi il simbolo della calma interiore.
Non è un caso che questo concetto sia nato in un Paese dove le persone rinunciano a molto del reddito individuale per il benessere collettivo. L’hygge è anche una metafora di comunità: un equilibrio tra cura di sé e cura degli altri, tra comfort e responsabilità.
E forse è proprio questa la sua lezione più profonda: non serve possedere, basta appartenere.
Chiudere il mondo fuori per un momento, sedersi vicino a chi ci vuole bene, sentire il profumo del tè o della legna, parlare o tacere senza imbarazzo. Questo è hygge: un rifugio del cuore, accessibile ovunque ci sia calore umano.

Com’è la casa accogliente
Secondo lo psicologo danese Meik Wiking per creare un’atmosfera hygge in un ambiente non serve molto. Basta partire da tre punti fermi:
• ordine
• spazio (non nel senso dei metri quadri ma di stanze sgombre da troppi mobili e oggetti)
• tanti punti luce anziché un solo lampadario centrale.
«Se si vuole una casa accogliente il mantra è: luce, luce, luce», dice Wiking. «Far entrare la luce naturale nelle nostre case e ottenere la massima luminosità possibile non solo riduce la necessità di utilizzare la luce artificiale (e quindi fa bene al pianeta e ai nostri risparmi) ma è una medicina per il nostro benessere psicologico, che stimola le endorfine e regola i ritmi circadiani. Per esempio, un angolo lettura o conversazione andrebbe sempre collocato vicino alla finestra non schermata dalle tende».