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Nella cardiologia interventistica è in atto una rivoluzione. Grazie al connubio con la bioingegneria, gli specialisti hanno a disposizione tecniche diagnostiche e strumenti operatori d’avanguardia, che consentono di svolgere interventi sempre meno invasivi e più efficaci e mirati, migliorando drasticamente la prognosi e la qualità della vita dei pazienti.
Il gemello digitale per cure su misura
La combinazione tra tecnologia digitale e intelligenza artificiale consente al medico di creare un gemello digitale del paziente. Con la stampa 3D è possibile realizzare modelli fisici identici al cuore del malato o della malata, per simulare l’intervento e risolvere le sfide complesse prima di entrare in sala operatoria. «È un’innovazione non ancora estesa a tutto il territorio nazionale, ma già presente in molti ospedali», spiega Alfredo Marchese, presidente della Società italiana di cardiologia interventistica e capo del dipartimento Area cuore all’ospedale Santa Maria di Bari. «Consiste nella rielaborazione delle immagini, soprattutto quelle della Tac, per una personalizzazione delle procedure, studiate su misura per ogni paziente. È la trasformazione di un’immagine mono-bi-tridimensionale in una più elaborata, per ricostruire il cuore del malato, con tutti gli apparati valvolari».
Avere a disposizione il gemello digitale consente di fare luce sui meccanismi patologici. «Può per esempio aiutarci a comprendere come una valvola danneggiata interagisce con una fibrillazione atriale o testare terapie per prevedere l’effetto di un intervento prima che questo avvenga», prosegue Marchese. «Il vantaggio è una medicina sempre più tagliata sul caso specifico, che permette di misurare in modo esatto il rapporto tra la valvola da impiantare e le altre strutture vicine. Un ausilio essenziale sia nella fase preoperatoria, sia in quella successiva, quando in certi casi si deve re-intervenire. Fondamentale resta il lavoro di équipe chiamato “Heart team” che vede specialisti di più branche decidere insieme il miglior approccio terapeutico per quel singolo paziente».
Ultrasuoni e laser contro le calcificazioni
Per risolvere il problema delle calcificazioni coronariche, caratteristica di alcuni pazienti over 70, le nuove tecnologie stanno facendo passi da gigante, grazie all’utilizzo degli ultrasuoni o del laser. «Gli ultrasuoni frammentano la componente di calcio che non rende dilatabile l’arteria con il solo palloncino, nel procedimento per trattare la placca aterosclerotica divenuta estremamente rigida», chiarisce il cardiologo interventista. «Queste microfratture permettono poi di posizionare lo stent nelle coronarie che erano ostruite».
Il laser invece sfrutta l’effetto termico e meccanico dell’energia luminosa. Viene portato, sempre tramite catetere, a ridosso della placca calcificata. Sono entrambe tecniche mininvasive: il paziente rimane sveglio e non avverte dolore.
Il palloncino medicato evita il sanguinamento
I diabetici, gli anziani e altri pazienti complessi come quelli affetti da insufficienza renale hanno una predisposizione al sanguinamento. Anche su questo fronte si registrano dei progressi. «Ogni volta che impiantiamo uno stent, il paziente deve assumere due farmaci antiaggreganti per sei mesi circa, in modo da fluidificare il sangue», dice Marchese. «L’utilizzo di un palloncino medicato (Dcb, Drug-coated balloon), invece, permette di ridurre questa duplice terapia a un solo mese, per poi proseguire con un unico farmaco». Inoltre, con il palloncino medicato si riducono il numero totale e la lunghezza degli stent e si riesce a trattare in modo efficace il vaso responsabile, limitando i rischi a lungo termine, seppur minimi, correlati all’impianto della retina.
Novità per le valvole aortiche degenerate
Anche nei trattamenti sulle valvole cardiache la bioingegneria ha dotato il cardiologo interventista di nuovi strumenti. «Con la popolazione che invecchia c’è un tema di gestione delle patologie valvolari, spesso complicate da condizioni coesistenti chiamate comorbidità», dice l’esperto.
Il trattamento ormai consolidato è il sistema Tavi (Transcatheter aortic valve implantation). «Permette di impiantare grazie a cateteri di piccole dimensioni una valvola ripiegata su se stessa e auto-espandibile attraverso l’arteria femorale della gamba», precisa Marchese. Si tratta di un trattamento salvavita per i pazienti con stenosi aortica, il processo degenerativo che ostacola il passaggio del sangue dal ventricolo sinistro all’aorta.
Le novità recenti riguardano anche la valvola mitrale. «Quando è necessario sostituirla, per esempio in caso di stenosi mitralica o grave degenerazione dei lembi non più riparabili dal cardiochirurgo, abbiamo a disposizione valvole dedicate alla sua particolare anatomia», dice lo specialista. «Inoltre, nel prossimo futuro ci aspettiamo delle valvole dedicate al trattamento dell’insufficienza aortica, che è il problema opposto rispetto alla stenosi: dopo il battito cardiaco la valvola non si chiude perfettamente e il sangue torna indietro nel cuore invece che restare nell’aorta, il più grosso vaso arterioso del nostro corpo».
Il successo di questi avanzamenti è il risultato di un’interazione costante tra l’acume ingegneristico e la maestria clinica del cardiologo interventista: entrambi stanno riscrivendo le regole del trattamento cardiaco. La frontiera non è più solo “aggiustare” il cuore, ma prevedere, rigenerare e personalizzare la cura.









