Lo zucchero è indispensabile per il nostro cervello, ma al tempo stesso può diventare il suo nemico. In quantità eccessive infatti lo danneggia, al punto da accelerare la degenerazione dei neuroni.
In particolare, la disfunzione del metabolismo dell’insulina (ormone deputato a introdurre il glucosio nelle cellule) può contribuire alla distruzione e all’invecchiamento delle cellule cerebrali, favorendo il declino cognitivo. Tale condizione clinica viene chiamata diabete di tipo 3. «È una definizione non universalmente riconosciuta ma largamente condivisa a livello scientifico», commenta Nicola Tecce, ricercatore presso il dipartimento di Endocrinologia e malattie del metabolismo del Policlinico Federico II di Napoli. In altre parole, il diabete di tipo 3 fotografa la relazione molto stretta tra diabete di tipo 2, la malattia metabolica cronica caratterizzata da elevati livelli di glucosio nel sangue, o iperglicemia, e demenza. «Un aspetto cruciale, ma ancora poco considerato dagli specialisti», prosegue l’endocrinologo.

Una relazione pericolosa
«Le prove chiave che collegano il diabete alla malattia di Alzheimer», si legge in uno studio pubblicato su International Journal of Molecular Sciences, «sottolineano i processi metabolici critici che contribuiscono alla neurodegenerazione, tra cui l’infiammazione, lo stress ossidativo e le alterazioni delle vie di segnalazione dell’insulina». Proprio l’insulina svolge un ruolo chiave anche a livello cerebrale.
«Ricerche condotte attraverso la diagnostica per immagini hanno evidenziato come nelle aree del cervello in cui si accumulano le placche senili la ridotta presenza di neuroni derivi dal fatto che consumano meno glucosio», spiega Alessandro Padovani, che a Brescia è direttore della Clinica neurologica degli Spedali Civili e professore di Neurologia all’Università degli Studi. «Inoltre, il neurone aggredito dalla proteina amiloide, la cui presenza è correlata all’Alzheimer, riduce la sua capacità di consumare glucosio, perdendo la sua sensibilità all’insulina. Quindi siamo di fronte a una sorta di insulino-resistenza. È assodato che il diabete acceleri quei processi che portano di fatto al declino cognitivo e poi alla malattia di Alzheimer».

L’impatto sulla qualità della vita
«La persona con diabete mellito è più esposta a diverse forme di decadimento cognitivo e malattie neurodegenerative, determinando un notevole impatto sulla qualità della vita della persona stessa e del nucleo familiare», spiega Carla Greco, specialista presso l’unità di Endocrinologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. «Inoltre, uno studio pubblicato nel 2024 su Frontiers in Neuroscience ha rilevato che la demenza rappresenta la prima causa di morte nei soggetti con diabete anziani e ospedalizzati, quando confrontati con individui di pari età. Ecco perché il controllo glicemico della popolazione diabetica anziana rappresenta una sfida ulteriore per proteggere domini cognitivi come memoria, attenzione e attività psicomotorie il cui funzionamento garantisce l’autonomia della persona».

I test per prevenire
L’arma più efficace contro il diabete di tipo 3 è la prevenzione. Gli esami di screening suggeriti dagli specialisti per giocare d’anticipo sono:
• l’analisi della glicemia
• l’esame dell’insulina basale
• la misurazione della circonferenza vita e fianchi
• la valutazione della composizione corporea.
«Un altro esame utile è l’Homa test, per valutare la sensibilità all’insulina, e molto valido è il TyG Index (Indice trigliceridi-glucosio)», aggiunge Padovani. «Si tratta di un test, eseguibile con un prelievo di sangue, che permette di valutare indirettamente la resistenza insulinica: il risultato, per essere considerato nella norma, dovrebbe rimanere inferiore a 4,5. A mio parere sarebbe fondamentale inserirlo nei programmi di screening di prevenzione. La ragione è semplice: se ho il diabete e lo curo riesco a proteggere il cervello, ma se ho un’insulino-resistenza e non lo so, dovrò aspettare di sviluppare il diabete per accorgermene, e quando accadrà sarà troppo tardi».

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Nei diabetici, poi, i test di tipo neurocognitivo sono indispensabili. «L’indicazione sarebbe di fare valutazioni periodiche dello stato cognitivo del paziente», dice Tecce, «eseguendo test di memoria, valutazione dell’orientamento spazio-temporale e psicologica. Questo aspetto è ancora sottovalutato da noi specialisti, ma richiederebbe invece una collaborazione tra endocrinologi, diabetologi e neurologi, per attuare un approccio multidisciplinare, omogeneo a livello nazionale. Su questo fronte c’è ancora molto lavoro da fare».

Le nuove classi di farmaci
Una recente ricerca apparsa su Jama Network Open, condotta per un periodo di otto anni a Hong Kong, e che ha coinvolto 55.618 partecipanti, ha evidenziato come la buona gestione dei pazienti affetti da diabete di tipo 2 sia in grado di mitigare il rischio di demenza. Dallo studio è emersa una riduzione del 28% nel rischio di demenza per tutte le cause, una diminuzione del 15% nel rischio di malattia di Alzheimer, un significativo calo del 39% nel rischio di demenza vascolare e una riduzione del 29% nel rischio di demenze di altro tipo, rispetto a coloro che ricevevano cure standard. Un corretto trattamento del diabete, quindi, è in grado di modificare la traiettoria del declino cognitivo.
Le nuove classi di anti-diabetici si sono dimostrate efficaci in questo senso. «Si tratta della metformina, considerato da alcuni un vero e proprio anti-aging, che è in grado di ridurre l’infiammazione sistemica e quindi anche la neuroinfiammazione», dice Padovani. Gli studi si sono concentrati anche sulle nuove generazioni di farmaci (gli analoghi dell’ormone Glp-1), in particolare sulla semaglutide, ma con risultati contrastanti. I trial clinici infatti non hanno dato esito positivo nei pazienti affetti da Alzheimer lieve: «In realtà non è stata una sorpresa, poiché la semaglutide non è in grado di attraversare la barriera ematoencefalica», commenta il neurologo, «d’altra parte i dati indicano che la molecola può prevenire il diabete come fattore di rischio. Quindi il trattamento potrebbe essere utile solo in chi ha una insulino-resistenza e non in pazienti con Alzheimer non diabetici».

Altri studi sono ancora in corso. «Dimostrare che agendo sull’insulina e sul glucosio si riesce a condizionare l’evoluzione di una malattia come quella di Alzheimer sarebbe un grande passo nella prevenzione di questa patologia», conclude Padovani.