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Silvana Venezia, farmacista ospedaliera presso il Policlinico Paolo Giaccone di Palermo (foto di Manuel Cicchetti)
Ogni terapia medica è una promessa: che sarà efficace, che sarà sicura, che sarà la migliore possibile. Ma chi garantisce che questa promessa venga mantenuta? In ospedale esistono figure che lavorano proprio su questo confine delicato tra scienza e responsabilità: i farmacisti ospedalieri. Non li incontriamo spesso nei corridoi, eppure il loro operato attraversa ogni reparto. Dietro una dose misurata al milligrammo, dietro un farmaco che non interagisce con un altro, dietro una preparazione che richiede mani ferme e concentrazione assoluta, c’è il loro sguardo vigile, come spiega Silvana Venezia, farmacista ospedaliera al Policlinico Paolo Giaccone di Palermo.
Dottoressa Venezia, cosa fa esattamente un farmacista ospedaliero?
«Si assicura che ogni terapia arrivi al paziente nelle condizioni migliori: corretta, sicura e adatta alla sua situazione clinica. Il nostro lavoro non si limita alla gestione dei farmaci: analizziamo le prescrizioni mediche, controlliamo i dosaggi, valutiamo eventuali incompatibilità, prepariamo trattamenti che richiedono procedure dedicate e coordiniamo il flusso di informazioni tra i reparti. A differenza del farmacista territoriale, che segue le persone nella quotidianità, noi operiamo nel momento più delicato, quello del ricovero, dove ogni dettaglio può fare la differenza».
Quale percorso di studi occorre?
«Si parte dal quinquennio per la laurea magistrale in farmacia e si prosegue con la specializzazione a numero chiuso in farmacia ospedaliera: in totale sono nove anni di formazione».
Quindi, quattro anni di studio in più rispetto a chi lavora nelle farmacie…
«Sì. E, per finire, il concorso pubblico per potere essere ammessi ed entrare in graduatoria. È un percorso impegnativo, ma necessario per lavorare in un contesto clinico complesso come l’ospedale, dove servono competenze scientifiche solide e una grande responsabilità professionale».
Tutti gli ospedali hanno una farmacia interna?
«Sì, sempre. Anche le cliniche private devono averne una. Nelle strutture più piccole può trattarsi di un magazzino farmaceutico, ma è comunque gestito sotto la supervisione di un farmacista, perché la responsabilità sulla corretta conservazione e distribuzione dei medicinali non può mancare».


Laureata in Farmacia e specializzata in Farmacia ospedaliera, dopo una prima esperienza come informatrice medico-scientifica, Silvana Venezia ha intrapreso il percorso nella sanità pubblica lavorando in diverse realtà ospedaliere (foto di Manuel Cicchetti)
In che modo supportate medici e infermieri?
«Aiutiamo i clinici a orientarsi in un panorama farmaceutico che cambia continuamente. In ospedale i medicinali disponibili non coincidono sempre con quelli più noti, perché dipendono dalle gare d’acquisto e dalle forniture aggiudicate, ma anche dalla disponibilità momentanea. Questo significa che un medico può indicare un nome commerciale, ma trovare in reparto un prodotto equivalente con un’altra denominazione. Noi interveniamo proprio qui: chiariamo, traduciamo, individuiamo l’opzione corretta e verifichiamo che sia adatta al paziente. Allo stesso modo affianchiamo i coordinatori infermieristici nella gestione degli ordini, così che ogni reparto abbia ciò che serve senza incertezze o ritardi».
Da qui nasce il concetto di appropriatezza prescrittiva. Che cosa significa?
«L’appropriatezza prescrittiva è sicuramente il compito più importante dei farmacisti ospedalieri. Quando un medico ci invia una prescrizione, la esaminiamo con attenzione: valutiamo la diagnosi, il dosaggio indicato, le condizioni cliniche, l’età, il peso, la funzionalità degli organi e l’eventuale presenza di altre patologie o trattamenti in corso. Ogni elemento può modificare l’efficacia di un farmaco o renderlo meno adatto. Per questo il nostro controllo è costante e scrupoloso: serve a prevenire errori, evitare rischi e garantire che la terapia scelta sia la più indicata per quel paziente, in quel momento preciso».
Quindi può capitare di modificare prescrizioni mediche?
«Sì, può accadere. Anche il medico più attento può incorrere in un’imprecisione, soprattutto quando deve gestire molti pazienti e terapie diverse. In quei casi interveniamo noi, offrendo un controllo aggiuntivo che permette di intercettare eventuali incongruenze prima che arrivino al letto del paziente. Ovviamente, il confronto è sempre diretto con lo specialista, di totale collaborazione, perché l’obiettivo comune è garantire una cura impeccabile»
E cosa succede al momento delle dimissioni?
«Entra in gioco la cosiddetta distribuzione diretta. Nella maggior parte dei casi, dopo un ricovero o una visita ambulatoriale, il paziente passa in farmacia ospedaliera per ritirare i medicinali necessari al primo ciclo di terapia: una fornitura che può coprire un determinato numero di giorni (un minimo di 10 e un massimo di 30), composta da farmaci inseriti nel Prontuario ospedaliero e rimborsati dal Servizio sanitario nazionale».
Quindi avete un rapporto diretto con i pazienti?
«Esatto. Lo abbiamo anche con la dispensazione dei farmaci per patologie rare e croniche (che rientra nella distribuzione diretta), in base al piano terapeutico (compilato dal medico del centro prescrittore specifico). La maggior parte di questi medicinali devono essere registrati su un registro dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, una piattaforma informatica che controlla l’appropriatezza e la spesa farmaceutica dei farmaci innovativi e ad alto costo. È in questa fase che il rapporto tra farmacista ospedaliero e paziente si fidelizza, diventa continuativo, personale».
Qual è il consiglio che dà più spesso?
«Di non interrompere mai le terapie croniche. Saltare le dosi può sembrare un dettaglio, ma il corpo può reagire sviluppando anticorpi che rendono il farmaco meno efficace o del tutto inutile. A quel punto bisogna cambiarlo e non sempre esistono alternative valide. L’aderenza terapeutica è fondamentale: è ciò che permette alla cura di funzionare nel tempo».
C’è un episodio che ricorda con particolare affetto?
«Quando seguivo i bambini con fibrosi cistica all’ospedale Sant’Antonio Abate di Trapani, ricordo i loro occhi brillanti mentre mi dicevano: “Tu sei la dottoressa che mi fa stare meglio”. Oppure giovani pazienti che affrontavano per la prima volta diagnosi e terapia e che tornavano fieri a raccontarmi: “Questa volta l’iniezione l’ho fatta da solo”. Sono dettagli, ma potentissimi».
Come funziona il successivo passaggio tra ospedale e territorio?
«Alcune terapie croniche o farmaci per patologie rare, dopo un primo periodo di dispensazione ospedaliera, vengono forniti dalle farmacie territoriali di appartenenza, a seconda del domicilio».
In ospedale vi occupate di preparazioni speciali?
«Sì, è una delle attività più delicate. Per esempio, all’interno delle unità Farmaci antiblastici, prepariamo le chemioterapie destinate ai pazienti oncologici. Sono terapie che non possono essere improvvisate: ogni preparazione segue protocolli rigidissimi e richiede un’attenzione assoluta, perché la minima variazione può influire sull’efficacia o sulla tollerabilità del trattamento. Ogni dose viene costruita su misura, tenendo conto della patologia, del peso, delle condizioni cliniche e del percorso terapeutico di ciascun paziente. È un lavoro che unisce precisione scientifica e responsabilità, perché da quella sacca dipende una parte importante del percorso di cura».
Preparate anche la nutrizione parenterale, quando una persona non può nutrirsi in modo adeguato per bocca?
«Oggi molte sacche sono già disponibili in versioni standard, ma ci sono situazioni – soprattutto in pediatria o quando le condizioni cliniche sono particolarmente delicate – in cui è necessario prepararle su misura. In questi casi siamo noi a occuparci della composizione, dosando ogni componente in base al peso, all’età e allo stato clinico. Il paziente deve ricevere una soluzione che contenga tutto ciò di cui ha bisogno: amminoacidi, zuccheri, grassi, vitamine ed elettroliti. È un lavoro che richiede precisione assoluta, perché spesso riguarda pazienti molto fragili, per i quali anche una piccola variazione può avere un impatto significativo».
Anche gli emoderivati passano dal vostro controllo?
«Sì, perché si tratta di prodotti ottenuti dal sangue – come albumina o immunoglobuline – che vengono utilizzati in situazioni cliniche molto diverse: da perdite di liquidi a deficit immunitari, fino ad alcune malattie rare. Proprio perché derivano da un materiale biologico così prezioso, ogni richiesta dev’essere valutata con grande attenzione. Prima di autorizzarne l’uso controlliamo che la quantità indicata sia adeguata al peso e alle condizioni del paziente e che i valori ematici giustifichino davvero la somministrazione. Spesso ci confrontiamo direttamente con l’ematologo o il neurologo per chiarire eventuali dubbi o ricalibrare la dose».
Che ruolo avete nella farmacovigilanza?
«Un ruolo enorme. Quando emerge un effetto anomalo di un farmaco, anche lieve o raro, raccogliamo le informazioni e le inviamo al sistema nazionale di monitoraggio. Lo stesso vale per i dispositivi: se non dovessero funzionare correttamente o una siringa provoca irritazione, va registrato. Queste segnalazioni permettono di aggiornare le informazioni di sicurezza e prevenire problemi futuri, tutelando pazienti e operatori».
E per gli studi clinici?
«Prima che un farmaco arrivi sul mercato, spesso è previsto un periodo di monitoraggio aggiuntivo: l’azienda fornisce gratuitamente le prime confezioni e i pazienti che le utilizzano vengono seguiti con particolare attenzione. Noi ci occupiamo di gestire questi protocolli, registrare i dati necessari e monitorare l’andamento della terapia».
Uno dei temi più critici è quello degli antibiotici. Perché?
«Perché le resistenze stanno aumentando e anche le infezioni nosocomiali: questo rende gli antibiotici sempre meno efficaci. Per questo motivo, l’Organizzazione mondiale della sanità ha introdotto la classificazione Access–Watch–Reserve per guidarne l’uso corretto: quelli della categoria Reserve sono l’ultima risorsa e vanno protetti. Per ogni prescrizione importante serve una consulenza infettivologica e noi verifichiamo durata, dosaggio e indicazione. Non si possono più dare antibiotici per lunghi periodi senza motivo: ogni scelta dev’essere motivata e appropriata. Di recente molti di questi antibiotici ad alto costo sono monitorati a livello nazionale sulla piattaforma dell’Aifa».
Gestite anche lo smaltimento dei farmaci?
«È una parte importante delle nostre responsabilità. Soprattutto gli stupefacenti, che in ospedale vengono usati nella terapia del dolore, richiedono un controllo molto rigoroso perché, al di fuori dell’ambito clinico, possono essere impiegati anche per scopi illeciti. Per questo vanno registrati in entrata e in uscita, conservati in armadi blindati e monitorati quotidianamente. Quando scadono o non sono più utilizzabili, devono essere distrutti alla presenza delle autorità competenti. È un processo molto severo».
Cosa la fa innamorare ogni giorno del suo lavoro?
«Il fatto che, anche dopo tanti anni, questo mestiere riesce ancora a sorprendermi. Ogni giornata è diversa: una paziente che torna a ringraziarti, un problema complesso che si risolve grazie a un’intuizione, una terapia che finalmente funziona. È un lavoro che mi tiene sveglia, curiosa, vigile. E poi c’è quella sensazione difficile da spiegare: sapere che la tua scelta può cambiare la vita di qualcuno. È questo che mi fa innamorare. La consapevolezza che, in mezzo a scadenze, protocolli e numeri di lotto, c’è sempre un pezzo di umanità che ti aspetta».











