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Foto di Marco Ficili
Con Mandorla amara, Cristina Cassar Scalia ci invita ancora una volta nella Sicilia vibrante e ambigua che fa da sfondo ai casi del vicequestore catanese Giovanna Guarrasi. Per tutti: Vanina, celebrata anche dalla serie televisiva di cui è in arrivo su Canale 5 la seconda stagione.


Giusy Buscemi (qui con Giorgio Marchesi) interpreta Vanina Guarrasi nella serie tv su Canale 5. Foto di Valentina Glorioso
Oftalmologa di professione, la scrittrice di Noto ci coinvolge in una nuova indagine con lo stesso rigore con cui - da medico - osserva l’occhio umano, cogliendone ombre e sfocature che poco per volta diventano indizi. Nel romanzo appena pubblicato da Einaudi, in vetta alle classifiche dei libri più venduti, un misterioso avvelenamento segna l’inizio di una storia ad alta tensione condita con segreti familiari e dolci letali. Ne parliamo con l’autrice, per scoprire cosa si nasconde dietro la sua personale visione del mestiere di scrivere.
Il mare piatto, un’imbarcazione fantasma, il riverbero accecante del sole di luglio: quanto c’è di cronaca nel suo nuovo romanzo?
«Lo spunto di Mandorla amara nasce da una circostanza reale: qualche tempo fa, d’estate, mi trovavo in barca e ho notato, in lontananza, uno scafo che sembrava privo di equipaggio. Proprio in quel momento è affiorata l’idea: e se a bordo ci fossero delle persone morte? In quale modo? E perché?».
Perché, come causa delle morti, ha scelto l’avvelenamento?
«Il decesso dovuto al cianuro ha un sapore letterario un po’ rétro, ma mi ha affascinata l’idea di diluire il veleno nel latte di mandorle, un prodotto molto tipico, siciliano, che ha in comune col cianuro l’aroma dolceamaro. C’è senz›altro un riferimento alle atmosfere che caratterizzano le trame di Agatha Christie, che ha usato spesso il cianuro nei suoi gialli mescolandolo a vino, champagne e caramelle, e rendendolo un veleno emblematico di un certo tipo di detective story».
Quanto di lei si ritrova nel personaggio del vicequestore Vanina Guarrasi?
«Vanina non è una figura autobiografica: è una donna segnata dalla perdita del padre, poliziotto e vittima della mafia, e tormentata sotto il profilo sentimentale. Eppure sì, abbiamo qualche tratto in comune: anch’io, come lei, amo il grande cinema italiano del secondo Dopoguerra, da Fellini a Visconti, da Antonioni a Rossellini, e come Vanina dormo poco la notte. In realtà, ho creato un personaggio femminile con le caratteristiche che, come lettrice, avrei voluto trovare in una donna di questo tipo».
Lei è medico oftalmologo con un’attività letteraria decisamente prolifica. Come convivono le due professioni?
«Ho iniziato a scrivere racconti intorno ai 12-13 anni perché scrivere mi faceva stare bene, e già da piccola leggevo di tutto. Leggere da giovani resta in assoluto la migliore scuola per imparare a scrivere, ed evidentemente durante l’infanzia e l’adolescenza ho seminato bene il terreno. Più tardi ho intrapreso gli studi di medicina perché - nonostante a scuola venisse apprezzato da tutti il mio talento letterario – ho scelto di dare la precedenza alla mia altra grande passione di sempre, optando per una professione concreta, sociale, che mi garantisse un futuro. E oggi, un’attività non esclude l’altra».
Poi, però, ha incontrato il mondo dell’editoria…
«È successo una decina di anni fa al Women Fiction Festival di Matera, una bellissima manifestazione incentrata sul ruolo delle donne nella narrativa contemporanea. Chi partecipava poteva far leggere i propri scritti a dei talent scout: il mio lavoro è piaciuto, ho incontrato un’agente letteraria e con Sperling & Kupfer ho pubblicato i due primi romanzi. Non sono delle detective story ma hanno già come fondale la Sicilia, che continua a rimanere la protagonista principale dei miei libri con i suoi ambienti unici, i suoi ritmi, la sua energia. Lo spunto per Sabbia nera, il mio primo best seller, arriva per esempio da un contesto tipicamente siciliano: mi trovavo a casa di amici che abitano in una villa barocca alle pendici dell’Etna, e nell’ala disabitata di questo edificio adagiato in un paesaggio lunare, in cui si alternano il nero della lava e il verde della vegetazione autoctona, c’era una cucina con un montacarichi. Non appena l’ho visto, ho subito immaginato che all’interno ci potesse essere un cadavere mummificato e, da quella visione, ho sviluppato il plot del romanzo».
Perché ha scelto di scrivere gialli?
«Li ho amati molto da adolescente, soprattutto quelli classici. Come autrice, all’inizio li consideravo un genere letterario complesso da approcciare, ma poco per volta mi sono resa conto che l’abitudine al ragionamento logico-scientifico che ho affinato durante gli studi in medicina mi era di grande aiuto. Essere medico insegna ad approfondire tutti gli aspetti di un caso e abitua alla precisione nella richiesta degli accertamenti e nella prescrizione della cura, dove nulla può essere lasciato al caso. Quando si fanno delle indagini, medico e investigatore svolgono operazioni molto simili: valutano sintomi e indizi, fanno eseguire esami clinici e rilievi, formulano diagnosi e si scrivono verbali. La professione medica, inoltre, mi ha dato e mi dà tuttora la possibilità di venire a contatto con una straordinaria platea di potenziali personaggi e di vicende umane: un bacino ricchissimo di spunti utili per definire caratteri e immaginare storie».
Vanina ha un amico pediatra, Manfredi Monterreale, e poi c’è il medico legale Adriano Calì: c’è qualche riferimento con colleghi reali?
«Chi scrive compie un continuo lavoro di sovrapposizione fra verità e finzione, ma nei miei libri nessun personaggio ricalca le caratteristiche di persone specifiche».
Cosa l’ha spinta a scegliere oftalmologia come specializzazione?
«Mi è sempre piaciuta, come specializzazione, oftalmologia e, non amando il lavoro da medico ospedaliero, ero più attratta dalla libera professione. Il lavoro dell’oculista, in particolare, si può praticare in maniera indipendente, in studio, e mi dà comunque la possibilità di seguire anche la mia carriera di scrittrice».
I pazienti sono al corrente dei suoi successi letterari?
«Non tutti. A Rosolini, il piccolo paese dove visito, non esiste una libreria. E poi - come purtroppo ben sappiamo - in Italia si legge davvero poco. Certo: qualcuno mi ha portato i miei libri da autografare, ma sono casi rari. Va bene così».
Chi è il vero punto di riferimento nella vita di Vanina?
«Biagio Patanè, commissario in pensione che ha diretto la Mobile di Catania, con cui Vanina condivide la passione per le indagini e per il cioccolato. Nonostante la differenza d’età - lui ha 83 anni e lei potrebbe essere sua nipote - Biagio è sempre presente e non si tira mai indietro quando Vanina chiede aiuto. Il loro è un legame fortissimo, basato sulla capacità di guardare oltre le apparenze. Un lavoro che si fa, oltre che con gli occhi, soprattutto col cuore».











