E se cambiassimo prospettiva sull’invecchiamento? E se l’Italia diventasse un laboratorio di longevità in cui ognuno di noi può essere protagonista? È la proposta di Nic Palmarini, direttore del Nica, l’organizzazione sostenuta da un investimento iniziale del governo britannico e dell’Università di Newcastle per lo sviluppo e la promozione di soluzioni innovative dedicate alla longevity economy. «Invece di combattere contro il tempo che passa», dice, «proviamo ad abbracciarlo come la più grande opportunità di questa era».

Nic Palmarini, nelle civiltà del passato i vecchi erano considerati saggi cui rendere onore. È arrivato il momento di volgere lo sguardo indietro e imparare finalmente dalla storia?
«Abbiamo un tesoro davanti agli occhi: i "proto-anziani” di oggi e di domani».

Intende una categoria generazionale inedita? Uomini e donne che entrano nella seconda metà della vita in un mondo diverso da quello dei loro genitori?
«È di fatto una “non-generazione”, una coorte demografica fuori dagli schemi di classificazione usuali. Siamo noi, siamo come stiamo evolvendo, quelle persone che possono continuare a contribuire alla società, all’economia, alla crescita e che rappresentano un capitale di esperienza e conoscenza sempre più disponibile e che, invece, viene accantonato secondo una visione totalmente disconnessa dalla realtà».

Psicologia e neuroscienze

I nonni hanno salvato la specie

I nonni hanno salvato la specie
I nonni hanno salvato la specie

Come sfruttare questo tesoro?
«È necessario un cambio di passo della società, servono politiche che si impegnino a rendere più produttiva e ricca di significato una vita longeva. Non si tratta solo di aiutare le persone a mantenersi in salute, ma di dare un senso a quella salute conquistata».

Ormai sappiamo che la longevità in salute va coltivata ben prima di quanto di solito si immagini.

«Gli ultimi cinquant’anni di ricerca ci hanno insegnato che possiamo invecchiare più sani e che la qualità della vita nelle fasi più avanzate è migliorata enormemente. Ma l’invecchiamento è malleabile, nel senso che le nostre scelte quotidiane determinano come invecchieremo e che la società influenza le nostre scelte quotidiane. Ognuno di noi invecchia diversamente, non esiste un modello unico. Ne parla nel suo saggio Domani è Oggi Francesco Billari, che oltre a essere rettore dell’Università Bocconi è uno dei demografi più autorevoli al mondo. Scrive che quello che facciamo oggi definisce non solo chi siamo, ma anche il domani che ci aspetta. E questo concetto assume un significato profondo se lo vediamo nella prospettiva di costruire le fondamenta di un Paese che sia in grado di accettare i propri valori e su questi fare leva per il futuro».

Gli italiani riconoscono l’importanza di una vita sana?
«I risultati delle ricerche sul tema dell’Osservatorio Nestlé “L’Età senza Età” indicano che finalmente lo stanno riconoscendo. Stanno comprendendo che le decisioni che prendiamo riguardo al nostro stile di vita, alla nutrizione, al sonno, all’attività fisica, allo scopo, al nostro sistema di relazioni sociali e ai livelli di stress giocano un ruolo cruciale nel determinare la qualità di tutto il processo di invecchiamento. Tuttavia, ci sono ancora ampi divari tra le conoscenze teoriche e le pratiche quotidiane».

Come si colmano questi divari?
«Intanto con l’educazione, l’informazione, la conoscenza, le pubblicazioni divulgative, le conferenze. La longevità è una delle scienze più affascinanti del nostro tempo, soprattutto per la sua interdisciplinarità. Va ben oltre il dominio dei bio-gerontologi e dei genetisti e deve essere affrontata in collaborazione da antropologi, scienziati comportamentali, sociologi, psicologi, analisti di politiche pubbliche, scienziati dei dati, architetti e naturalmente medici. Ma è chiaro che è necessario anche un nuovo orientamento delle politiche pubbliche».

Come lo spiegherebbe ai politici in poche parole?
«Intanto con una fotografia di chi siamo secondo una visione suggerita da Giuseppe Bellelli, uno dei più importanti geriatri italiani. Immaginate di entrare in un supermercato e vedere alla cassa una bisnonna di 90 anni, sua figlia di 70, la nipote di 45, il pronipote di 20 e il piccolo di 2 anni. Cinque generazioni della stessa famiglia, tutte insieme, tutte cittadine della stessa società. Questa scena, impensabile fino a pochi decenni fa, è oggi l’eccezionale normalità. Per la prima volta nella storia dell’umanità, cinque generazioni condividono gli stessi spazi: supermercati, uffici, seggi elettorali. Ecco, il calo delle nascite e il progressivo invecchiamento della popolazione sono le linee guida con cui governi centrali e locali dovranno disegnare le politiche sociali ed economiche del prossimo centennio. Ma proprio qui risiede un’opportunità per noi».

Quale?
«Come uno dei Paesi più anziani del mondo, io credo che l’Italia goda di un vantaggio strategico sorprendentemente importante. Non solo siamo all’avanguardia rispetto a un fenomeno con cui il mondo intero sta inevitabilmente facendo i conti, ma anche la nostra longevità si fonda su uno stile di vita più desiderabile e sostenibile rispetto ad altri Paesi che si trovano nella nostra situazione. Abbiamo dimostrato come sia effettivamente possibile trascorrere un’esistenza lunga e piena, raggiungendo un equilibrio tra “il godersi la vita” e la buona salute. Un equilibrio che il mondo ci invidia. Questa filosofia italiana della longevità offre l’opportunità insolita di essere tramutata in un bene esportabile, come lo sono stati la moda, l’arte, la cucina e il turismo. Se solo ce ne rendessimo conto…».

Che scelte dovremmo fare?
«Investire nella ricerca per sviluppare un ecosistema multidisciplinare che affronti la longevità non solo da una prospettiva biologica, ma anche da aspetti sociali, ambientali, culturali e tecnologici. Un nuovo umanesimo di cui siamo di certo tra i migliori interpreti al mondo e che rappresenterebbe una soluzione per dare quelle opportunità ai giovani che apparentemente facciamo così fatica a declinare e, come una litania, derubrichiamo a un “necessario patto intergenerazionale”, cercando una narrativa di contrapposizione, dove i vecchi rubano ai giovani. Manca la piattaforma per questo patto e la piattaforma, a mio modo di vedere, si chiama ricerca nella longevità, nel senso più ampio e orizzontale del termine».

Un esempio?
«Ripensare il welfare comporta progettare sistemi di innovazione sociale che valorizzino il cruciale contributo dei lavoratori e delle lavoratrici in età più avanzata alla crescita del Paese, evitando che per partito preso siano destinati solo alla pensione o all’accantonamento sociale, facilitando il passaggio verso carriere più lunghe e più flessibili, defiscalizzando il lavoro e ridefinendone il senso (forse a qualcuno è sfuggito il cambiamento radicale che l’intelligenza artificiale apporterà a cosa intendiamo per “lavoro”). Qui si gioca una partita enorme dove il valore dell’esperienza non è un titolo di facciata, è la discriminante tra l’efficienza e l’allucinazione di un sistema. O trattando l’innovazione urbana come un territorio dove le “città della longevità” non sono tanto luoghi per accogliere i vecchi, ma luoghi per costruire strategie di salute, aggregazione, scambio e partecipazione lungo l’intero arco della vita. Sono le scelte che facciamo oggi che definiranno che società saremo domani. Mai come oggi il futuro è nelle nostre mani».