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BergamoScienza è appena diventata fondazione e il giovane neodirettore generale, Nicola Quadri, 37 anni, ha in mente progetti ambiziosi. Dal 2003, a ottobre, il festival omonimo inonda la città lombarda di incontri con esperti straordinari e premi Nobel, ma durante tutto l’anno è anche un laboratorio permanente di progetti.
Direttore, cosa immagina per BergamoScienza?
«Sarà una finestra sul futuro, uno spazio dove, attraverso eventi, relatori e istituzioni eccellenti, avremo l’opportunità di anticipare temi emergenti, osservare da vicino le frontiere della ricerca e contribuire a plasmare le sfide dei prossimi anni. A breve avremo una nuova sede, nel Palazzo della Libertà, pronto a diventare un polo culturale nel cuore della città».
Quali sono le sue priorità?
«La prima è rafforzare il radicamento sul territorio e, al contempo, portare BergamoScienza oltre i confini urbani, condividendo mostre, eventi e format in altre città italiane. La seconda priorità riguarda il nostro archivio: in 23 edizioni abbiamo raccolto migliaia di interventi, tra cui quelli di 38 premi Nobel, oltre a video, conferenze e articoli. Vorrei trasformare questo patrimonio in una produzione costante di materiali divulgativi e contenuti multimediali, così che lo spirito del Festival continui a vivere ben oltre i giorni di ottobre».
Una novità per le prossime edizioni?
«Vorrei creare eventi e mostre che mettano in dialogo la scienza con l’arte in tutte le sue forme. Negli anni abbiamo già esplorato alcune connessioni, ma vogliamo fare di più, scoprendo nuovi legami tra il mondo scientifico e le discipline creative».
Secondo lei, quale tema scientifico catturerà maggiormente la curiosità collettiva nei prossimi anni?
«Credo sia fondamentale riportare l’attenzione su ambiente e sostenibilità. Negli ultimi anni, tra eventi geopolitici e una certa stanchezza collettiva, questi temi hanno perso visibilità, ma restano urgenti: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e sostenibilità non sono problemi lontani, riguardano il nostro presente e il nostro futuro. Se non ce ne occupiamo ora, non saremo attori del cambiamento, ma suoi prigionieri».
Cosa significa rendere la scienza accessibile?
«Permettere a chiunque di capire e partecipare ai temi che influenzano la nostra vita, dall’intelligenza artificiale alle nuove tecnologie. Vuol dire usare linguaggi diversi per pubblici diversi e abbattere barriere culturali, sociali e fisiche. Per questo, offriamo traduzione nella lingua dei segni italiana, accesso prioritario per le persone con disabilità e traduzione simultanea per i relatori internazionali».
Qual è l’errore più comune nella divulgazione?
«Semplificare troppo. Da un lato i concetti scientifici rischiano di diventare imprecisi, dall’altro le implicazioni sociali, politiche ed economiche vengono ignorate. Per esempio, durante la pandemia di Covid non si sarebbe dovuto parlare solo di epidemiologia e diffusione del virus: le scelte scientifiche avevano effetti enormi su società, scuola, economia».
Rispetto ad altri festival, cosa rende BergamoScienza unico?
«La firma distintiva è lo spirito di partecipazione e co-progettazione. Un esempio chiaro è il ruolo delle scuole: gli studenti non sono solo spettatori, ma diventano protagonisti, progettando laboratori e guidando il pubblico, dai coetanei ai più giovani o alle famiglie. Questo metodo sviluppa capacità di collaborazione, comunicazione e consapevolezza dei propri limiti: imparano che dire “non lo so” fa parte del percorso di apprendimento».
Da studente frequentava il Festival?
«Quando ero al Lussana, uno dei licei scientifici di Bergamo, il Festival entrava già nelle scuole, coinvolgeva direttamente gli studenti. I laboratori venivano progettati dagli istituti e noi ragazzi diventavamo guide, spiegavamo esperimenti, incontravamo il pubblico. Questo accade ancora e accadrà ed è la firma distintiva di BergamoScienza. È un festival unico perché promuove lo spirito di partecipazione e co-progettazione nelle scuole».
Bergamasco anche il neopresidente del comitato scientifico, il filosofo della scienza Telmo Pievani.
«Telmo Pievani incarna perfettamente una visione che punta a unire rigore scientifico, profondità culturale e chiarezza comunicativa. Lo stesso vale per Guido Tonelli, presidente onorario. È un Dna che viene dalle origini: il neuroscienziato Gianvito Martino, socio fondatore di BergamoScienza, ha sempre creduto che il festival non dovesse coinvolgere solamente i volti riconoscibili dal grande pubblico, ma anche portare esperti capaci di offrire competenze solide e nuovi punti di vista».











