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Roberto Cavallo (con la maglia rossa), il pioniere del plogging in Italia, in piazza San Pietro in occasione della Keep Clean and Run 2024. Foto di Stefano Jeantet.
La prima curiosità è che plogging arriva dalla fusione di plocka upp, “raccogliere” in lingua svedese, e jogging. Ideato nel 2016 dall’atleta e ambientalista nordico Erik Ahlstrom, il neologismo riassume l’attività che interessa sempre più persone: abbinare la corsa o la camminata alla raccolta di rifiuti trovati lungo il percorso. Oggi si contano circa 20mila gruppi di appassionati, distribuiti di fatto in ogni continente.
La seconda curiosità è che il plogging, ancora senza un nome, fece il suo esordio ufficiale nel 2015 in Italia, quando un piemontese, Roberto Cavallo, fu protagonista della prima edizione della Keep Clean and Run (tradotto, Tieni pulito e corri): 400 chilometri in otto tappe da Aosta a Ventimiglia, con 20mila metri complessivi di dislivello, pulendo strade e sentieri di Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria.
«L’anno precedente era stata lanciata la prima Giornata europea contro l’abbandono dei rifiuti e quell’iniziativa, unita ai primi studi che certificavano come quanto abbandonato sulla terraferma finisse poi per costituire il 75% dei materiali presenti in mari e oceani, fu la molla che mi spinse a cercare di fare qualcosa di originale per sensibilizzare sul tema», racconta Cavallo, fondatore della Cooperativa Erica di Alba, in provincia di Cuneo, nonché assessore all’Ambiente dello stesso Comune e ambasciatore del Patto europeo per il clima. «Avevo un amico che faceva corsa di montagna e così decisi che avrei fatto lo stesso, ma raccogliendo appunto i rifiuti in cui mi imbattevo. Da allora non ho mai smesso e grazie alla collaborazione con Erik, diventato nel frattempo un caro amico e con il quale scherzo ancora sull’abilità degli svedesi di dare un nome vincente alle invenzioni degli italiani, si sono unite migliaia di persone che fanno lo stesso a ogni latitudine».
La dodicesima edizione della Keep Clean and Run partirà il 26 settembre da Benevento, con arrivo l’1 ottobre a Bari (dettagli e aggiornamenti sul sito). Il format è ormai collaudato e prevede di coprire la distanza di 350-400 chilometri, raccogliendo rifiuti con quanti vorranno aggregarsi lungo il percorso e incontrando soprattutto le scolaresche per promuovere il rispetto dell’ambiente.
Le regole del gioco
A far crescere la community del plogging ha contribuito anche e soprattutto l’idea (sviluppata durante il periodo del Covid dalla Cooperativa Erica e dall’Associazione internazionale per la comunicazione ambientale) di arricchire la disciplina di una componente agonistica con l’istituzione di regole ben definite per sfidarsi in gare che si differenziano per contesti e durata.
• Nelle gare di plogging si corre all’interno di aree circoscritte (un po’ come avviene nell’orienteering) raccogliendo i rifiuti in cui ci si imbatte. Sono previste competizioni individuali o a squadre, la cui durata può variare da 45 minuti a ben sei ore.
• Non si possono usare pinze per raccogliere gli oggetti da terra (perché poco pratiche e anche perché rischiano di rompersi e trasformarsi a loro volta in materiale da smaltire), ma vanno indossati dei guanti. Altra attrezzatura indispensabile: abbigliamento e scarpe da trail running, uno zainetto con tutto il necessario e uno o più sacchi (consegnati dagli organizzatori) in cui mettere i rifiuti da portare al traguardo.
• Ciascun concorrente ha un gps che registra gli spostamenti (se si esce dall’area di gara, si viene squalificati) e che rileva anche il dislivello coperto mentre si corre. In alcuni casi è richiesto anche il passaggio in precisi punti di controllo. «C’è anche la possibilità di accatastare i rifiuti in una zona di raccolta, ma vanno poi portati tutti insieme al traguardo», spiega Donatella Boglione, due volte campionessa del mondo di plogging.
• Un algoritmo appositamente sviluppato valuta ogni singola prestazione combinando un punteggio atletico (sulla base dei dati rilevati dal gps) e uno ambientale (sulla base dei rifiuti raccolti). «Il primo incide indicativamente per il 25-30%, il secondo di conseguenza per il 70-75%», precisa Cavallo. «A contare maggiormente è poi non tanto il peso ma l’impatto ambientale (calcolato sul risparmio di CO2) di quello che si porta al traguardo. Una bottiglia di vino in vetro assegna per esempio circa 280 punti, ma sei bottigliette di plastica - che sono più leggere e una volta piegate occupano meno spazio nel sacco - valgono complessivamente 300 punti. Il che ovviamente non significa che la prima non debba essere raccolta: è solo per sottolineare come il plogging, specie se proposto nelle scuole, può trasferire attraverso il gioco informazioni importanti sui rischi ambientali».
L’allenamento necessario
Se la sensibilità per l’ambiente è alla base di tutto, per il plogging agonistico serve anche allenamento. Durante le competizioni più lunghe si arriva infatti a percorrere fino a 30 chilometri, resi più duri dall’obbligo di rispettare anche un impegnativo dislivello, e c’è chi taglia il traguardo con 30-40 chili di rifiuti sulle spalle.
«Eccezion fatta per le gare in contesti urbani, ci si muove sempre outdoor su terreni impegnativi, che richiedono una costante attenzione», dice Boglione. «Ognuno affina le sue tecniche per trasportare il carico, a volte avvalendosi anche di funi, mentre l’esperienza insegna a riconoscere al volo una cartaccia colorata da un fiore e soprattutto ad andare a guardare nei posti giusti. C’è chi mi dice che è solo una goccia nell’oceano, ma tante gocce insieme aiutano a fare in modo che mari e oceani siano meno inquinati».
Il plogging giova tanto al corpo quanto alla mente. «È un’attività che risulta gratificante anche dal punto di vista psicologico, contribuendo a rafforzare l’autostima», dice Gianluca Toselli, responsabile del Servizio di medicina sportiva dell’Asl Cuneo-2. «La pratica agonistica, specie per l’impegno che replica almeno in parte la corsa in montagna, richiede però un’adeguata preparazione per evitare dolori muscolari e infortuni più o meno problematici da risolvere».
Tra corsa, raccolta e trasporto dei rifiuti, durante una gara di plogging tutto il corpo è chiamato al lavoro, al punto che alcuni studi hanno verificato esserci un consumo calorico superiore di circa il 30% rispetto alla sola corsa. «Per prepararsi allo sforzo richiesto vanno potenziati i muscoli delle gambe, ma anche delle braccia e del tronco», prosegue Toselli. «Bisogna poi considerare che si parte con carico zero, se non uno zainetto sulle spalle, con il peso che è però destinato ad aumentare nel corso della gara: bisogna allora fare attenzione a gestire l’intensità. Inoltre, attenti ad arrestare sempre la corsa in modo graduale e controllato, specie nei tratti in discesa, e a piegarsi correttamente ogni volta che si deve raccogliere qualcosa, eseguendo quasi uno squat: mosse fondamentali per salvaguardare le ginocchia e la schiena».
Preparazione adeguata, prevenzione degli infortuni, tecnica, strategia: per quanto a qualcuno possa anche sembrare bizzarro, il plogging è uno sport a tutti gli effetti. E, a proposito, un’ultima curiosità. «Siamo a buon punto dell’iter che porterà il plogging a essere riconosciuto come una vera e propria disciplina dalla Federazione italiana sport orientamento (Fiso)», rivela Cavallo. «Questo consentirebbe in futuro di inserire il plogging tra le attività dei Giochi della Gioventù, proponendo così a bambini e ragazzi una forma di educazione ambientale coinvolgente».









