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Nel video del suo ultimo brano You&Me, Biagio Antonacci tiene in mano un libro, ma è solo una finta e lo ha ammesso lui stesso: «Non ho mai letto un libro. Ho una forma di dislessia che non aiuta: mi perdo dopo poche righe e un dottore specializzato in disturbi cognitivi mi ha detto che potrebbe essere proprio quella la causa. Ogni tanto leggo poesie, amo Giorgio Caproni. So che tanti colleghi si ispirano a dei romanzi per le loro canzoni, io rubo dalla gente, gli anziani sono libri umani». Così il cantautore ha condiviso con il pubblico un pezzo di vita privata, a dimostrazione del fatto che la dislessia non è stato un ostacolo né alla creatività né tantomeno alla carriera.
Non si tratta di una malattia
«La cosa importante da chiarire è che non si tratta di una malattia», spiega Giacomo Stella, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università di Modena e Reggio Emilia e direttore scientifico della rete di servizi clinici riabilitativi Sos Dislessia. «È una condizione neurobiologica, che si manifesta sempre in soggetti intelligenti, attivi e vivaci». Per questo a volte i primi segnali del problema non vengono colti: quando il bambino a scuola non mantiene la concentrazione o si rifiuta di leggere ad alta voce si liquida la questione dicendo “è svogliato”, «mentre sono proprio questi i campanelli d’allarme su cui concentrarsi il prima possibile, per fare una diagnosi e aiutarlo», prosegue l’esperto.
Dislessici famosi
Non è pigrizia, dunque, ma un modo differente di elaborare le informazioni. «La dislessia consiste nella difficoltà a trasformare le parole scritte in suoni», precisa il neuropsicologo, «e soprattutto nel farlo in modo veloce, automatico e senza errori. In pratica è una difficoltà nella decodifica del testo scritto».
I primi problemi a scuola
Il primo ambiente in cui si manifesta questa fatica è la scuola. Sin dalla primaria, quando si comincia con gli esercizi di lettura compaiono i segnali:
• lentezza nella lettura, che appare stentata e frammentata;
• sostituzione o inversione di lettere, soprattutto se speculari, come b e d;
• difficoltà di pronuncia, con inversione o sostituzione di suoni all’interno delle parole.
«La difficoltà nella lettura si ripercuote inevitabilmente sulla comprensione», chiarisce Stella. «Tutte le risorse disponibili infatti sono impiegate per decodificare ciò che è scritto, e quindi ne restano poche per capire il testo, riconoscere velocemente le parole, fare collegamenti tra le frasi».
La dislessia, che è classificata come un disturbo dell’apprendimento, si manifesta in varie forme: può avere una base linguistica, con un ritardo nell’esordio del linguaggio. «In questo caso», dice l’esperto, «il bambino, quando va alla scuola dell’infanzia, pronuncia male le parole, spesso usando espressioni che solo i genitori comprendono».
In altri casi invece i piccoli imparano a parlare regolarmente ma hanno difficoltà di coordinazione visuo-spaziale od oculomotoria. «Qui la base della dislessia non è linguistica ma percettiva», precisa Giacomo Stella, «e si manifesta con:
• difficoltà nel seguire le righe del testo;
• alterazione dei movimenti oculari, che ostacola lo scorrimento fluido lungo il rigo e provoca salti di parole;
• difficoltà a riconoscere le lettere quando sono vicine nel testo;
• difficoltà a mantenere la scrittura allineata sul rigo».
Leggere quindi diventa un incubo, un compito talmente frustrante da essere rifiutato a priori. «La dislessia è spesso associata ad altri problemi relativi all’attenzione e alla memoria di lavoro», aggiunge l’esperto, «quindi alla fine non è solo difficile leggere, ma capire, imparare. E possiamo immaginare cosa comporti all’interno di una classe, a livello emotivo e relazionale. Spesso il bimbo dislessico si rifiuta di leggere ad alta voce, vergognandosi del suo problema, temendo di essere deriso, si isola dagli altri autolimitandosi, dicendo “non sono capace”».
La riabilitazione mirata
Le ricerche neuroscientifiche hanno dimostrato che alla base della dislessia non c’è un fattore emotivo. «L’origine delle difficoltà di decifrazione è neurobiologica, nell’85% dei casi genetica», dice Stella. «Viene ereditata dai familiari: non necessariamente dai genitori, può trattarsi anche di un nonno o di uno zio». Uno studio recente, pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Translation Psychiatry, ha evidenziato nuovi meccanismi biologici alla radice di questa condizione. La ricerca, svolta dall’Università di Edimburgo (Scozia) e dal Max Planck Institute for Psycholinguistics (Paesi Bassi), ha preso in esame il campione più ampio mai considerato, 1,2 milioni di persone, individuando 80 regioni di Dna legate alla dislessia, alcune delle quali del tutto sconosciute alla scienza.
La dislessia si può risolvere? «Assolutamente sì», risponde l’esperto, «ma di più nella misura in cui viene diagnosticata tempestivamente. Prima si interviene prima si riduce lo sforzo del bambino o della bambina nella lettura e nella comprensione. E se lo si fa appena il disturbo si presenta, le connessioni neuronali del cervello imparano presto ad autocorreggersi. I tempi variano a seconda della serietà del problema: nei casi più severi possono volerci alcuni anni, però se ne esce. Ho avuto pazienti con grandi difficoltà da ragazzini, che poi sono andati tranquillamente all’università».
Lo specialista al quale rivolgersi è il logopedista, che con esercizi mirati porterà avanti una riabilitazione specifica. «La collaborazione tra scuola, esperti e famiglia resta indispensabile», aggiunge Stella, «perché non può bastare una seduta alla settimana. Servono esercizi quotidiani, per tempi brevi ma da fare ogni giorno. Oggi abbiamo a disposizione piattaforme di teleriabilitazione molto efficaci. Da una parte alleggeriscono le famiglie, che non devono accompagnare il figlio o la figlia dal logopedista e li mettono a loro agio lasciandoli a casa durante la seduta. Dall’altra sono costruite con criteri neuroscientifici molto accurati, limitando gli interventi dei genitori e lasciando ai bambini l’autonomia nelle risposte».
L’aiuto dalla tecnologia
«La tecnologia oggi fornisce una serie di risorse molto preziose per affrontare la dislessia, soprattutto a casa», dichiara il neuropsicologo. «Pensiamo agli audiolibri per esempio, che consentono anche ai dislessici di appassionarsi alla lettura come gli altri. Leggere con le orecchie, attraverso l’ascolto, è un’ottima soluzione alternativa. Lo stesso vale per tutti i programmi che convertono il testo scritto in un file audio. La scuola si sta attrezzando per inserire questi strumenti nella didattica, ma è un processo che richiede ancora tempo. Intanto gli studenti possono usufruire delle misure dispensative (non leggere ad alta voce davanti ai compagni di classe, sapere il giorno prima quale sarà il testo da leggere l’indomani) e compensative (utilizzare l’iPad o il computer a scuola, avere più tempo nelle verifiche), previste dalla legge».













