Dietro a una frattura può esserci una storia di violenza. L’accesso al pronto soccorso in seguito a percosse di varia natura è il primo vero contatto della vittima con il mondo esterno. Il suo corpo non mente, ma parla per lei, attraverso contusioni, fratture, ferite ripetute nel tempo. Il problema è che serve qualcuno che sappia interpretarlo.
Si tratta di una chance preziosa che non va sprecata. Per poterla cogliere però è fondamentale che il medico che accoglie queste vittime, il più delle volte un ortopedico o un traumatologo, abbia gli strumenti per aiutarle. Da qui la necessità di avere un personale “addestrato” a individuare questi segnali fisici. Nasce così, per la prima volta in Italia, la campagna per la formazione di ortopedici e traumatologi su tutto il territorio nazionale a riconoscere i segni della violenza domestica tra i pazienti, in particolare donne, che arrivano nei pronto soccorso. A ideare il progetto è la Commissione pari opportunità della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot), coordinata da Erika Maria Viola, primaria all’ospedale di Cremona.

Dottoressa Viola, perché questa campagna?
«Si tratta di una risposta concreta ai tanti casi di violenza domestica che si registrano in Italia e che talvolta, come ci raccontano le cronache, possono sfociare negli omicidi. Il femminicidio però è il più delle volte l’atto estremo e drammatico di una sequela di episodi di aggressioni che la vittima subisce già molto tempo prima all’interno del nucleo familiare. È il risultato di un’escalation di violenza che la donna sottovaluta (sperando che si tratti di un episodio circoscritto, che non si ripeterà più) o teme di denunciare a causa di ritorsioni o ripercussioni di vario tipo. Partire allora dai pronto soccorso è un modo concreto per arginare queste dinamiche».

In effetti i dati ci dicono che in Italia il 30% dei casi di traumi e lesioni di natura apparentemente accidentale sono causati da violenza domestica, spesso del partner.
«Il problema è che spesso le vittime vengono accompagnate dal partner stesso e cambiano il pronto soccorso a cui si rivolgono di volta in volta, in modo da non generare sospetti. Questo impedisce quindi alle strutture sanitarie di avere un tracciamento nel tempo delle diverse lesioni causate da episodi di violenza. Nel nostro progetto, a cui stiamo lavorando dal 2022, vogliamo alzare la soglia di attenzione da parte dei medici, dando loro strumenti precisi per essere sicuri nelle loro valutazioni. L’obiettivo è accendere i riflettori già quando la vittima presenta lesioni lievi: è in questa fase infatti che bisogna aiutare la donna a non temporeggiare, ma a scegliere di farsi aiutare. Offrendole, proprio nel contesto ospedaliero, un reale accompagnamento e sostegno. Solo così la si può strappare da una spirale di violenza destinata talvolta a esiti tragici».

Quali sono le lesioni più frequenti da violenza domestica?
«La traumatologia muscolo-scheletrica è il secondo ambito clinico più frequentemente coinvolto. Le casistiche dicono che in termini numerici ci sono in primis la violenza sessuale, poi la frattura delle ossa nasali, dell’orbita, dello zigomo, dei denti, distorsione del rachide cervicale, lussazioni e fratture della spalla e poi le fratture dalla mano e del polso».

Per una donna che ha subito violenza domestica l’arrivo in pronto soccorso è un frangente delicato. Lo è anche per il medico che si trova ad accoglierla. Che tipo di formazione serve per gli operatori sanitari?
«Con questa campagna di formazione vogliamo dare protocolli chiari ai medici per riconoscere le lesioni sospette. Sono in particolare gli ortopedici, che si occupano di traumatologia muscolo-scheletrica, ad avere un ruolo centrale in questi contesti di violenza domestica. Devono quindi essere formati a intercettare rapidamente i segni di maltrattamento e a relazionarsi con le vittime in modo adeguato, facendole sentire in un ambiente protetto. Solo così le donne potranno prendere consapevolezza della realtà e agire di conseguenza. Con la nostra campagna di formazione vogliamo dunque non solo dare ai medici del pronto soccorso conoscenze concrete, ma anche aumentare la loro sensibilità clinica. Non da ultimo li aggiorniamo anche sulla parte legislativa così da poter intervenire di conseguenza. Si tratta di un percorso formativo completo volto a dare al personale sanitario tutto quello da sapere in questi casi. Una sicurezza dunque per loro, ma anche per le donne stesse che sanno di avere un punto di riferimento».

Come conciliare tutto questo con la mancanza di tempo che spesso i pronto soccorso italiani affollati si trovano a dover gestire?
«Si tratta di una sfida importante ma necessaria. Il riconoscimento precoce della violenza domestica è di cruciale importanza. In questi casi dunque serve dare priorità e tempo a queste donne che possono trovare nell’ortopedico del pronto soccorso un vero e proprio punto di contatto per scegliere di iniziare così un percorso di tutela. Per questo abbiamo un’enorme responsabilità in quel momento e sta a noi medici fare la differenza».