Da secoli le montagne rappresentano, per chi le abita e le frequenta, una sorta di meravigliosa farmacia naturale. Qui, tra pascoli, selve e pietraie, si custodisce un patrimonio di rimedi che affonda le radici in tradizioni tramandate di generazione in generazione da pastori, agricoltori e guaritori esperti in rimedi popolari. È nelle erbe, nelle bacche, nei fiori e soprattutto negli alberi alpini che «abita la salvezza dell’uomo», ricordava Mario Rigoni Stern, attento osservatore della vita in quota e autore del prezioso Arboreto salvatico (Einaudi).
L’ambiente montano è dunque un forziere ricco di tesori e di saperi antichi, che oggi rischiano però di essere travisati da una divulgazione semplificata e, talvolta, fuorviante. Per esempio, si è diffusa l’idea che chiunque possa raccogliere liberamente materiale vegetale da utilizzare per preparare decotti, impacchi o tisane fai-da-te.

In realtà questa pratica «non soltanto è sconsigliata, ma in molte aree addirittura proibita: lungo l’arco alpino vigono precisi divieti di raccolta e, soprattutto, senza una conoscenza erboristica approfondita è facile confondere specie simili, talvolta tossiche o protette», avverte Marco Biagi, docente di Biologia farmaceutica all’Università di Parma e responsabile del gruppo di lavoro su regolatorio e sicurezza dei prodotti vegetali della Società italiana di fitoterapia. «Non solo: tutto ciò che si trova in natura è un prodotto grezzo che, per diventare davvero efficace e sicuro, necessita di essere lavorato e controllato secondo procedure codificate».
Per questo, le principali piante officinali alpine «vanno assunte esclusivamente sotto forma di prodotti autorizzati per il loro utilizzo e approvati dal Ministero della Salute o dalle autorità nazionali e regionali che regolano la sicurezza alimentare per quelli che vengono usati per bocca», raccomanda l’esperto, «ben sapendo che non sostituiscono le terapie mediche, ma possono rappresentare un utile complemento».

Abete bianco, larice e pino
Fra i grandi protagonisti della farmacopea alpina spiccano tre conifere: abete bianco (Abies alba L.), larice (Larix decidua L.) e pino (Pinus spp.). Pur appartenendo allo stesso grande gruppo botanico, ciascun albero è contraddistinto da caratteristiche proprie: l’abete bianco possiede aghi piatti e corti, disposti singolarmente lungo il ramo, il pino (che in montagna è rappresentato soprattutto dalle specie Pinus cembra L., P. sylvestris e P. mugo) mostra aghi più lunghi e riuniti a mazzetti. Il larice, unico a perdere la parte verde in inverno, presenta ciuffi morbidi che ingialliscono in autunno.

Le gemme del pino contengono sostanze dall'effetto lenitivo e decongestionante sulle alte vie respiratorie
Le gemme del pino contengono sostanze dall'effetto lenitivo e decongestionante sulle alte vie respiratorie

Le gemme del pino contengono sostanze dall'effetto lenitivo e decongestionante sulle alte vie respiratorie

Di questi giganti silenziosi si usa l’olio essenziale per inalazione o sulla pelle e si utilizzano soprattutto le gemme e la resina per uso orale o, «preziose perché ricche di polisaccaridi e terpeni a effetto lenitivo e decongestionante sulle alte vie respiratorie, e nei mesi freddi, quando gola irritata, catarro e tosse produttiva sono frequenti, gli estratti di pino, abete e larice offrono un eccellente sostegno naturale», dice Marco Biagi. «A completare l’azione interviene l’olio essenziale presente nelle gemme e nella resina di queste piante, responsabile dell’aroma balsamico e della capacità di favorire l’espettorazione».
Come si utilizzano. In farmacia e in erboristeria sono disponibili sciroppi e altri prodotti a base di gemme e/o resina di abete e pino, spesso associati al miele; le gemme e le parti verdi sono vendute anche per preparare tisane, mentre gli oli essenziali - rigorosamente diluiti - sono indicati per suffumigi o frizioni sul torace. Oltre all’effetto balsamico, le gemme di abete favoriscono anche la diuresi, quelle di pino e il suo olio essenziale sono molto utilizzati in cosmetica come ingredienti di creme e altri prodotti per pelli impure. Del larice si utilizza anche la corteccia che protegge le mucose dell’apparato respiratorio e possiede proprietà espettoranti e antiossidanti e favorisce la diuresi.
La curiosità. In primavera, nelle vallate alpine, è ancora diffusa l’usanza di masticare i germogli freschi delle conifere per liberare le vie aeree e attenuare i sintomi respiratori delle allergie stagionali. La tradizione montanara suggerisce di far macerare in un vasetto di miele fluido le gemme di pino mugo raccolte in primavera: dopo alcuni mesi si otterrà un preparato che si può assumere a cucchiaini oppure aggiunto a tisane per calmare mal di gola e irritazioni delle alte vie respiratorie. Invece i trucioli di legno del pino cirmolo vengono utilizzati per cuscini o sacchetti da tenere sul comodino: i composti volatili rilasciati nella stanza contribuiscono a regolare la frequenza cardiaca, facilitando l’addormentamento e migliorando la qualità del sonno.

Artemisia
Il genere Artemisia comprende numerose specie che crescono tra prati e sassaie, alcune preziose in fitoterapia, altre potenzialmente tossiche: per questo non andrebbero mai raccolte senza una guida esperta. «Le specie montane autoctone più note sono A. vulgaris e Artemisia absinthium e, in alta quota, i genepì, cioè A. glacialis e A. genepi. Ognuna ha un proprio profilo fitoterapico», elenca lo specialista. «Assenzio e genepì, con le opportune cautele di utilizzo e consumo, dal profumo intenso e amaro, sono tradizionalmente impiegate nell’integrazione alimentare così come in liquoristica come tonico digestivo, mentre Artemisia vulgaris è anch’essa utilizzata per le funzioni digestive, ma è anche associata nella tradizione popolare al benessere femminile e alla funzione diuretica. Artemisia annua è la specie da cui si ricava l’antimalarico artemisinina, una molecola molto attiva e tossica anche a basse concentrazioni. È una specie veramente poco presente in Italia nell’arco alpino sopra i 500 metri, ma botanicamente simile alle altre artemisie, per cui la raccolta o l’uso delle artemisie richiede esperienza e un consulto con un esperto».

L'artemisia, sfruttata in erboristeria per le sue proprietà digestive
L'artemisia, sfruttata in erboristeria per le sue proprietà digestive

L'artemisia, sfruttata in erboristeria per le sue proprietà digestive

Come si utilizza. I preparati a base di artemisia - ricchi di terpeni e sostanze amare – sono presenti in farmacia, parafarmacia e erboristeria come gocce da diluire, capsule o compresse o come pianta in taglio tisana per infusi. Occorre rispettare le dosi, agitare i flaconi e consultare sempre preventivamente medico o farmacista, poiché l’artemisia può interagire con alcuni farmaci ed è controindicata in gravidanza.
La curiosità. Artemisia absinthium è l’ingrediente principale del liquore d’assenzio, la celebre “fata verde” che accompagnava le serate bohémien degli artisti e degli scrittori parigini a fine Ottocento. Ben noto per il suo contenuto di tujone, un terpene dal fresco aroma di mentolo, in dosi elevate l’assenzio può causare disturbi neurologici.

Ginepro
Il ginepro (Juniperus communis L.) è uno degli arbusti più diffusi nei boschi di media e alta montagna, e produce delle piccole bacche bluastre profumate e resinose, utilizzate sia in cucina - ad esempio nelle marinature e nei piatti di selvaggina - sia per la preparazione del gin. «Le proprietà medicamentose dei frutti di ginepro derivano dalla presenza di monoterpeni nell’olio essenziale che stimolano la diuresi, favoriscono la depurazione delle vie urinarie e sostengono i processi digestivi», chiarisce Biagi. «La pianta è comunque sconsigliata alla donne in gravidanza o in fase di allattamento, ai diabetici e alle persone con malattie renali e infiammazioni intestinali».
Come si utilizza. Una tisana preparata con bacche di ginepro essiccate e leggermente schiacciate può essere sorseggiata dopo i pasti per sostenere la digestione e migliorare il drenaggio dei liquidi. L’olio essenziale, molto concentrato, non va mai usato puro: diluito in un olio vettore (per esempio di sesamo o mandorle dolci) e applicato tramite massaggi riscaldanti è utile per sciogliere tensioni e contratture muscolari. Le bacche di ginepro (una manciata) si possono anche aggiungere all’aceto di vino rosso (un litro) con qualche foglia di menta, per ottenere un condimento dalle note aromatiche penetranti, speziate e leggermente balsamiche.
La curiosità. Un tempo, in molte vallate, si bruciavano rametti di ginepro sulle braci per purificare l’aria delle baite e delle stalle, in un gesto che univa funzione pratica e valore rituale.

Arnica
Arnica montana L. è una delle piante più note in ambito fitoterapico e, al tempo stesso, una delle più delicate da trattare. Cresce nei pascoli e nei prati fino a circa 2.500 metri di quota, e può essere raccolta (durante i mesi estivi) solo da persone qualificate. «I suoi fiori gialli, ricchi di molecole antinfiammatorie, vengono impiegati per realizzare creme, gel e unguenti utilizzati in caso di contusioni, distorsioni, edemi e dolori muscolari. La ricerca scientifica ne conferma l’efficacia: dopo l’applicazione del suo estratto nella zona infiammata nell’arco di pochi giorni si può osservare un miglioramento significativo dei sintomi», assicura Marco Biagi.

Come si utilizza. L’impiego dell’arnica è previsto solo per uso esterno, su pelle integra. Se ingerita o applicata su ferite, l’arnica può risultare irritante o addirittura tossica.
La curiosità. Esistono in commercio prodotti a base di arnica, registrati come medicinali, che contengono una quantità di principio attivo stabilita per legge, di solito compresa tra il 2 e il 4% dell’equivalente di pianta fresca. Ma attenzione: «Accanto a questi, vengono venduti cosmetici e preparazioni all’arnica di provenienza varia, talvolta molto economici, che dichiarano titoli elevatissimi ma non sempre facilmente interpretabili. Per orientarsi tra le formulazioni più adatte è fondamentale e affidarsi a professionisti qualificati», suggerisce l’esperto.