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Vivere a lungo è questione di genetica, di buona sanità e anche di giustizia. Lo sottolinea padre Alberto Carrara, neuroscienziato, bioeticista e presidente dell’Istituto internazionale di neurobioetica: «Per la prima volta l’umanità non si sta interrogando soltanto su come vivere più a lungo, ma su come garantire che la longevità possa diventare una possibilità realmente umana, accessibile e dignitosa».
È proprio questa convinzione che ha guidato il progetto internazionale del recente Vatican Longevity Summit, di cui è promotore, un appuntamento che ha riunito a Roma premi Nobel, scienziati, filosofi, bioeticisti da tutto il mondo per ripensare il senso dell’invecchiamento nell’epoca contemporanea.


Padre Alberto Carrara, neuroscienziato, bioeticista e presidente dell’Istituto internazionale di neurobioetica. ha recentemente organizzato il Vatican Longevity Summit a Roma.
Padre Carrara, in una società in cui la cura della persona ha costi proibitivi, la longevità in salute rischia di essere alla portata di pochi.
«Una persona può vivere molto a lungo ma sperimentare anni segnati da fragilità, isolamento e perdita di autonomia. Oppure può vivere una vecchiaia caratterizzata da partecipazione, relazioni significative e capacità di contribuire ancora al bene comune. Le straordinarie conquiste della medicina, della biotecnologia e delle neuroscienze stanno aprendo prospettive impensabili fino a pochi anni fa. Oggi si studiano terapie cellulari, farmaci geroprotettivi, intelligenza artificiale applicata alla prevenzione, medicina personalizzata e biomarcatori dell’invecchiamento biologico. Tuttavia, accanto all’entusiasmo scientifico emerge una domanda decisiva: chi potrà realmente beneficiare di queste innovazioni? La nostra convinzione è che la longevità non possa essere interpretata come una nuova frontiera del lusso sanitario, ma come una responsabilità etica e sociale».
Parlare di longevità significa quindi parlare di giustizia.
«Sì. Se le tecnologie che permetteranno di vivere meglio saranno accessibili soltanto a una piccola élite economica, avremo creato una nuova e ancora più profonda forma di disuguaglianza. La vera sfida non consiste nell’estendere indefinitamente la durata della vita, bensì nel rendere accessibili le condizioni che permettono a ogni persona di invecchiare con dignità».
Le evidenze scientifiche, del resto, sono molto chiare…
«Chiarissime: una parte considerevole della longevità dipende da comportamenti quotidiani, che non richiedono investimenti economici proibitivi».
E non tutti hanno le stesse opportunità di adottare stili di vita salutari.
«Esistono quartieri senza spazi verdi, famiglie che faticano ad acquistare alimenti di qualità, anziani soli che non hanno nessuno con cui condividere una passeggiata, persone che rinunciano alle cure per ragioni economiche. Per questo, la longevità non è soltanto una responsabilità individuale: è anche una responsabilità politica, economica e culturale. Una società che investe nella prevenzione, nella medicina territoriale, nell’assistenza domiciliare, nella promozione dell’attività fisica e nell’inclusione degli anziani costruisce le condizioni affinché la longevità diventi realmente accessibile. E sarà alla portata di tutti soltanto se sapremo orientare il progresso scientifico con criteri di giustizia, se investiremo nella salute pubblica, se ridurremo le disuguaglianze e se riconosceremo che ogni persona, indipendentemente dall’età o dalle condizioni economiche, possiede la stessa inalienabile dignità».
Nella sua recente enciclica, Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV dice che la tecnologia è utile ma non deve comandare l’uomo.
«Ogni scoperta scientifica è positiva, sono le applicazioni che possono andare verso il bene o no. La libertà umana non deve venire meno e non si possono delegare le questioni ultime e fondamentali agli algoritmi. Sono le persone a dover decidere. E a dover fare in modo che la società non lasci indietro nessuno».









