Dormire otto ore, ma svegliarsi già con la stanchezza addosso. La sera appisolarsi spesso davanti alla televisione, faticare a concentrarsi al lavoro, russamento notturno. Questi segnali possono essere la spia di un disturbo del sonno, capace di erodere la qualità della vita e di aumentare nel tempo il rischio di problemi cardiovascolari, metabolici e neurologici. Non solo insonnia cronica, ma anche apnee ostruttive, disturbi respiratori, alterazioni del movimento e molte altre condizioni che trasformano la notte in un terreno fragile.

Milioni di persone non riposano bene, ma scambiano stanchezza cronica e sonnolenza diurna per semplici inconvenienti. Ma esistono le soluzioni e nella stragrande maggioranza dei casi funzionano. Perché non provare a stare meglio? Se ne occupa il Centro del Sonno della Fondazione Don Gnocchi, all’interno dell’istituto Santa Maria Nascente di Milano. Qui un’équipe multidisciplinare ricostruisce la storia della persona e predispone una terapia su misura.

Dottoressa Elvia Battaglia, lei è la responsabile del centro: quanti italiani riposano male?
«Secondo le stime disponibili, circa 13,4 milioni di italiani riferiscono una scarsa qualità o quantità di sonno per almeno tre notti alla settimana per tre mesi consecutivi, una condizione che rientra nella definizione clinica di insonnia cronica. Se allarghiamo lo sguardo ai disturbi respiratori, il fenomeno è ancora più rilevante: si stima che circa 24 milioni di adulti italiani presentino forme lievi o medio-gravi di sindrome delle apnee ostruttive del sonno. Non significa che tutte queste persone siano insonni, ma molte hanno comunque un riposo inadeguato e poco ristoratore, caratterizzato da continui microrisvegli, frammentazione del sonno e riduzione dell’ossigenazione durante la notte».

Cosa chiede a una persona alla prima visita?
«Il sonno non si valuta con un semplice “dorme bene?”, ma ricostruendo l’intera storia clinica: abitudini quotidiane, farmaci, eventuali patologie associate come ipertensione, diabete, obesità, depressione o disturbi neurologici e cardiovascolari. Spesso coinvolgiamo anche il partner, perché chi dorme accanto vede ciò che il paziente non percepisce: russamento, pause respiratorie, movimenti insoliti».

Qual è il primo esame che eseguite?
«Nella maggior parte dei casi partiamo dalla poligrafia a otto canali, un monitoraggio cardiorespiratorio notturno che permette di valutare diversi parametri: russamento, presenza di apnee, posizione durante il sonno e saturazione dell’ossigeno nel sangue».

Come si svolge concretamente? Bisogna trascorrere la notte in ospedale?
«No. Il paziente viene solo per l’applicazione dell’apparecchiatura, poi torna a casa e dorme nel suo letto: vogliamo osservare il sonno nelle condizioni più naturali possibili. Il giorno dopo riconsegna il poligrafo e analizziamo i parametri. È un esame semplice, poco invasivo e ben tollerato».

Quando, invece, è necessaria una polisonnografia completa?
«Quando serve uno studio più approfondito. Anche in questo caso l’esame si svolge a domicilio: il paziente si reca in ambulatorio per l’applicazione dell’apparecchiatura e poi torna a casa, dove trascorre la notte con i sensori. Oltre ai parametri respiratori registriamo l’attività elettrica del cervello, movimenti oculari e attività muscolare, così possiamo valutare le diverse fasi del sonno ed evidenziare eventuali disturbi neurologici o del comportamento. È un esame più complesso, programmato solo quando è realmente indicato».

Elvia Battaglia, affiancata da Massimo Garegnani, tecnico di Neurofisiopatologia alla Fondazione Don Gnocchi, spiega a una paziente come posizionare il sensore del saturimetro prima di una polisonnografia. La foto è di Costanza Longhini.
Elvia Battaglia, affiancata da Massimo Garegnani, tecnico di Neurofisiopatologia alla Fondazione Don Gnocchi, spiega a una paziente come posizionare il sensore del saturimetro prima di una polisonnografia. La foto è di Costanza Longhini.

Elvia Battaglia, affiancata da Massimo Garegnani, tecnico di Neurofisiopatologia alla Fondazione Don Gnocchi, spiega a una paziente come posizionare il sensore del saturimetro prima di una polisonnografia. La foto è di Costanza Longhini. 

Una volta fatta la diagnosi, come costruite la cura?
«La terapia non è mai standard ma su misura. Coinvolgiamo pneumologi, neurologi, otorinolaringoiatri, odontoiatri, dietologi, radiologi e fisioterapisti. I disturbi del sonno raramente hanno una causa unica: respirazione, metabolismo, anatomia delle vie aeree, stato neurologico e stile di vita contribuiscono insieme. Per questo il trattamento nasce sempre da una valutazione condivisa».

Quali disturbi trattate più frequentemente?
«Le apnee ostruttive sono una parte importante della nostra attività, ma non l’unica. Seguiamo pazienti con insonnia cronica, disturbi del ritmo sonno‑veglia, disturbi respiratori e alterazioni del comportamento durante il sonno Rem, la fase in cui sogniamo. Quando questo meccanismo non funziona, possono comparire movimenti o comportamenti anomali».

Quando si parla di apnee si pensa subito al trattamento Cpap (Pressione positiva continua delle vie aeree).
«La Cpap resta il trattamento principale per molte forme di apnea ostruttiva. È un piccolo ventilatore collegato a una mascherina che mantiene aperte le vie respiratorie durante il sonno. Molti pazienti ne hanno timore, ma i dispositivi di oggi sono più compatti, silenziosi e confortevoli. Una parte importante del nostro lavoro è accompagnare la persona: spiegare, scegliere la mascherina giusta, risolvere i fastidi iniziali. Solo quando la Cpap viene accettata e utilizzata correttamente si ottengono benefici».

Esistono alternative?
«Certamente. In alcuni casi utilizziamo dei dispositivi di avanzamento mandibolare, realizzati dall’odontoiatra: sono apparecchi che spostano leggermente la mandibola in avanti e mantengono più aperte le vie aeree durante la notte. Per alcuni pazienti può essere utile invece una terapia posizionale, cioè strategie che evitano di dormire supini, perché in quella posizione le apnee tendono a peggiorare. In altri casi valutiamo interventi chirurgici sulle alte vie respiratorie. E poi c’è la parte che riguarda lo stile di vita, spesso decisiva: perdere peso, smettere di fumare, limitare l’alcol, migliorare l’igiene del sonno. Sono interventi semplici solo in apparenza, ma possono ridurre in modo significativo la gravità dei disturbi».

Per chi soffre di insonnia sono arrivati anche nuovi farmaci?
«Sì. Per molti anni l’insonnia è stata trattata soprattutto con le benzodiazepine e con i cosiddetti farmaci Z, come zolpidem, zopiclone e zaleplon. Sono medicinali efficaci, ma se utilizzati per periodi prolungati possono favorire tolleranza e dipendenza, oltre ad aumentare il rischio di cadute, soprattutto nelle persone anziane. Oggi sono però disponibili anche nuove terapie, come gli antagonisti dei recettori dell’orexina, che agiscono in modo diverso: non inducono semplicemente una sedazione, ma favoriscono il sonno bloccando il sistema cerebrale che mantiene lo stato di veglia. Hanno un rischio molto più basso di dipendenza e rappresentano un’importante opportunità per i pazienti. Naturalmente non esiste un farmaco adatto a tutti: la scelta deve essere sempre personalizzata e, nell’insonnia cronica, va associata quando possibile alla terapia cognitivo-comportamentale, che rimane il trattamento di riferimento».

Dormire bene

Quali molecole aiutano a combattere l’insonnia

Quali molecole aiutano a combattere l’insonnia
Quali molecole aiutano a combattere l’insonnia

Il vostro Centro si inserisce all’interno di una Fondazione che si occupa soprattutto di riabilitazione. Quanto è importante integrare la valutazione del sonno nei percorsi di recupero?
«È un aspetto sempre più importante, perché il sonno può influenzare molti processi dell’intero organismo. Nei pazienti con patologie neurologiche o percorsi riabilitativi complessi, dormire bene può avere un ruolo importante nel recupero delle energie, nelle capacità cognitive, nell’umore e nella qualità della vita. Alcune condizioni, come ictus, malattie neurodegenerative o lesioni del sistema nervoso, possono modificare il ritmo sonno-veglia o favorire la comparsa di disturbi respiratori e comportamentali durante la notte».

Quali sono le regole che tutti dovremmo seguire per dormire meglio?
«Poche ma importanti: orari regolari, ambiente tranquillo e poco illuminato, pasti leggeri, niente alcol o caffeina la sera, limitare smartphone e tablet prima di dormire, fare attività fisica con regolarità ma non prima di andare a letto».

Che cosa la soddisfa di più del lavoro svolto al Centro?
«Vedere cambiare la vita delle persone. Pazienti che arrivano esausti e convinti che non esista una soluzione, ma che dopo il trattamento tornano a lavorare, guidare, fare sport o semplicemente vivere con maggiore serenità. Dormire bene significa recuperare salute, autonomia, relazioni».

C’è una storia che le è rimasta particolarmente nel cuore?
«Sì, quella di un uomo di 47 anni che non sapeva di soffrire di apnee ostruttive. La diagnosi è arrivata dopo un grave incidente stradale che gli aveva causato una tetraparesi. Aveva iniziato la ventiloterapia, poi l’aveva abbandonata. Quando è arrivato da noi lamentava forte sonnolenza, stanchezza, alterazioni dell’umore e demotivazione. Abbiamo rivalutato il quadro e dedicato tempo all’ascolto e alla spiegazione, aiutandolo a riavvicinarsi alla terapia. Oggi sta bene, ha ritrovato energia e interessi. Era una persona creativa, appassionata di montagna e di falegnameria, e mi ha regalato un piccolo albero di Natale realizzato da lui con il legno. Un gesto semplice, ma per me molto significativo: rappresentava il ritorno non solo a un sonno migliore, ma a una nuova qualità di vita».