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Sono così felice di essere nata a fine Novecento, il mio secolo preferito, quello delle rivoluzioni, dove la giovinezza era un valore e una possibilità». Malika Ayane, classe 1984, non ha dubbi. E se, come scriveva Vinìcius de Moraes, poeta e cantautore brasiliano, la vita è l’arte degli incontri, lei ne ha fatti di memorabili: «Mi sono confrontata con persone incredibili: Camilleri, Augias, Gino Paoli, Ornella Vanoni e tanti altri. Sono molto fortunata». Sicuramente tra gli incontri della vita c’è quello con Paolo Conte, complice un duetto nella canzone Little Brown Bear.
Paolo Conte affermò che il colore della sua voce era «un arancione scuro che sa di spezia amara e rara». Una descrizione così va messa nel curriculum.
«Infatti mi sento una miracolata e ringrazio ancora Caterina Caselli per avere avuto questa possibilità».
La musica è stata la sua prima compagna di viaggio. A 11 anni nelle voci bianche del Teatro alla Scala di Milano, dove due anni dopo, grazie a un provino, Riccardo Muti la scelse come solista in Macbeth. Poi le medie al conservatorio con il violoncello come strumento. Una base solida per il futuro da musicista. Il canto e la musica per esprimere quello che provava?
«Esattamente. Da piccola sentivo la potenza del linguaggio della musica e ho imparato tantissimo da quegli anni al conservatorio. Dico sempre che vivo di rendita! Anche se continuo a studiare canto, soprattutto quando devo affrontare impegni importati, ma credo che i miei studi mi abbiamo dato basi solide anche in termini di credibilità».
Una voce particolare e un modo di cantare molto personale. Lei è amata dagli addetti ai lavori. Ci ricordiamo ancora quando l’Orchestra di Sanremo nel 2010 stracciò gli spartiti in segno di protesta perché la sua canzone, Ricomincio da qui, non era salita sul podio.
«Un gesto molto punk! Ovviamente mi ha fatto super piacere, essere apprezzata dai maestri è stato un privilegio. Agli inizi ero credibile se cantavo jazz, poi ho dovuto cercare la mia voce…».
Sempre a proposito di Sanremo, Gino Paoli ha cantato con lei al suo primo Festival Come foglie. Che ricordo ha di lui, appena mancato?
«Con me è stato molto generoso. Un uomo che poteva essere anche burbero, ma perché dritto, sincero. È stato un privilegio averlo accanto al mio primo Sanremo».
Lei ha avuto anche un rapporto d’amicizia oltre che professionale con Ornella Vanoni, altra grande perdita.
«Ornella è sempre stata sempre il mio spirito guida. Ricordo molti risotti insieme, ma soprattutto lunghe telefonate. Era curiosa di tutto. Oppure telefonate di servizio, veloci. Magari mi chiedeva informazioni su Berlino perché ci voleva venire con la nipote. Poi attaccava improvvisamente il telefono. Questa cosa mi ha fatto sempre molto ridere».
A proposito di Berlino, ormai sono più di dieci anni, prima part time e poi fissa, che risiede in Germania. Anche se lei sembra soprattutto europea.
«Grazie di questa bella definizione, anche perché il mio sogno sarebbe quello di essere ancora più vagabonda. Ogni tanto mi spiace essere in una città e avere voglia di vedere qualcuno che è in un altro posto. Ma lavoro tanto e gli impegni sono importanti. Nel lavoro e nella vita».
Nelle interviste uscite per la sua canzone Animali notturni, in occasione del suo ultimo Sanremo, c’è sempre un riferimento al peso del giudizio degli altri che non le appartiene più. E il testo parla dell’amore che si rinnova ogni giorno e della passione che cambia e va coltivata. Molto saggia. Sono i vantaggi dell’invecchiare?
«Lo dice sempre anche la mia psicologa. Il vantaggio del tempo che passa è avere più libertà. Mi prendo i miei tempi, i miei momenti. Accetto di non piacere a tutti senza farne una malattia. A proposito di grandi e piccole libertà, a Berlino ho un armadio pieno di vestiti, diciamo colorati, che raramente ho messo in Italia. Adesso ho deciso di indossarli anche qua. Piume come se non ci fosse un domani!».
In questo cambiamento verso la libertà è arrivata anche la corsa?
«Circa un paio di anni fa ero con una mia amica a Berlino vicino a un canale a bere qualcosa e ci siamo dette: ma perché non facciamo la maratona?».
Così, improvvisamente?
«Volevo concedermi del tempo per me. Il tempo te lo devi concedere perché non te lo regala nessuno. Mi ero accorta di avere fatto sempre tanti sacrifici per il lavoro e i risultati sono arrivati. Ma mai sacrifici per farmi del bene, per il mio benessere. Così ho cominciato a correre. A correre ovunque».
Un po’ come Forrest Gump. Fino ad arrivare alla maratona di New York dell’anno scorso.
«Sono molto orgogliosa! L’anno prima per una microfrattura non l’ho potuta fare, ma l’anno scorso l’ho chiusa in quattro ore e diciotto minuti. Sono molto soddisfatta. Certo non è stata una passeggiata. Ho fatto grandi sacrifici per portarla a termine ma non mi è mai mancata la voglia di fare fatica».
Il fisico come ha risposto?
«Alla maratona bene, perché mi ero allenata molto scrupolosamente. Ma se ti scopri sportiva a 36 anni e inizi a correre a 40 anni… Ho un sacco di problemi. La spalla destra chiude all’interno, così come l’anca sinistra. Sono avvolta come una caramella. Sono anche i complessi trasferiti nella postura. Una vita di imbarazzi».
Qual è la cura?
«Faccio gli allungamenti. Vado dall’osteopata, è incredibile quante cose si imparano, quanti piccoli trucchi che possono fare la differenza. Faccio pilates e yoga da una vita. Lo yoga mi ha sempre permesso di ascoltare il mio corpo. Lo capisco subito se c’è qualche blocco e allora sono pronta con il mio set di palline. Dalla cervicale ai piedi. Ma soprattutto cerco di stare bene, di essere felice».
Sua figlia Mia credo abbia un posto in prima fila per la sua felicità.
«Mia mi ha insegnato tanto. L’ho avuta a vent’anni e mi ha subito regalato il rigore. Sono fiera e felice di lei, di noi due. Studia architettura all’estero. Ma ci tengo sempre a ricordare che suona bene il basso e canta pure bene».
Cuore di mamma.











